Lamie, Arpie, Empuse e Menadi – Vampiri nella Grecia Classica – III

Simili ai vampiri, nelle traduzioni più antiche, troviamo creature femminili, tutte accusate di rapire bambini o ucciderli nel sonno; tutte sono coinvolte in una maternità negata.

Lamia, The Serpent Woman - Anna Lea Merritt (americana, 1844-1930)

Lamia, The Serpent Woman - Anna Lea Merritt (americana, 1844-1930)

 

LAMIE:
Prime tra tutte incontriamo le lamie: il mito greco ce le descrive come creature in parte umane e in parte animalesche (spesso serpi), ossessionate dai bambini e dai fanciulli, che cercavano di rapire nottetempo.

Lamia - da D. Farson, Creature del Male, Rizzoli, 1976

Lamia - da D. Farson, Creature del Male, Rizzoli, 1976

L’origine di tali creature è da ricondurre a Lamia, una splendida regina di Libia e figlia (o nipote, a seconda delle tradizioni) del dio dei mari Poseidone e che conquistò l’amore di Zeus e gli diede molti figli. Il padre degli dèi le concesse il dono di togliersi gli occhi dalle orbite per poi rimetterli a proprio piacere.
Scoperta la relazione, la dea Era, moglie di Zeus, uccise la prole di Zeus e di Lamia, portando la regina libica alla pazzia, costringendola da quel momento in avanti a divorare i bambini degli altri.
Il suo aspetto attraente le permetteva di essere rassicurante nei confronti dei piccoli e allo stesso tempo di sedurre gli uomini, dei quali amava bere il sangue.
Secondo Aristofane tale nome era da ricondurre alla parola “esofago” (λαιμός; laimos), in riferimento all’abitudine della creatura di divorare (e proabilmente ingoiandoli interi) i piccoli che rapiva.
Orazio, nella sua Ars Poetica, taccia di inverosimiglianza la teoria popolare secondo cui la lamia possa restituire intero il bambino che ha ingoiato:

“Siano verosimili le cose che s’inventano per dilettare;
nessun racconto può pretendere d’essere creduto in tutto ciò che vorrà:
è assurdo che la strega Lamia partorisca vivo il fanciullo che ha mangiato.”

(Orazio, Ars Poetica, vv 338-340)

Lamia - Herbert Draper (inglese, 1864-1920)

Lamia - Herbert Draper (inglese, 1864-1920)

Nel Medioevo, lamia divenne sinonimo di strega, mentre nella tradizione della Cappadocia si crede che Lamia fu la prima sacerdotessa del culto di Lilith. Allo stesso modo, secondo altre tradizioni greche, Lamia è indicata al pari delle Empuse come figlia di Ecate.

ARPIE:
Dalle sirene non si differenziano di molto le arpie, anch’esse figlie di divinità marine. Il mito le vuole relegate nelle isole Strafodi da Zeus in persona, che si serve di loro ogni qual volta gli necessita di perseguitare qualcuno.
Anche per queste donne uccello, dalle ali ampie e gli artigli di rapace, il pericolo era dato dal canto dolce, che attraeva le vittime. Esse finivano graffiate, lacerate e fatte sanguinare.
La descrizione che se ne fa è quella di creature dal viso femminile (spesso di vecchie, di donne anziane e dal volto spaventoso) e dal corpo di avvoltoio e, come le sirene, impersonavano la furia dei venti marini. I loro nomi erano: Podarge, Aello, Ocipite, Tiella e Celeno. Quest’ultima viene citata per la prima volta da Virgilio:

 “…Strofadi grecamente nominate
Son certe isole in mezzo al grande Jonio,
Da la fera Celeno e da quell’altre
Rapaci e lorde sue compagne arpie
Fin d’allora abitate. Altro di queste
Più sozzo mostro, altra più dira peste
Da le tartaree grotte unqua non venne.
Sembran vergini a’ volti, uccegli e cagne
A l’altre membra; hanno di ventre un fedo
Profluvio, ond’è la piuma intrisa ed irta,
Le man d’artigli armate, il collo smunto,
La faccia per la fame e per la rabbia
Pallida sempre, e raggrinzita e magra…”
(Virgilio, Eneide, III, 354-368)

Le troviamo anche nella Divina Commedia, dove Dante Alighieri le descrive così:

 “Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de le Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno.
Ali hanno late, e colli e visi umani,

piè con artigli, e pennuto l’gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani…”
(
Dante, Inferno, XIII, vv. 10-15)

Arpia

Arpia

Il loro canto ipnotizzava e induceva la vittima a superare qualunque ostacolo, a perdere di vista qualunque scopo che non fosse quello di raggiungerle. Una volta che la preda si era volontariamente gettata tra le fauci delle arpie, veniva divorata e dissanguata con comodo.
Compaiono nell’Odissea:

 “ecco che le fanciulle le Arpie rapirono in aria,
e in balia delle Erinni odiose le diedero.”
(Omero, Odissea, XX, 77-78)

 E nell’Orlando Furioso dell’Ariosto:

“…Erano sette in una schera, e tutte
Volto di donne avean pallide e smorte,
Per lunga fame attenuate e asciutte
Orribili a veder più che la morte:
L’alaccie grandi avean deformi e brutte,
le man rapaci, e l’ugne incurve e torte;
Grande e fetido il ventre, e lunga coda
Come di serpe che s’aggira e snoda…”
(Ariosto, Orlando Furioso, XXXIII, 120)

Secondo un mito erano proprio questo gli uccelli che infestavano la città di Stinfalo e si nutrivano di carne umana. L’eroe Ercole riuscì a scacciarle nell’impresa relativa alla Quarta fatica ed esse, si dice, si nascosero a Creta, in una caverna da cui non uscirono più.

