“Di’ un po’ primavera” disse un giorno il dio dei morti “vuoi venire a vedere dove vivo?”
Primavera sollevò le sopracciglia.
Non è che l’idea le piacesse poi tanto, messa giù così.
“Ma è dove ci sono i morti” obiettò.
“Sì.”
“C’è freddo. C’è buio. C’è la nebbia. Perché dovrei venire in un posto così, Aita?”
Aita non rispose subito.
Imbronciò le labbra e lisciò il cappuccio di pelle di lupo. Era bello, Aita, col sole che gli batteva addosso. Nei giorni in cui veniva a trovare Primavera si era anche un po’ abbronzato.
“Perché io non posso vivere a lungo fuori dal mio regno, è la legge del mondo che mi impone di restare là.” Disse alla fine. “Però non posso vivere neanche senza di te.”
Primavera rise e batté i piedi nudi in mezzo ai fiori.
“Che cosa mi dai in cambio?” fece, tutta maliziosa.
Aita si alzò in piedi, lasciando cadere il cappuccio.
Si erse come si ergono gli dèi e mise le mani sui fianchi.
“Io ti darò il potere del temporale e del vento. Ti darò il potere delle bestie della terra, che tu ami! Ecco cosa ti darò.”
Lei lo prese per mano.
“Speravo in un bacio Aita.” Lo prese in giro e rise della sua faccia. “Ma va bene anche così. Andiamo?”
Quando Uni, la madre di Primavera, non la vide tornare, pensò subito al peggio.
Le mamme lo sentono quando le figlie si mettono nei guai.
Interrogò le amiche della sua bambina e loro le parlarono del lupo che compare nella nebbia, nelle notti di inverno, del suo mantello bianco. Bianco come la neve, bianco come i fantasmi, bianco come i morti.
E lei – che amava il sole rovente, la terra profumata e calda, il mare e la schiuma delle onde sugli scogli – sentì che il cuore le diventava troppo pesante da sostenere.
Cadde in ginocchio e con le dita piegate in artigli si afferrò i capelli, con le unghie si tormentò la pelle e mandò un grido lacerante.
Sbatté contro il muro la ciotola del grano, versò a terra il latte e calpestò la frutta dolcissima che aveva raccolto nel pomeriggio.
Si gettò fuori di casa con i denti stretti e gli occhi pieni di lacrime di collera, decisa a fare a pezzi Aita. Lo avrebbe dilaniato coi denti, se lo avesse trovato, e avrebbe ripreso la piccola Primavera.
Pazza di rabbia, galoppò nei campi da Parma a Modena, nella foresta dopo Bologna e fin sugli Appennini, impavida come l’onda del mare.
CONTINUA DA QUI
