Diade – V

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Uni era una giumenta che scendeva le scale del regno dei morti. Uno zoccolo dopo l’altro, affondava nella terra, la scrollava e proseguiva. Aveva gli occhi come due pozze nere e si guardava attorno da sotto al criniera ispida che le scendeva sul collo.
“Uni, signora dell’estate e dei mari” la salutò Aita. “Non ti è concesso scendere nell’Oltretomba, perché tu sei viva.”
La madre di Primavera si alzò sulle zampe posteriori, mulinò gli zoccoli possenti e mandò una risata cavallina nell’aria. Aita capì che nemmeno lei vedeva niente, nel regno dei morti, ma che con il suo saluto si era tradito: lei lo aveva sentito.
Ebbe il tempo di gettarsi di lato che Uni era balzata sul trono e con gli zoccoli ne frantumava i braccioli e il seggio.
“Oi, Uni!” fece Aita “Guarda che così rovini tutto!”
Lei sembrava contenta, invece, perché rise ancora e ancora parve localizzarlo. Puntò su di lui e lo colpì alla tempia, facendo rotolare in mezzo ai fiori il dio dei morti, che sparse sangue. Uni si fermò, in attesa, come per sentirlo, e Aita anche se avrebbe voluto gridare di dolore e di collera si costrinse a stare zitto mentre si rialzava, la guancia rossa di sangue.
Scoprì i denti e ringhiò, lanciandosi addosso alla giumenta. Nel balzo si mutò in lupo e le affondò i denti tra il collo e la spalla.

Aita il dio dei morti

Aita il dio dei morti

Primavera si svegliò, imbronciata. Si diceva che il regno dei morti fosse un mortorio, invece c’era un casino che non si poteva chiudere occhio.
“Oi, Aita, cos’è che succede?” si stiracchiò, in mezzo ai bambini piumati. “Hai dato una festa?”
E che festa. Quando guardò giù dal melograno vide sua madre e il suo innamorato che si pestavano come se si volessero ammazzare.
“Cosa fate?” strillo, e si diede un gran da fare per scendere. “Ma siete matti! Fermatevi!”
Fece cadere dei frutti, spintonò giù una bambina dalle ali di gufo che per fortuna svolazzò subito su, sui rami più alti, prima di cadere a terra. Qualcuno dei più piccoli, nel vedere Uni che scalciava Aita, si era messo a piangere, nascondendo il faccino sotto le ali.
“Dài, anche tu, stai buono!” fece Primavera, e già si era messa a correre in mezzo ai fiori, verso Aita e verso sua madre.

 Quando Uni sentì la voce di Primavera, temette che il cuore le sarebbe scoppiato d’amore. Mandò un nitrito disperato, ma subito si gelò, nella tenebra densa.
Non c’era più il respiro di Aita, vicino a lei, anzi! Il fruscio dei suoi passi si allontanava e andava verso la voce della sua bambina. Orrendo lupo dei morti.
Tirò le labbra sui denti e si lanciò al galoppo, veloce e potente come l’onda del mare sulla risacca. Nitrì di gioia quando travolse il corpo del lupo e gli passò sopra, pestandolo con forza, piantandogli gli zoccoli nel ventre morbido sotto la pelliccia, sulla testa per frantumargli le ossa.
L’aveva preso e per la gioia non sentiva nemmeno il dolore alla spalla, nemmeno la ferita al collo che sanguinava copiosa.
Uni non si domandò, sul momento: cosa succede se muore il dio dei morti?

 Primavera mandò un grido e cadde sulle ginocchia. La giumenta sua madre le passò di fianco, al trotto e sembrava soddisfatta nello spandere sui fiori bianchi il sangue proprio e quello di Aita.
Il lupo non si muoveva, raggomitolato a terra. Sembrava uno straccio, tutto intriso di rosso.
“Mamma. Mamma, cos’hai fatto?”
“Ha avuto quello che si meritava” disse Uni, che intanto era tornata donna e ansimava per la fatica. “Ma dove sei, Primavera?”
“Mamma, sono qui.”
Primavera si era messa a piangere, perché Aita era morto, tutto solo in mezzo ai petali delle anime, e perché sua madre era cieca e ferita, nel regno dei morti. Così l’abbracciò e Uni la strinse forte in risposta e la cullò, lì in mezzo ai fiori. Piano piano il sangue di Uni si asciugò e le sue ferite si chiusero, perché Uni era la vita e la vita è sempre molto forte.
Primavera era molto contenta che sua madre si fosse ristabilita. Ma sul petto di lei continuò a disperarsi per avere perso Aita.
“Primavera, smettila di piangere.” Alla fine, dopo averle accarezzato i capelli, sua madre la scrollò un po’. “Aita è ancora vivo, non senti che respira? Non ho ammazzato quello stupido lupo, anche se ci sono andata molto vicina.” (E Primavera sentì nella voce di sua madre una nota di soddisfazione.)
Però era vero.
Tutto afflosciato, Aita era ancora vivo. Il suo pelo era tutto rosso e secco di sangue raggrumato, il muso lungo affondato tra le zampe lasciava scoperti i denti, e attorno a lui tutti i bambini rapaci erano scesi dai melograni per andarlo a vedere. Una ragazzina tirava su col naso e con la mano lo spingeva sul fianco, per vedere se si muoveva.
“Aspettate, aspettate!” Primavera allora saltò il corpo del lupo e i bambini, zampettando fino agli alberi e si riempì le tasche di frutti. “Se hanno fatto tanto bene a me, faranno bene anche ad Aita?”
“Che cosa?” fece subito Uni, che non vedeva niente, ma Primavera non perse tempo. Aprì un frutto a metà e spinse una manciata di chicchi succosi sulla lingua del dio dei morti.