Dante e Virgilio all'Inferno, presso i Suicidi mutati in alberi, costantemente tormentati dalle Arpie (una nell'angolo in basso a sinistra) - Gustave Dorè

Dante e Virgilio all'Inferno, presso i Suicidi mutati in alberi, costantemente tormentati dalle Arpie (una nell'angolo in basso a sinistra) - Gustave Dorè

EMPUSE:
L’etimologia del nome Empusa è fatta risalire al significato letterale di “colei che si introduce a forza”. Troviamo una descrizione accurata di queste creature ne I Miti Greci di Robert Graves:

Empuse - Aubrey Beardsley

Empuse - Aubrey Beardsley

“Sozzi demoni chiamati Empuse, figlie di Ecate, hanno natiche d’asino e calzano pianelle di bronzo, a meno che, come taluni vogliono, esse abbiano una gamba d’asino e una gamba di bronzo. È loro costume terrorizzare i viandanti, ma si può scacciarle prorompendo in insulti, poiché all’udirli esse fuggono con alte strida. Le Empuse assumono l’aspetto di cagne, di vacche o di belle fanciulle e, in quest’ultima forma si giacciono con gli uomini la notte o durante la siesta pomeridiana e succhiano le loro forze vitali portandoli alla morte.”
(Robert Graves, I Miti Greci, Longanesi, p. 170).

Venivano chiamate “le cagne nere di Ecate” e di questa potente e antica divinità della morte e dei poteri stregoneschi erano le serve e le aiutanti, se non addirittura le figlie. Così come il lupo, anche il cane era associato alle divinità infere o latrici di morte.
I riferimenti ai tratti animaleschi equini rimandano agli aspetti di lussuria che le caratterizzava, ma allo stesso modo di tenebra: il cavallo era l’animale associato alla fertile Demetra e al potente Poseidone, ma anche alla potenza regale oscura di Hades così come di Dioniso Zagreus durante il suo soggiorno infero.
La tradizione vuole le Empuse si muovessero ad una velocità ultraterrena (concetto che verrà ripreso da Bram Stoker in Dracula con la celebre frase “i morti viaggiano in fretta”), tanto che la loro presenza, così come la morte stessa, risultava improvvisa.
Si muovevano su di un cocchio trainato da cani latranti e seducevano chiunque trovassero sul loro cammino, o entravano con la forza nelle case costringendo gli uomini a sfiancanti amplessi fino a condurli alla morte. Succhiavano loro sperma e sangue per poi divorarne le carni.
Spesso erano accusate di rapire i bambini in fasce per mangiarli comodamente nei loro rifugi o per fare di loro dei figli tenebrosi, dal momento che alle Empuse non era concesso donare la vita.
Il loro aspetto così poco armonico era da considerarsi terrificante nella cultura ellenica.
Il commediografo Aristofane ci mostra come perfino il dio Dioniso rischia la pazzia davanti a queste donne. Portare alla follia era una delle caratteristiche primarie attribuite alle Empuse:

Lamia (Regina Libica) - John William Waterhouse

Lamia (Regina Libica) - John William Waterhouse

XANTIA  È meglio andare avanti: questo è il posto dei mostri di cui parlava Eracle.
DIONISO  Ma che vada a farsi fottere! Faceva il fanfarone per mettermi paura, geloso com’è del mio coraggio guerriero: “Non ce n’è un altro” vanaglorioso come Eracle. Mostri! Avrei piacere di incontrarne qualcuno e avere un’avventura che valga la pena di questo viaggio.
XANTIA  Bravo! Stt… sento un rumore…
DIONISO  Dove?
XANTIA  Di Dietro.
DIONISO  Passa di dietro.
XANTIA  No, davanti.
DIONISO  Passa davanti.
XANTIA  Perdio ecco un mostro gigantesco.
DIONISO  Com’è?
XANTIA  Tremendo; e prende tutte le forme, ora bue, ora mulo, ora donna bellissima.
DIONISO  Dov’è che mi ci fiondo?
XANTIA  Ma già non è più donna, è un cane.
DIONISO  Allora è l’Empusa!
XANTIA  In effetti ha tutto il viso in fiamme.
DIONISO  E una gamba di bronzo?
XANTIA  E l’altra di merda.
DIONISO  Dove posso scappare?
XANTIA  E io?
(
Aristofane, Le Rane)

