Uni era una giumenta che scendeva le scale del regno dei morti. Uno zoccolo dopo l’altro, affondava nella terra, la scrollava e proseguiva. Aveva gli occhi come due pozze nere e si guardava attorno da sotto al criniera ispida che le scendeva sul collo.
“Uni, signora dell’estate e dei mari” la salutò Aita. “Non ti è concesso scendere nell’Oltretomba, perché tu sei viva.”
La madre di Primavera si alzò sulle zampe posteriori, mulinò gli zoccoli possenti e mandò una risata cavallina nell’aria. Aita capì che nemmeno lei vedeva niente, nel regno dei morti, ma che con il suo saluto si era tradito: lei lo aveva sentito.
Ebbe il tempo di gettarsi di lato che Uni era balzata sul trono e con gli zoccoli ne frantumava i braccioli e il seggio.
“Oi, Uni!” fece Aita “Guarda che così rovini tutto!”
Lei sembrava contenta, invece, perché rise ancora e ancora parve localizzarlo. Puntò su di lui e lo colpì alla tempia, facendo rotolare in mezzo ai fiori il dio dei morti, che sparse sangue. Uni si fermò, in attesa, come per sentirlo, e Aita anche se avrebbe voluto gridare di dolore e di collera si costrinse a stare zitto mentre si rialzava, la guancia rossa di sangue.
Scoprì i denti e ringhiò, lanciandosi addosso alla giumenta. Nel balzo si mutò in lupo e le affondò i denti tra il collo e la spalla.
Primavera si svegliò, imbronciata. Si diceva che il regno dei morti fosse un mortorio, invece c’era un casino che non si poteva chiudere occhio.
“Oi, Aita, cos’è che succede?” si stiracchiò, in mezzo ai bambini piumati. “Hai dato una festa?”
E che festa. Quando guardò giù dal melograno vide sua madre e il suo innamorato che si pestavano come se si volessero ammazzare.
“Cosa fate?” strillo, e si diede un gran da fare per scendere. “Ma siete matti! Fermatevi!”
Fece cadere dei frutti, spintonò giù una bambina dalle ali di gufo che per fortuna svolazzò subito su, sui rami più alti, prima di cadere a terra. Qualcuno dei più piccoli, nel vedere Uni che scalciava Aita, si era messo a piangere, nascondendo il faccino sotto le ali.
“Dài, anche tu, stai buono!” fece Primavera, e già si era messa a correre in mezzo ai fiori, verso Aita e verso sua madre.
Quando Uni sentì la voce di Primavera, temette che il cuore le sarebbe scoppiato d’amore. Mandò un nitrito disperato, ma subito si gelò, nella tenebra densa.
Non c’era più il respiro di Aita, vicino a lei, anzi! Il fruscio dei suoi passi si allontanava e andava verso la voce della sua bambina. Orrendo lupo dei morti.
Tirò le labbra sui denti e si lanciò al galoppo, veloce e potente come l’onda del mare sulla risacca. Nitrì di gioia quando travolse il corpo del lupo e gli passò sopra, pestandolo con forza, piantandogli gli zoccoli nel ventre morbido sotto la pelliccia, sulla testa per frantumargli le ossa.
L’aveva preso e per la gioia non sentiva nemmeno il dolore alla spalla, nemmeno la ferita al collo che sanguinava copiosa.
Uni non si domandò, sul momento: cosa succede se muore il dio dei morti?
Primavera mandò un grido e cadde sulle ginocchia. La giumenta sua madre le passò di fianco, al trotto e sembrava soddisfatta nello spandere sui fiori bianchi il sangue proprio e quello di Aita.
Il lupo non si muoveva, raggomitolato a terra. Sembrava uno straccio, tutto intriso di rosso.
“Mamma. Mamma, cos’hai fatto?”
“Ha avuto quello che si meritava” disse Uni, che intanto era tornata donna e ansimava per la fatica. “Ma dove sei, Primavera?”
“Mamma, sono qui.”
Primavera si era messa a piangere, perché Aita era morto, tutto solo in mezzo ai petali delle anime, e perché sua madre era cieca e ferita, nel regno dei morti. Così l’abbracciò e Uni la strinse forte in risposta e la cullò, lì in mezzo ai fiori. Piano piano il sangue di Uni si asciugò e le sue ferite si chiusero, perché Uni era la vita e la vita è sempre molto forte.