Uni la dea del raccolto

Uni la dea del raccolto

Il dio dei morti non poteva morire. Se così fosse accaduto, non ci sarebbe stato più nessun Oltretomba e nessun morto avrebbe saputo dove andare, quando la sua vita fosse finita. E in poco tempo anche la terra dei vivi avrebbe finito per essere messa in grande disordine.
Quindi, Aita non poteva morire.
Però poteva sentire dolore fisico e ne stava provando davvero tantissimo. Fu molto contento di sentire attorno a sé tutte le Lasa, (i bambini e le bambine dell’Oltretomba) e ancora più contento divenne quando sentì che Primavera piangeva per lui e che aveva un piano per farlo sentire meglio.
A fatica, ma anche con grande gioia, masticò i semi di melagrana e li trovò più buoni del solito.
Di certo è perché me li dà Primavera, pensò, e con un uggiolio ne domandò ancora.
E più ne mangiava più sentiva che le ferite del suo corpo guarivano. Più ne inghiottiva sentiva anche qualcosa di nuovo: era come se i semi di Primavera stessero accendendo una luce bianca e dolcissima dentro di lui, nel punto più nascosto, tra il cuore e lo stomaco.
E questa luce inondava il suo corpo e si irradiava in grandi cerchi, come quelli che avevano fatto lui e Primavera nel fiume, durante la gara di sputi. Era una sensazione bellissima.
Gli faceva sentire con sicurezza che non solo esistevano il regno dei morti e quello dei vivi, ma che c’era qualcosa proprio in mezzo, qualcosa a cui lui prima non aveva mai pensato, e che dava un senso alla vita di tutte le anime che alla fine andavano a germogliare da lui.
Si alzò a sedere e non era più un lupo, era di nuovo il re. Come un re, incrociò le gambe tra i fiori.
Guardò Primavera e le sorrise, pieno d’amore.Poi guardò Uni, tutta accigliata e fiera che teneva alto il mento e anche se non lo vedeva fissava più o meno nella sua direzione. Sentì, con sorpresa, che stava nascendo un tenero affetto anche per lei.
E lo sentì, travolgente e giocoso, anche nel passare lo sguardo sulle Lasa, accovacciate tutt’attorno.
“Sai, Primavera?” le disse, con la voce ancora un po’ impastata di sangue e di luce, “Ti avevo detto che per venire qui avresti dovuto morire un pochino. Per venire su, anch’io ho dovuto assaggiare un po’ di vita ed è stato quando ti ho vista. Mangiando quella che mi hai dato tu oggi, siamo finalmente pari.”
“Ah sì?” fece subito Uni, dubbiosa.
“Sì” tagliò corto Aita. “Quello che sentivo solo per tua figlia adesso, in misura minore, lo sento per tutte le cose. Per te, per esempio, lo sento in misura molto, molto, molto minore. Però c’è.”
Uni aprì la bocca per dire qualcosa, ma non fece in tempo, perché Primavera gli si era gettata addosso per abbracciarlo, rimandandolo steso tra i fiori come aveva fatto sua madre.
Ma in modo molto, molto, molto più piacevole.

Diade – III

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Primavera, coi piedi nell’erba, ne spostò uno avanti, sopra la soglia degli inferi. Era fredda da non credere. Era fatta di neve.
Quando ci mise anche l’altro, il prato che si era lasciata alle spalle ingiallì e tutte le foglie degli alberi divennero dorate.
“Che cosa strana” disse lei. “Senti un attimo, Aita. A venire giù non dovrò mica lasciarci le penne, eh?”
“Sarai mica matta?” Rise lui. “Gli dèi non possono lasciarci le penne. Certo però, per venire nel regno dei morti dovrai morire almeno un pochino.”
“E come si fa a morire un pochino?”
Aita non rispose. Mutando se stesso in un bel lupo bianco, le era passato davanti e trotterellava giù per la scala degli inferi, tutta di terra nera che nel nero affondava.
“Ma miseriaccia” borbottò lei e piano piano cominciò a scendere. “Almeno aspettami, eh!”