 Ancora, lo scrittore greco antico Lucio Flavio Filostrato ( Φλάυιος Φιλόστρατος; Lemno, 172 circa – Atene, 247 circa) scrive, descrivendo le Empuse come donne defunte ritornate dal mondo dei morti per godere di un amore del quale non hanno potuto godere in vita, ad essa strappate prematuramente:

Empusa - Elle di Gustav Adolf Mossa

Empusa - Elle di Gustav Adolf Mossa

“Tra i discepoli di Demetrio di Corinto v’era Menippo di Licia, giovine di venticinque anni, eletto di spirito e bellissimo di forme, simile a un atleta per bellezza e portamento. Si credeva che Menippo fosse amato da una donna straniera, e questa donna era detta bellissima e stravagante, oltre che molto ricca: ma non era nessuna di queste cose, se non pura apparenza.
Un giorno che Menippo camminava da solo lungo la strada che reca a Cenchrae, un fantasma d’aspetto femminile gli era apparso, gli aveva stretto la mano e gli aveva detto d’amarlo da molto tempo. Aveva aggiunto d’essere fenicia, e di vivere in un sobborgo di Corinto. Dicendogli il nome del sobborgo, aveva aggiunto:
- Vieni a trovarmi questo pomeriggio e mi ascolterai cantare. Ti offrirò da bere un vino quale non hai mai gustato. Non avrai rivali sulla tua strada, e vivremo insieme felici: io che sono bella, e tu che lo sei quanto me.
Il giovane si lasciò lusingare da queste parole perché, pur avendo abbracciato la filosofia, pur tuttavia era dominato da Eros.
Andò quel pomeriggio alla casa indicata, e per molto tempo frequentò la donna come amante, senza mai dubitare che non donna fosse, ma uno spirito immondo. Un giorno, Apollonio prese a scrutare Menippo misurandolo con lo sguardo come fa uno scultore, e dopo averlo studiato a lungo, gli disse:
- Sai tu, che sei bello e desiderato dalle donne più belle, che abbracci una serpe, ed è una serpe che ti abbraccia?
Menippo rimase attonito, e Apollonio seguitò:
- Tu hai una donna che non è tua moglie: ma pensi forse che lei ti ami?
- Certamente! – rispose il giovine – Lei si comporta con me come fa una donna che ama.
- Intendi sposarla?
- Sì: è fonte di gioia sposare una donna che ama.

Empusa di Carl Schmidt-Helmbrechts

Empusa di Carl Schmidt-Helmbrechts

Apollonio replicò:
- Quando celebrerai le nozze?
- Presto – rispose il giovane – forse domani stesso.
Apollonio attese il giorno della festa nuziale e, quando i convitati furono giunti, entrò anch’egli nella sala.
- Dov’è la bella per la quale siamo venuti? – chiese.
- Qui – disse Menippo alzandosi e arrossendo in volto.
- E di chi sono l’oro, l’argento e tutti gli ornamenti di questa sala?
- Di mia moglie – rispose il giovane – io non possiedo che questo – e mostrò il suo mantello.
Apollonio, rivolgendosi allora a tutti, chiese:
- Conoscete il giardino di Tantalo, che a un tempo esiste e non esiste?
- Sì, – risposero gli ospiti – lo abbiamo letto in Omero, perché non siamo mai scesi nell’Ade.
- Lasciatemi dire, allora, – proseguì Apollonio – che queste decorazioni sono simili a esso: sono soltanto l’apparenza insostanziale di una sostanza. Perché possiate comprendere meglio, sappiate che la seducente fidanzata è un Vampiro, una di quelle Empuse che il popolo chiama Lamie o Mormolyce. Anche i Vampiri sono attratti dal sesso: ma ancor più amano il sangue e la carne umana, e usano il sesso per intrappolare coloro che vogliono divorare.
La donna allora gridò:
- Taci e vattene via! – e si mostrò indignata per quelle insinuazioni, scagliandosi contro il filosofo e chiamandolo insensato.
Ma, all’improvviso, le coppe che sembravano d’oro e i vasi che sembravano d’argento svanirono tutti; scomparvero anche, dopo il discorso di Apollonio, tutti i coppieri, i cuochi e i servi.
Allora lo spirito immondo finse di piangere, supplicando di far cessare i tormenti che l’avrebbero costretto a rivelare la sua vera natura. Ma Apollonio insisté finché quello non confessò di essere un Vampiro che aveva invischiato Menippo coi piaceri del sesso per poterne poi divorare il corpo. Infatti, per nutrirsi, lei sceglieva sempre i giovani belli e forti, perché hanno il sangue assai fresco.”

(Filostrato, da Vita di Apollonio di Tiana)

Baccanti - Particolare di danze affrescate a Pompei

Baccanti - Particolare di danze affrescate a Pompei

MENADI:
Ancora possiamo includere nel gioco le Menadi, dette anche Baccanti, Tiadi o Mimallonidi.
Non si tratta questa volta di creature sovrannaturali, ma di donne mortali in preda alla frenesia e all’ebbrezza indotta da Dioniso, dio della forza vitale.
Vestite con pelli animali, con in testa una corona di edera o quercia o abete, esse celebravano il dio cantando, danzando e vagando come animali per monti e foreste. Solitamente agitano il tirso, cioè una picca avviluppata dall’edera sulla sommità e invocavano il dio al grido di Euhoe Bacche.

