La Dodecapoli: Milano

Melpo rappresentava un altro solido confine, l’estremo a nord della Dodecapoli.
E se sulla cosa adriatica Pompon e io respiravamo i profumi caldi e densi della vita che giungeva da Oriente, ritrovavamo i colori del mare e della Grecia, non tanto lontana, andare a Melpo significava mettere piede in un altro mondo.
Eppure, era sempre il nostro.
Oltre il tular di Melpo c’era una landa rigogliosa quanto la nostra, ma densa di ombre. Gravava l’umidità della terra e spesso era troppo fredda, a volte troppo calda e per vedere la bellezza di quel territorio selvaggio si doveva stare attenti, perchè era come una bestia che si nascondeva nel sottobosco.
Anche Melpo, era così. Non si esponeva nelle strade, ma si ritirava nei giardini interni, tra una capanna e l’altra, tra una tomba e quella vicina.
Melpo era fredda come una lince che spia dai cespugli, facendo brillare uno solo alla volta degli occhi gialli e senza mostrare mai altro che la coda gonfia. Non avrebbe mai potuto essere sfacciatamente bella.
Si doveva andarla a cercare.
Da oltre il tular di Melpo arrivavano canti e riti della terra cupi quanto i nostri, ma senza lo sfavillare dei gioielli che era proprio della mia gente, senza la delicatezza di mostrare che la vita sapeva amare e che la morte sapeva essere sfarzosa.
Il popolo dei celti amava la semplicità fino al ruvido e forse per questo Melpo si teneva tutta raccolta.
Come Pompon e come me, i confini sono sempre a metà tra i mondi.

Una delicata metafora di Melpo

Una delicata metafora di Melpo

E forse per questo sopravvisse.
Quando la Dodecapoli fu invasa da nord, dal popolo di sacerdoti e i guerrieri oltre il tular, Melpo fu svuotata, saccheggiata e rimase come un isola di pietra e acqua in mezzo ai campi, a lande sparse di casali barbari, e tra le sue strade poteva sentire portati dal vento lugubri canti di guerra.
Ma non venne distrutta. I galli la elessero sede delle loro brenni, delle loro adunanze militari. In seguito venne chiamata Mediolanum e retta da altre mani, da altre voci che l’accompagnarono nella Storia.

La Dodecapoli: Marzabotto

Necropoli di Marzabotto

Necropoli di Marzabotto

L’antica città di Misa fu costruita due volte. Una volta quando fu fondata, perfino prima che nascessimo Pompon e io; una volta dopo la nostra morte, in onore di quel che fummo e di quello che eravamo diventati. Allora le diedero il nome di Kainua, che significava città nuova.
Era una delle più importanti della Dodecapoli, per i commerci e per la sua posizione. Era un nodo strategico lungo la via di transito che collegava la nostra Dodecapoli da una parte a quella tirrena e ancora più a sud, alle colonie greche; dall’altra parte a nord con le popolazioni d’oltralpe, con i celti che solo a cento anni dalla costruzione della città nuova, furono gli artefici della fine del mio popolo.
Ricordo le strade ampie, fatte tutte con i ciottoli del fiume, bianchi come il ventre dei pesci. Il fiume che i celti in seguito chiamarono Reno, colui che scorre, era alla base della vita della cittadina. Era stata creata una rete di acquedotti e canalette di scolo tra le case ampie, ognuna con la sua bottega che dava sulla strada. Camminare per Misa era come camminare in un reticolato di ciottoli di fiume e di acqua verde che scivolava tra le strade.
Ogni casa aveva il suo pozzo, un occhio liquido che scrutava dalle profondità della terra, sul quale si appoggiavano le colombe.
A Misa viveva la Lupa.
Si diceva che fosse la più grande tra le streghe del fiume, la più brava a interpretare i vaticini e gli aruspici.
Era una donna piccola e anziana che tutte le mattine cantava vicino al pozzo mentre suo marito lavorava in bottega. Pettinava con cura i capelli e li annodava con nastri. Quando il sole era alto, se ne andava verso est, senza smettere di cantare.

Fiume Reno

Fiume Reno

Arrivava al fiume e trascorreva il pomeriggio nel canneto, insieme ai grandi stormi di passeri che arrivavano col vento.
Di tanto in tanto tornava con uno o due di loro, da aprire sull’ara per esaminarli, per scoprire nel loro ventre i futuri movimenti della terra e delle tempeste.
Fu in quel modo che seppe di me e di Pompon.
Pianse per tutta la notte e per tutto il giorno a seguire, ma questo non poté impedire lo svolgersi degli eventi.
Dopo la nostra morte, Misa venne ricostruita e divenne Kainua: un’acropoli fiorente d’acqua e di commercio stretta tra due necropoli. Due terre dei morti che sorgevano a nord e a est della città.
Un sepolcreto per me, tagliato dalla strada che correva verso Felsina.
Un sepolcreto per Pompon, verso il fiume e verso i canneti, tra le colombe e i passeri che arrivavano col vento.
Quando scesero i celti, poi, ben prima dei romani, e fecero scempio di Kainua, si domandarono a cosa servissero ben due città dei morti per una sola città dei vivi. Stanziarono lì uno dei loro più grossi accampamenti militari e per contro ficcarono i loro defunti nei pozzi, nelle cisterne, nei canali di scolo.
Ai celti non piacque mai troppo andare a scavare nelle terre dei morti attorno a Kainua.

