Diade – II

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“Di’ un po’ primavera” disse un giorno il dio dei morti “vuoi venire a vedere dove vivo?”
Primavera sollevò le sopracciglia.
Non è che l’idea le piacesse poi tanto, messa giù così.
“Ma è dove ci sono i morti” obiettò.
“Sì.”
“C’è freddo. C’è buio. C’è la nebbia. Perché dovrei venire in un posto così, Aita?”
Aita non rispose subito.
Imbronciò le labbra e lisciò il cappuccio di pelle di lupo. Era bello, Aita, col sole che gli batteva addosso. Nei giorni in cui veniva a trovare Primavera si era anche un po’ abbronzato.
“Perché io non posso vivere a lungo fuori dal mio regno, è la legge del mondo che mi impone di restare là.” Disse alla fine. “Però non posso vivere neanche senza di te.”
Primavera rise e batté i piedi nudi in mezzo ai fiori.
“Che cosa mi dai in cambio?” fece, tutta maliziosa.
Aita si alzò in piedi, lasciando cadere il cappuccio.
Si erse come si ergono gli dèi e mise le mani sui fianchi.
“Io ti darò il potere del temporale e del vento. Ti darò il potere delle bestie della terra, che tu ami! Ecco cosa ti darò.”
Lei lo prese per mano.
“Speravo in un bacio Aita.” Lo prese in giro e rise della sua faccia. “Ma va bene anche così. Andiamo?”

Il ratto di Proserpina - Bernini Gian Lorenzo (1598-1680)

Il ratto di Proserpina (particolare) - Bernini Gian Lorenzo (1598-1680)

Quando Uni, la madre di Primavera, non la vide tornare, pensò subito al peggio.
Le mamme lo sentono quando le figlie si mettono nei guai.
Interrogò le amiche della sua bambina e loro le parlarono del lupo che compare nella nebbia, nelle notti di inverno, del suo mantello bianco. Bianco come la neve, bianco come i fantasmi, bianco come i morti.
E lei – che amava il sole rovente, la terra profumata e calda, il mare e la schiuma delle onde sugli scogli – sentì che il cuore le diventava troppo pesante da sostenere.
Cadde in ginocchio e con le dita piegate in artigli si afferrò i capelli, con le unghie si tormentò la pelle e mandò un grido lacerante.
Sbatté contro il muro la ciotola del grano, versò a terra il latte e calpestò la frutta dolcissima che aveva raccolto nel pomeriggio.
Si gettò fuori di casa con i denti stretti e gli occhi pieni di lacrime di collera, decisa a fare a pezzi Aita. Lo avrebbe dilaniato coi denti, se lo avesse trovato, e avrebbe ripreso la piccola Primavera.
Pazza di rabbia, galoppò nei campi da Parma a Modena, nella foresta dopo Bologna e fin sugli Appennini, impavida come l’onda del mare.

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Diade – I

C’era una volta e una volta non c’era una fanciulla bellissima. Aveva la pelle bianca come la neve e i capelli neri come la terra bagnata dei campi e cantava con la voce dei passeri. Si chiamava Primavera.
Quando camminava sui prati, si diceva, sotto i suoi talloni sbocciavano fiori di campo per tutta la pianura e quando si alzava a toccare i rami del melo questi subito si coprivano di boccioli bianchissimi, come se fossero fatti di luce. Anche i ciliegi sparsi per le valli verso Modena si coprivano di fiori candidi.

Di tanto in tanto Primavera si fermava a raccoglierli e a intrecciarli in corone per ornarne le porte delle case. In questo modo gli spiriti del vento avrebbero accarezzato i davanzali e non avrebbero ribaltato le canne che tenevano su il bucato; gli spiriti dell’acqua avrebbero portato la pioggia argentata sui campi e gli spiriti della terra avrebbero cullato i semi tra le loro dita verdi.
Insieme alle sue amiche, Primavera si sedeva nei prati umidi e intrecciava i fiori bianchi dei campi e degli alberi.
Sul limitare della foresta qualcuno spesso veniva a guardarla, senza uscire dagli alberi.

C’era un lupo che sembrava uno spettro, perchè aveva il mantello bianco come la neve, gli occhi neri come la terra bagnata dei campi e ululava con la voce dei morti.
Spiava le fanciulla nei prati acquattato nell’ombra delle radici, il naso affondato tra le zampe e in mezzo ai funghi. Quando le ragazze lo videro, stagliato con le sinistre orecchie a punta in mezzo alle querce, ebbero paura: abbandonarono le corone di fiori e scapparono via, verso le case e si chiudero dentro.
Anche Primavera scappò via.
Prima di arrivare alle case, però, si fermò.
Primavera non aveva paura di niente, figurarsi dei lupi. Primavera si arrampicava sugli alberi per prendere le mele quando tutte le altre bambine rimanevano sotto con le mani tese e la imploravano di farle cadere. Primavera si intrecciava i capelli con le bisce verdi che trovava nell’erba  o nelle legnaie e non permetteva ai contadini di ucciderle con le zappe. Qualcuna la usava come braccialetto.
Primavera si fermò e si girò per guardare il lupo.
Era uscito dal bosco, silenzioso come  un morto.
Si era alzato sulle zampe anteriori e camminava curvo come un vecchio, col muso aperto sulle fauci taglienti che penzolava in avanti.
Primavera ebbe un po’ di timore nel vederlo così strano, ma si impose di rimanere dov’era.
Il lupo si raddrizzò e non era più come un vecchio: era invece un giovane abbronzato con la barba nera e forte e una pelliccia bianca che lo avvolgeva facendogli da mantello caldo. La testa del lupo gli faceva da cappuccio, proteggendolo dal vento.
“Ciao, Primavera” le disse. Aveva la voce come il vento d’inverno.
“Ciao” rispose lei al dio dei morti.

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