Dalle Menadi e dal mito di Dioniso trae le proprie origini un culto, verosimilmente mistico, definito “menadismo”, in cui era previsto anche un rituale caratterizzato dalla consumazione di carni crude (omofagia).
Tale pratica, nel culto, veniva interpretata come azione liberatrice dell’energia vitale per celebrare Dioniso, colui che torna dall’oltretomba alla vita. Normalmente, il sacrificio di animali a favore delle divinità, così come era istituzionalizzato all’epoca, prevedeva anche la consumazione delle carni della vittima, che avveniva dopo regolare cottura. L’omofagia, invece, si proponeva come una “rivisitazione trasgressiva” del rituale ordinario. Il rito si svolgeva con la caccia a un animale selvatico, in genere di piccola taglia, che veniva ucciso, spesso fatto a pezzi a mani nude e poi divorato crudo dai partecipanti al rito. L’animale era identificato con la divinità ed il rito simboleggiava l’unione con la stessa. Tale pasto sacrificale realizzava non solo l’unione tra il sacrificante e la divinità destinataria del sacrificio, ma consentiva anche una sorta di fratellanza mistica tra tutti commensali.

La Lamia e il Cavaliere - John William Waterhouse

La Lamia e il Cavaliere - John William Waterhouse

Le Sirene – Vampiri nella Grecia Classica – II

Dal taccuino di Padre Primo:

Le sirene non possono essere esattamente definite “vampiri”, ma appartengono, insieme ad altre figure mitologiche che verranno analizzate prossimamente, ad una stirpe di creature ibride e femminili legate alla sensualità e alla morte, all’incanto e alla ferocia. Tutti elementi che giocano sul binomio – quello di amore e morte – tipico del topos del vampiro.
Allo stesso modo dei mostri bevitori di sangue, che sono morti eppure camminano tra i vivi e dunque appartengono ai due mondi, anche queste creature danno prova di grande forza vitale, ma in qualche modo affondano gli artigli nell’Oltretomba.

« Σειρῆνας μὲν πρῶτον ἀφίξεαι, αἵ ῥά τε πάντας
ἀνθρώπους θέλγουσιν, ὅτίς σφεας εἰσαφίκηται.
ὅς τις ἀϊδρείῃ πελάσῃ καὶ φθόγγον ἀκούσῃ
Σειρήνων, τῷ δ’ οὔ τι γυνὴ καὶ νήπια τέκνα
οἴκαδε νοστήσαντι παρίσταται οὐδὲ γάνυνται,
ἀλλά τε Σειρῆνες λιγυρῇ θέλγουσιν ἀοιδῇ,
ἥμεναι ἐν λειμῶνι• πολὺς δ’ ἀμφ’ ὀστεόφιν θὶς
ἀνδρῶν πυθομένων, περὶ δὲ ῥινοὶ μινύθουσιν »

«Tu arriverai, prima, delle Sirene, che tutti
gli uomini incantano, chi arriva da loro.
A colui che ignaro s’accosta e ascolta la voce
delle Sirene, mai più la moglie e i figli bambini
gli sono vicini, felici che a casa è tornato,
ma le Sirene lo incantano con limpido canto,
adagiate sul prato: intorno è un mucchio di ossa
di uomini putridi, con la pelle che raggrinza »

Omero. Odissea XII, 39-46

La sirena rappresenta due facce di una femminilità non incanalata nei ruoli sociali.
Il suo essere mostruoso la colloca ai margini della società, più precisamente su una linea di confine.
Il confine tra la vita e la morte, ad esempio. Tra l’oriente e l’occidente che è come dire tra ciò che è noto e l’ignoto. Non è un caso che essa sia associata alla dea Aphrodite che è una dea straniera d’oriente per la società ellenica, ma che permea le civiltà pelasgiche precedenti, che di quella ellenica sono state la culla; non è un caso che siano associate alla dea Persefone, a cavallo tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
Il mito racconta che le sirene fossero presenti al rapimento di Persefone da parte dello sposo Ade. Con la loro presenza testimoniano il passaggio della dea dalla condizione di nymphe, fanciulla, a quella di gyne, donna sposata e regina del mondo dei morti. Ancora si racconta che le sirene siano fanciulle mutate in uccelli dalla dea Afrodite per avere trascurato l’amore: conosciamo la leggenda della sirena Partenope che, fuggita dai propri pretendenti, si tagliò i capelli e si rifugiò nel golfo di Napoli da cui la città prese il nome.
Il culto di Aphrodite e quello di Persefone sono molto legati l’uno all’altro e vengono separati anzi soltanto in un momento più tardo. Si trattava probabilmente del culto di due diversi aspetti di un’unica dea di cui la sirena era animale di riferimento.
A conferma di ciò, secondo Pausania, i templi delle due dee sorgevano l’uno di fronte all’altro, legittimandole come riflesso l’una dell’altra.
Le attività all’interno dei templi vedevano le ragazze impegnate nella musica, che aveva una grande importanza: quindi nel canto e nella danza rituale, per onorare e rendere servizio alla dea, e in mansioni che le avrebbero preparate all’ingresso della comunità cittadina come spose. Passaggio simboleggiato dal rapimento del marito che sarebbe venuto a prenderle al tempio come Ade con Persefone o Teseo con Arianna ed Elena.
La sirena è dunque l’icona di questo periodo della vita della fanciulla, della stagione selvaggia, non addomesticata dalla vita matrimoniale e dalla maternità. Come le ninfe, le sirene occupano il territorio simbolico dell’energia sessuale pura e incontaminata.
Simboleggiano il crocicchio, il passaggio: dall’infanzia all’età adulta a quello più grande e misterioso, dalla vita alla morte. Sono la zona di frontiera tra l’umano e il ferino.