Tomba nella necropoli di Marzabotto, particolare. L'uovo simboleggia la rinascita dopo la morte.

Tomba nella necropoli di Marzabotto, particolare. L'uovo simboleggia la rinascita dopo la morte.

I Penati

I Penati sono spiriti protettori che abitano un suolo o una dimora e allora sono detti Penati minori o familiari. O possono tutelare lo Stato e il suo territorio e allora essere i Penati maggiori o pubblici.
Possono proteggere una famiglia che entra a prendere possesso di un’abitazione oppure ostacolarla.
Sono spiriti molto importanti e vanno sempre trattati con un occhio di riguardo.

l nome deriva dal latino Penus: “tutto ciò di cui gli uomini si nutrono”.
Essi prendono anche il nome dal penitus, la parte più interna e intima della casa, il luogo dove si teneva il cibo. Adesso trovano il loro posto nella vecchia credenza o vicino alla cappa del camino. Amano molto stare vicino al focolare.
Si dice che fossero parte del seguito della dea Hestia (Vesta), la cui influenza è rivolta alle are e ai focolari, alla tutela dell’intimitò della casa e dell’individuo.

Ogni famiglia ha i propri Penati e una volta essi venivano trasmessi in eredità come i beni patrimoniali. Il sacrificio ai Penati poteva avere cadenza quotidiana o occasionale.
I consoli romani, nell’assumere o nel rimettere la propria carica, erano obbligati a celebrare un sacrificio a Lavinium in onore dei Penati pubblici e i magistrati della città prestavano loro giuramento in viso.

La Dodecapoli: Bologna

Bologna - le torri e la basilica di San Luca sullo sfondo

Bologna è un’antichissima città. Se oggi è così piena di vita, lo deve di certo alla presenza dell’università e degli studenti che colorano il centro storico con la loro presenza, che ne alimentano la vita artistica e culturale.
Io, all’universtità, non ci sono mai stato. Non faccio parte della squallida schiera dei vampiri che vanno a scuola, se ve lo state chiedendo.
Però conosco bene il centro storico e amo il fatto che sia così esteso, che si sia così ben conservato nei secoli con la sua pianta romana, le sue torri medievali, i palazzi rinascimentali e seicenteschi.
Col suo dio dei mari che lo protegge, dalla piazza più importante. E coi portici che si allungano per oltre trentotto chilometri per riparare i cittadini come tra due mani socchiuse.
Le mie mani, per Bologna, sono un po’ così.

Bologna - Il Nettuno

Nel tracciare oggi quella che era l’antica Dodecapoli nella regione geografica della pianura padana così tanti secoli fa, non si può che cominciare da qui.
Da Felsina, perduta nel tempo.
Felsina (o Felzna o Velzna, i suoni sono difficili da ricordare più delle parole) era il nome della capitale della Dodecapoli. Il suo nome significava “pianura fertile” ma anche “terra forte, inconquistabile.”
Sarebbe bello se ai nomi corrispondesse la realtà.
Felsina venne invece conquistata dai Galli Boi, la popolazione celta che chiamò la mia città Bona: “luogo fortificato”. Poi giunsero i Romani e per loro divenne Bononia. Cambiarono il suono ma non il significato e cinsero l’antica Felsina nel loro dominio per un tempo infinito.
Prima , Felsina era la capitale dell’Etruria padana ed era un centro urbano molto, molto esteso. Immaginate oltre trecento ettari di isolati e capanne nella piana fertile, trecento ettari di palafitte sull’acqua sorgiva che fioriva dalla terra.

Graffito - Le due torri che si baciano

E infine fate uno sforzo per immaginare una vasta città in pietra che si estendeva a specchio della città delle capanne d’argilla. Una città di pietre colorate, dipinti e campanelle che suonavano quando si alzava il vento. Piena di fiori selvaggi che crescevano lì, perchè non era permesso loro di vivere nei campi coltivati.
Questa seconda città era costruita in pietra di arenaria e selenite per resistere al vento e alla pioggia. Perché da sempre le città dei morti devono durare più di quelle dei vivi.
Immaginatele bene: Felsina dei vivi, fatta di terra e acqua. E Felsina dei morti, costruita con la pietra, con i fiori e con le campane.
Meglio della prima, immaginate la seconda. Perchè è cominciato tutto da lì.