"Persephone" - ritratto di Wagner

"Persephone" - ritratto di Wagner

Il mondo dei defunti era freddo.
Primavera sentiva il gelo sotto la pianta dei piedi che le si arrampicava, fatto come una mano, su per le caviglie e le gambe e da lì in tutto il corpo. Sentì un vento strano che arrivava da terra e le frustava la veste con un fischio che sembrava un canto di donna. Sentì le labbra secche e la pelle del viso che si tirava, intirizzita, come quando le capitava di perdersi nella nebbia, verso Ferrara.
Il mondo dei defunti era nero.
Non si vedeva niente, tutt’attorno.
Non vedeva nemmeno Aita, di fianco a lei, che agitava la coda tutto felice.
Primavera allungò la mano a cercarlo. Lo accarezzò tra le orecchie appuntite e lui prese di nuovo sembianze umane, per stringerle le mani.
“Beh?” la incitò, visto che lei non diceva niente. “Allora ti piace dove vivo?”
“Piacermi è una parolona, Aita.”
“Dici che è brutto?”
“Dico che non vedo niente di niente.”
Primavera ci mise un po’ a far capire al dio dei morti che intorno per lei c’era solo buio pesto, perché a quanto pareva lui ci vedeva benissimo, là sotto. Tutto concitato le spiegò che erano nella sua sala del trono fatta d’argento e che sembrava di vedere la luna del cielo standoci all’interno. Le disse del grande prato di fiori bianchi che si estendeva a perdita d’occhio e di come ognuno di essi fosse l’anima di un morto, che si dondolava nel vento aspettando di tornare nel mondo dei vivi dentro la pancia di una donna gravida. Le raccontò delle ancelle che aspettavano, sedute sugli alberi, che lei le guardasse per poterla salutare.
“Ci sono anche degli alberi?” Primavera spalancò gli occhi, nella tenebra che la circondava.
“Ce ne sono sì” confermò Aita. “Sono alberi pieni di melagrane, dovresti proprio vederli. Quando muore qualcuno in battaglia o quando mi vengono tributati dei sacrifici, il sangue delle vittime viene bevuto dalle radici. Così i frutti diventano grandi e profumati.”
“Mi piacerebbe proprio vederli, Aita.” Fece lei, passando il peso da un piede all’altro. Si sentiva un po’ delusa dall’essere in un posto così bello e terribile e non poter vedere niente.
Lui si allontanò dal suo fianco e Primavera si strinse tutta nella veste, battendo i piedi per terra. Sentì che Aita andava verso gli alberi e urlava alle sue ancelle, da sotto: “Buttatemi giù una melagrana, dài!” e poi sentì il tonfo del frutto che cadeva e lui che si lamentava.
“Ahia! Mi è caduta in testa” spiegò e Primavera rise.
Poi successe qualcosa di molto strano.
Una cosa che di solito non capita, pensò Primavera, quando ci si prova con i frutti nei campi. Successe che Aita aprì il frutto a metà e dentro la melagrana era piena di luce. Tanto che Primavera dovette chiudersi gli occhi coi palmi e riaprirli poco a poco, sbirciando tra le dita.
“Tieni.”
Aita gliene diede una metà e a lei parve di tenere in mano uno spicchio di luna.
Adesso nel buio scorgeva le proprie mani, attorno alla sua metà del frutto. E quelle di Aita, belle mani grandi con gli unghioli del lupo, che incorniciavano la parte rimanente.
“Che cosa incredibile che il sangue faccia tanta luce, Aita, eh?”
“Dici che fa luce?”
“Ti dico di sì. Una luce tremenda!”
“E non hai ancora sentito come sono buone.”
Aita si ficcò in bocca la sua metà di melagrana e lei vide prima le sue labbra, quando le aprì per mordere, poi di nuovo più niente.
“Adesso le assaggio, eh.”
Prese con le dita appena quattro chicchi di luce, dalla sua metà del frutto, e poi li mise in bocca. Erano dolcissimi.
“Sembra di zucchero a velo! Come quello che la mamma mette sulla torta per la colazione!”
“Chissà” si domandò Aita “se la tua mamma ne preparerebbe una anche per me!”
Non ebbe risposta.
Primavera spalancò gli occhi e lasciò cadere la metà del frutto per terra che le rotolò tra i piedi. Emise un ooooh di stupore, dimenticando qualsiasi torta.
Erano bastati quattro chicchi di melagrana per illuminarla da dentro la pancia e adesso vedeva tutto quello che Aita le aveva descritto: il trono d’argento, i fiori che danzavano nel vento.
Vide che sugli alberi, spogli come le dita di una mano svettanti da terra, c’erano dei bambini e delle bambine, tutti con le ali dei gufi al posto delle braccia e che facevano dondolare i piedi dai rami.
“Ciao! Ciao, Primavera!” la salutarono tutti.
“Porca vacca” sussurrò lei.

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