« La brezza favorevole spingeva la nave, e ben presto avvistarono
la splendida Antemoessa, isola in cui le canore Sirene,
figlie dell’Acheloo, annientavano chiunque
vi approdasse, ammaliandolo coi loro dolci canti.
La bella Tersicore, una delle Muse, le aveva generate
dopo essersi unita all’Acheloo; un tempo erano ancelle
della potente figlia di Deò, quando ancora era vergine,
e cantavano insieme con lei: ma ora apparivano in parte
simili a fanciulle nel corpo e in parte ad uccelli.
Sempre appostate su una rupa munita di buoni approdi,
avevano privato moltissimi uomini della gioia del ritorno,
consumandoli nello struggimento. Anche per gli eroi
effusero senza ritegno le loro voci, soavi come gigli,
ed essi già stavano per gettare gli ormeggi sulla spiaggia:
ma il Tracio Orfeo, figlio di Eagro, tendendo la cetra
Bistonia con le sue mani, fece risuonare le note allegre
di una canzone dal ritmo veloce, affinché il suono
sovrapposto della sua musica rimbombasse nelle loro
orecchie. La cetra vinse la voce delle fanciulle: Zefiro
e insieme le onde sospinsero
la nave, e il loro canto si fece un suono indistinto. »

Apollonio Rodio. Argonautiche IV, 890-912

Il mito le vuole nate dal sangue sgorgato da un corno del dio del fiume Acheloo, raffigurato con la testa di toro. Il sangue versato da Eracle feconda la terra, facendo nascere le divine cantrici.
Altre tradizioni le vogliono figlie di Forco, divinità marina padre tra gli altri delle Gorgoni, delle Graie, di Ladone, Scilla e della terrificante Echidna.
Sappiamo dall’iconografia che si tratta di creature ibride, donne uccello. Se da una parte sono creature spezzate, né umane né uccelli, esse sono anche un intero che non ha riscontro in natura: appartengono al sacro.
Nelle mitologie di tutti i popoli venivano venerati simili ibridi femminili: donne uccello, donne pesce e donne foche, perfino donne rana e donne serpente. Tutte espongono i seni, il ventre o la vulva e tutte sono manifestazioni della sensualità divina femminile.
Nelle fonti greche più antiche sono raffigurate come grossi uccelli dal volto umano per poi acquisire con il passare del tempo braccia e mani con cui tenere gli strumenti musicali: l’aulòs (il flauto a due canne il cui suono era detto simile al canto della sirena), la lira o ancora la siringa (flauto a più canne legate insieme a formare una zattera, detto anche flauto di Pan). Tutti strumenti legati ai misteri dionisiaci, al canto e alla danza femminile.
L’origine del nome di queste creature marine è incerta: si potrebbe risalire al greco seiren, “che sorge dalla pianura”, perché erano il simbolo della piana e lucida superficie del mare, sotto la quale stavano coperti gli scogli e i banchi di sabbia. Oppure, sempre al greco seirios, incandescente o deteriorabile, a seraphin, ardere. Da qui a selas che significa splendente, ardente, lume. Da selene invece ci colleghiamo a luna. Possiamo immaginare l’ardere del sole del mezzogiorno, della canicola, della bonaccia dei mari dannosa quanto la tempesta.
Si cerca l’etimologia anche nel greco syro, attraggo; seirao, incateno, come i marinai prigionieri dell’incanto, legati alle sirene come i naviganti legano a sé i vascelli. Oppure ancora nell’ebraico sir o scir, suonare. Il greco syrigs sta per suonare la siringa, ma anche per sussurro. In latino e nelle lingue romanze le troviamo chiamate serene, in relazione alla parola serenus, asciutto, senza nuvole, cielo chiaro e disteso, rispecchiante il mare calmo sul quale apparivano.
Le sirene vengono spesso raffigurate in gruppi di tre, ognuna con uno strumento sacro, oppure alle due suonano si accompagna una terza che canta.
Nell’Odissea abitano un campo fiorito di un’isola e incantano i marinai al loro passaggio. Come molte creature idriche (le ninfe dei mari, dei fiumi e delle sorgenti) vivono nei luoghi in cui terra e acqua si incontrano: la riva del mare, gli argini di un fiume o le paludi, dove i due elementi si fondono l’uno nell’altro. L’acqua è l’elemento in cui vivono, ma che anche delimita il confine tra il loro mondo e quello della società, che è invece terrigno, organizzato, razionale.
Il confine tra il mondo conosciuto e l’ignoto.