Primavera era molto contenta che sua madre si fosse ristabilita. Ma sul petto di lei continuò a disperarsi per avere perso Aita.
“Primavera, smettila di piangere.” Alla fine, dopo averle accarezzato i capelli, sua madre la scrollò un po’. “Aita è ancora vivo, non senti che respira? Non ho ammazzato quello stupido lupo, anche se ci sono andata molto vicina.” (E Primavera sentì nella voce di sua madre una nota di soddisfazione.)
Però era vero.
Tutto afflosciato, Aita era ancora vivo. Il suo pelo era tutto rosso e secco di sangue raggrumato, il muso lungo affondato tra le zampe lasciava scoperti i denti, e attorno a lui tutti i bambini rapaci erano scesi dai melograni per andarlo a vedere. Una ragazzina tirava su col naso e con la mano lo spingeva sul fianco, per vedere se si muoveva.
“Aspettate, aspettate!” Primavera allora saltò il corpo del lupo e i bambini, zampettando fino agli alberi e si riempì le tasche di frutti. “Se hanno fatto tanto bene a me, faranno bene anche ad Aita?”
“Che cosa?” fece subito Uni, che non vedeva niente, ma Primavera non perse tempo. Aprì un frutto a metà e spinse una manciata di chicchi succosi sulla lingua del dio dei morti.
Il dio dei morti non poteva morire. Se così fosse accaduto, non ci sarebbe stato più nessun Oltretomba e nessun morto avrebbe saputo dove andare, quando la sua vita fosse finita. E in poco tempo anche la terra dei vivi avrebbe finito per essere messa in grande disordine.
Quindi, Aita non poteva morire.
Però poteva sentire dolore fisico e ne stava provando davvero tantissimo. Fu molto contento di sentire attorno a sé tutte le Lasa, (i bambini e le bambine dell’Oltretomba) e ancora più contento divenne quando sentì che Primavera piangeva per lui e che aveva un piano per farlo sentire meglio.
A fatica, ma anche con grande gioia, masticò i semi di melagrana e li trovò più buoni del solito.
Di certo è perché me li dà Primavera, pensò, e con un uggiolio ne domandò ancora.
E più ne mangiava più sentiva che le ferite del suo corpo guarivano. Più ne inghiottiva sentiva anche qualcosa di nuovo: era come se i semi di Primavera stessero accendendo una luce bianca e dolcissima dentro di lui, nel punto più nascosto, tra il cuore e lo stomaco.
E questa luce inondava il suo corpo e si irradiava in grandi cerchi, come quelli che avevano fatto lui e Primavera nel fiume, durante la gara di sputi. Era una sensazione bellissima.
Gli faceva sentire con sicurezza che non solo esistevano il regno dei morti e quello dei vivi, ma che c’era qualcosa proprio in mezzo, qualcosa a cui lui prima non aveva mai pensato, e che dava un senso alla vita di tutte le anime che alla fine andavano a germogliare da lui.
Si alzò a sedere e non era più un lupo, era di nuovo il re. Come un re, incrociò le gambe tra i fiori.
Guardò Primavera e le sorrise, pieno d’amore.Poi guardò Uni, tutta accigliata e fiera che teneva alto il mento e anche se non lo vedeva fissava più o meno nella sua direzione. Sentì, con sorpresa, che stava nascendo un tenero affetto anche per lei.
E lo sentì, travolgente e giocoso, anche nel passare lo sguardo sulle Lasa, accovacciate tutt’attorno.
“Sai, Primavera?” le disse, con la voce ancora un po’ impastata di sangue e di luce, “Ti avevo detto che per venire qui avresti dovuto morire un pochino. Per venire su, anch’io ho dovuto assaggiare un po’ di vita ed è stato quando ti ho vista. Mangiando quella che mi hai dato tu oggi, siamo finalmente pari.”
“Ah sì?” fece subito Uni, dubbiosa.
“Sì” tagliò corto Aita. “Quello che sentivo solo per tua figlia adesso, in misura minore, lo sento per tutte le cose. Per te, per esempio, lo sento in misura molto, molto, molto minore. Però c’è.”
Uni aprì la bocca per dire qualcosa, ma non fece in tempo, perché Primavera gli si era gettata addosso per abbracciarlo, rimandandolo steso tra i fiori come aveva fatto sua madre.
Ma in modo molto, molto, molto più piacevole.
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