Quello delle sirene è un culto antico che affonda le sue radici nella civiltà matriarcale agricola, legata alla terra e ai suoi segreti ctoni e tellurici. Se la Grecia classica le ingloba dando loro ruoli marginali e poco edificanti nell’economia del divino sostenuto dagli Olimpi, in alcuni luoghi il loro culto sopravvive al susseguirsi delle civiltà, dopo le prime colonizzazioni greche del Tirreno meridionale. Lungo la costa italica, in prossimità delle antiche rotte di colonizzazione, li riconosciamo lungo la costa sorrentina in un gruppo di isole chiamate Sirenusse, o presso lo Scoglio delle Sirene. In queste aree erano molti i santuari preposti alla loro cura. Si venerava perfino la “tomba della sirena” in memoria di colei che, secondo la leggenda, non essendo riuscita a sedurre Odisseo, si gettò in mare dallo sconcerto.
In questi luoghi era venerata in particolar modo la triade conosciuta con i nomi di Partenope (Voce di Vergine), Ligeia (Voce Chiara) e Leucosia (Dea Bianca). Tra gli altri nomi di sirene che ci sono pervenuti, dai quali si desumono spesso anche le qualità delle loro voci, si parla anche di Ciana (l’Azzurra), di Himeropa (Colei che Provoca il Desiderio) il cui nome subisce un adattamento posteriore nel tempo in Eumolpe (Colei che Canta Bene) e poi ancora in Molpo (L’Armoniosa).
Una seconda terna sembra essere definita da Aglaope o Aglaphonos (La Squillante), Telxièpeia (Canto che Addolcisce) e Pisinoe (la Suadente).
Una dicotomia importante vede contrapporsi le muse elleniche alle sirene e concludersi con la sconfitta di queste ultime a rappresentare la supremazia di una civiltà nuova su quella più antica.
Se le muse cantano per gli dèi, le sirene cantano per gli uomini. Se le prime rispecchiano la bellezza, la perfezione e l’armonia apollinea dell’arte, le seconde hanno tratti più foschi, più sinistri e di perdita di sé nel rituale dionisiaco: ma non sono che facce della stessa medaglia.
Secondo Pindaro (Peana 8) pare che a Delfi, prima del tempio in pietra, ne fossero stati costruiti altri tre: una capanna di rami di alloro; uno di cera d’api e piume d’uccello che poteva volare e che lo fece, scomparendo nella mitica, lontana terra degli Iperborei; un terzo di bronzo costruito da Atena ed Efesto sul cui fronte cantavano le Keledones, sei cantatrici (e incantatrici) d’oro. Statue viventi di splendide fanciulle dai tratti di uccello. Secondo la leggenda, gli Olimpi distrussero quest’ultimo tempio sprofondandolo in una voragine della Terra perché il canto delle Keledones causava negli esseri umani l’oblio, facendo loro trascurare le occupazioni quotidiane e la cura della famiglia e della casa. Prima che venisse distrutto, in questo tempio venivano custodite, appese al soffitto come uccelli, delle iynges d’oro. Si trattava di strumenti di magia dalla forma di una ruota che venivano fatti vorticare su una cordicella tesa alle estremità. Pare che la iynx fosse uno strumento inventato da Aphrodite per attirare l’amore verso chi lo usava e instillare il desiderio.
Sovrapporre le iynges e le sirene è giocoforza.
Storicamente il culto di Apollo si insediò a Delfi sottomettendo una preesistente civiltà legata al culto matriarcale della terra. Il mito delle Keledones dal canto perturbante precipitate agli inferi rappresenta molto probabilmente la supremazia sull’antica civiltà in favore di quella nuova e il canto delle sirene fu tramutato in quello delle Muse.
Le sirene erano divinità legate al mare, alla costa e alle condizioni climatiche e venivano onorate come demoni benevoli a tutela dei naviganti nei bracci di mare pericolosi.
Se nella Grecia orientale le raffigurazioni delle sirene continuano ad essere scarse e legate al loro aspetto più ctonio e funereo, nell’arte greca occidentale popolano invece l’iconografia concentrata particolarmente sul lato della sensualità.

Come si è accennato, le fonti, in primis l’Odissea che rimane la più antica testimonianza letteraria a citare queste creature, mostrano le sirene in qualità di cantrici.
Il canto rappresenta la seduzione primordiale, non a caso si parla di in-canto o di in-cantesimo. Quello del canto è la seduzione della parola che canta e incanta.
Se Platone paragona la musica delle sirene all’eloquenza di Socrate, dalla quale bisogna mettersi in salvo per non restare imprigionati dalle sue maglie, Pitagora sostiene che la musica, sorella dell’astronomia, regola le stelle: il loro decorso, il ritmo, l’ordine, l’accordo. Gli astri risuonano armonia e la musica umana non è che l’imitazione.
Il canto delle sirene dona a chi lo ascolta piaceri che sconvolgono, capaci di appagare ogni fame e ogni appetito. Cantando esse inducono all’oblio, provocano la morte nell’incauto viaggiatore che le ascolta riducendolo all’impotenza oppure sbranandolo come le fiere più spietate.
All’incontro con le sirene si può solo soccombere nell’oblio, oppure comprendere il loro canto per elevarsi fino a loro: ferme sul confine, attendono l’iniziato per un percorso spirituale.
Per anni e in molte tesi si è dibattuto sul significato del canto delle sirene. Le interpretazioni più fondate portano a pensare che esso sia collegato alla sfera rituale, a un culto agrario che vedeva le sirene come protettrici degli elementi e intermediarie tra i vivi e i morti, tra il mondo umano e quello divino.
Attraverso la voce esprimono i due aspetti più peculiari della loro natura: il canto della sensualità irrefrenabile e quello funebre dell’Oltretomba.
Dal VI secolo in Asia Minore e dal IV in Attica diventa d’uso porre delle statue di sirena nell’atto di produrre musica sulle tombe o a segnacolo di luoghi preposti alla sepoltura. Il canto di queste creature simboleggiava il canto funebre della cerimonia che aveva come compito quello di accompagnare il defunto nel suo viaggio verso l’aldilà. Secondo la leggenda, le sirene vivono nell’Ade e con la loro musica allieta gli spiriti nobili dei Campi Elisi. Allo stesso modo il loro canto poteva mettere in comunicazione il mondo dei vivi con quello dei morti e recare consolazione a chi subiva un lutto.
La natura perturbante di queste femmine ctonie si associa alle lamie, alle empuse, alle onoscelee e alle arpie. Dei parallelismi forti li troviamo anche nella semitica Lilith, demone della lussuria, ma anche del vento e della tempesta. Tutte queste creature sono accusate di rapire bambini o ucciderli nel sonno; tutte sono coinvolte in una maternità negata.
D’altra parte il canto delle sirene poteva eccitare le tempeste, le burrasche e l’impeto del mare. (Pindaro, Partenio 2, frg. 94 b) O poteva controllarle, riportare alla normalità il vento, la furia delle onde e gli altri elementi naturali.

A quale Musa devo rivolgermi con lacrime, con canti funebri o con gemiti di lutto?
Fanciulle alate, vergini figlie della Terra, Sirene, unitevi al mio lamento
portando il flauto libico, la zampogna di Pan o le cetre
rispondete con lacrime alle mie grida lugubri; dolori con dolori, canti con canti.

Elena, Euripide, v.168

Se da una parte sono creature incapaci di procreare e pronte a rapire bambini umani e a divorare gli uomini per trascinarli negli abissi, dall’altra offrono una sensualità tutt’altro che sterile, ma feconda e piena di vita.
L’aura erotica delle sirene viene espressa dal seno florido, dai gioielli preziosi e dai capelli intrecciati e ornati con nastri: un’immagine che la associa senza difficoltà alle etere. Attraverso la spiritualità orfica alla sirena viene attribuito il significato dell’immortalità dell’anima, della comunicazione con il divino e nella riunione con esso dopo la morte del corpo, attraverso un percorso di purificazione. Numerose sirene compaiono su oggetti di appannaggio femminile, in particolare sui vasi di corredi nuziali delle giovani spose insieme ad Afrodite, al cui seguito appartenevano, e agli eroti. Compaiono sugli specchi e sui pettini, ancora ad affiancare Dioniso e i satiri, spiegando come con il matrimonio si perpetui un rinnovamento della vita rappresentato da Dioniso smembrato e in seguito risorto.
Raffigurate sugli specchi delle fanciulle, spesso ne possiedono uno esse stesse: reggono uno specchio rotondo, come la dea Afrodite alla quale assomigliano (il simbolo astrologico di Venere è lo specchio rotondo che sormonta il manico a croce, del resto, e in genetica lo stesso simbolo indica il femminile). Lo specchio rimanda alla superficie dell’acqua e mostra l’abisso. Oppure lo illumina, come lo specchio del pescatore.
Le sirene, come Afrodite, si specchiano. Studiano loro stesse, si indagano, vanno in profondità, cercano la conoscenza sotto la superficie. Allo stesso modo, abbagliano il navigante che giunge fino a loro: lo illuminano, gli mostrano la verità.
Il pettine che usano serve a ravviare la lunga chioma ondulata, che rimanda al mare, al moto ondoso e alla stessa luce, che illumina.
Sono creature della seduzione: seducere significa condurre a parte, trarre in disparte, far deviare, dirottare. Sono quindi creature che costringono al cambiamento. Il loro è un segreto rituale, dal momento che “cosa seduce” non è palese, ma resta nascosto.
Rappresentano il femminile oscuro e acquatico. Quando le si ascolta, lo si fa al di là dei sensi, in una dimensione interiore.

Gli Autori di Luce Nel Nero sono molto affascinati da questa figura mitologica e la ritroverete, nei suoi aspetti di amore e morte, di acqua e di terra, anche ne La Regina dei Serpenti. Seguite il banner!

Odisseo e i defunti – Vampiri nella Grecia Classica – I

Dal diario di Padre Primo:

“Là Perimede e Euriloco le vittime presero e le tennero ferme; e io, sguainata la spada affilata da lungo il fianco, scavai una fossa della misura di un cubito da un lato e dall’altro.
Intorno ad essa libagioni versai per tutti i morti, la prima di latte e di miele, poi di dolce vino, la terza di acqua; e sopra spargevo bianca farina.
Intensa supplica rivolsi alle teste senza forza dei morti: giunto a Itaca, una vacca sterile, la migliore, avrei immolato per loro nella mia casa e colmato una pira di splendide offerte, e per Tiresia, per lui solo, a parte, avrei sacrificato un montone tutto nero, che tra le nostre greggi si distinguesse.
Poi che con voti e preghiere li ebbi pregati, le stirpi dei morti, presi allora le bestie e ad esse il collo recisi sopra la fossa: scorreva il nero sangue fumante. E si affollarono venendo da giù dall’Erebo le anime dei morti defunti: giovani spose e ragazzi e vecchi che molto avevano sofferto e delicate vergini, nell’animo afflitte da recente dolore e molti che il colpo avevano subito di bronzee lance, uomini uccisi in battaglia, con le armi sporche di sangue.
Erano molti ad arrivare intorno alla fossa, di qua e di là, con grida sovrumane: da verde paura io fui preso.
Allora io sollecitai i compagni e ordinai che le bestie che erano a terra, sgozzate da bronzo crudele, scuoiassero bruciassero e che pregassero gli dèi Ade potente e la terribile Persefone.
Io, tratta la spada affilata da lungo il fianco, rimasi lì e non permisi che le teste senza forza dei morti al sangue si accostassero prima di interrogare Tiresia.”
(Odissea, XI, 23 – 50)

Ulisse incontra Tiresia nell'Ade

Ulisse incontra Tiresia nell'Ade

Uno dei primi contatti che abbiamo con i morti bevitori di sangue è quello che ci viene offerto da Odisseo che sulle soglie dell’Erebo invoca l’indovino Tiresia.
Siamo molto lontani dalle creature immonde che conosciamo come “vampiri”, ma la base è la stessa. Quello che conta è che ci troviamo di fronte a dei morti che invece di restare morti come dovrebbe essere a sommo onore e gloria di Dio, se ne escono dalle loro tombe per fare scempio del sangue dei vivi.
Quello che questi spettri (spectrum, spectra nella loro accezione classica, non di incorporeo fantasma, quindi, ma di “ritorno del morto”) cercano è la vita e il sangue ne è l’essenza, il veicolo, la loro strada per ottenere qualcosa che scivola via notte dopo notte dalle loro membra cadaveriche.
Non potendo trattenerla, devono sorbirla ciclicamente. Orrende sanguisughe.
Come dimostra il passo, bramano allo stesso modo la dolcezza del miele e la farina che è il frutto del grano e che a sua volta è il frutto della terra e dei suoi cicli.
Queste bestie infernali appartengono alla terra.
Non rientrano più nei suoi cicli vitali, poichè sono morti, ma li bramano essendone privati.
Vi sono legati perchè la terra è il riposo dei morti e da essa non prescindono: sono corpi incapaci di trovare il riposo e costretti a levarsi come i vivi e tra i vivi portare morte.

La descrizione di queste creature al di fuori della grazia di Dio è quasi banale: senza la linfa, senza il sangue sono ridotti a larve senza forza. Odisseo si riferisce loro come alle “teste senza forza”. Sono innocui, quando non hanno nutrimento, vengono tenuti a bada da una semplice spada, la stessa che l’eroe omerico utilizza per scavare la fossa per le offerte.
Sono caratterizzati dalla brama di sangue: si affollano, lo desiderano, si sporgono per bere dalla fossa il nero sangue come una fiera berrebbe da una polla d’acqua.
Se Odisseo non li tenesse a bada, lo assalirebbero con la ferocia stolida della dipendenza.
Che offusca la ragione, la memoria, la luce:

“Venne mia madre e bevve il sangue nero; subito mi riconobbe e gemendo mi disse alate parole. [...] Esitando nell’animo, volevo prendere tra le braccia l’anima di mia madre defunta. Tre volte mi slanciai e l’animo mio mi spingeva a prenderla: tre volte simile a ombra o a sogno dalle braccia volò via; e a me ancor più nel cuore nasceva acuta pena.”
(Odissea, XI, 206 – 208)

Evocazione degli dèi

qui dunque approdato, eroe, come ti dico,

     scava una fossa d’un cubito per lungo e per largo,

     e intorno a questa liba la libagione dei morti,

     prima di miele e latte, poi di vino soave,

     la terza d’acqua; e spargi bianca farina,

     e supplica molto le teste esangui dei morti.

Odissea, X, 516 – 521