La Dodecapoli: Marzabotto

Necropoli di Marzabotto

Necropoli di Marzabotto

L’antica città di Misa fu costruita due volte. Una volta quando fu fondata, perfino prima che nascessimo Pompon e io; una volta dopo la nostra morte, in onore di quel che fummo e di quello che eravamo diventati. Allora le diedero il nome di Kainua, che significava città nuova.
Era una delle più importanti della Dodecapoli, per i commerci e per la sua posizione. Era un nodo strategico lungo la via di transito che collegava la nostra Dodecapoli da una parte a quella tirrena e ancora più a sud, alle colonie greche; dall’altra parte a nord con le popolazioni d’oltralpe, con i celti che solo a cento anni dalla costruzione della città nuova, furono gli artefici della fine del mio popolo.
Ricordo le strade ampie, fatte tutte con i ciottoli del fiume, bianchi come il ventre dei pesci. Il fiume che i celti in seguito chiamarono Reno, colui che scorre, era alla base della vita della cittadina. Era stata creata una rete di acquedotti e canalette di scolo tra le case ampie, ognuna con la sua bottega che dava sulla strada. Camminare per Misa era come camminare in un reticolato di ciottoli di fiume e di acqua verde che scivolava tra le strade.
Ogni casa aveva il suo pozzo, un occhio liquido che scrutava dalle profondità della terra, sul quale si appoggiavano le colombe.
A Misa viveva la Lupa.
Si diceva che fosse la più grande tra le streghe del fiume, la più brava a interpretare i vaticini e gli aruspici.
Era una donna piccola e anziana che tutte le mattine cantava vicino al pozzo mentre suo marito lavorava in bottega. Pettinava con cura i capelli e li annodava con nastri. Quando il sole era alto, se ne andava verso est, senza smettere di cantare.

Fiume Reno

Fiume Reno

Arrivava al fiume e trascorreva il pomeriggio nel canneto, insieme ai grandi stormi di passeri che arrivavano col vento.
Di tanto in tanto tornava con uno o due di loro, da aprire sull’ara per esaminarli, per scoprire nel loro ventre i futuri movimenti della terra e delle tempeste.
Fu in quel modo che seppe di me e di Pompon.
Pianse per tutta la notte e per tutto il giorno a seguire, ma questo non poté impedire lo svolgersi degli eventi.
Dopo la nostra morte, Misa venne ricostruita e divenne Kainua: un’acropoli fiorente d’acqua e di commercio stretta tra due necropoli. Due terre dei morti che sorgevano a nord e a est della città.
Un sepolcreto per me, tagliato dalla strada che correva verso Felsina.
Un sepolcreto per Pompon, verso il fiume e verso i canneti, tra le colombe e i passeri che arrivavano col vento.
Quando scesero i celti, poi, ben prima dei romani, e fecero scempio di Kainua, si domandarono a cosa servissero ben due città dei morti per una sola città dei vivi. Stanziarono lì uno dei loro più grossi accampamenti militari e per contro ficcarono i loro defunti nei pozzi, nelle cisterne, nei canali di scolo.
Ai celti non piacque mai troppo andare a scavare nelle terre dei morti attorno a Kainua.

Tomba nella necropoli di Marzabotto, particolare. L'uovo simboleggia la rinascita dopo la morte.

Tomba nella necropoli di Marzabotto, particolare. L'uovo simboleggia la rinascita dopo la morte.

Phersipnai la Rapace

Le notti d’estate danno sollievo dal caldo rovente.
Di giorno, il sole inaridisce le campagne. Matura il grano ma brucia le strade, l’asfalto incandescente solleva la polvere.
Di notte, invece, i grilli cantano la loro melodia sottile e il vento dà tregua soffiando tra le porte e le finestre aperte, sollevando le tende.
Ci si siede in giardino e si parla fino a tardi. Si balla sotto il patio o sulla veranda. Si guarda la luna che descrive nel cielo un’arco d’argento al suo passaggio.
D’estate non si ha paura della morte. Non sembra un momento fatto a pensare a quello.
Eppure una volta si raccontava che gli spettri uscissero quando il sole era più accecante: si poteva riconoscerli soltanto dal fatto che fossero senz’ombra. Parlavano con la voce delle cicale e facevano scendere l’intorpidimento nei vivi. Quando fossero stati abbastanza assonnati da chiudere gli occhi, gli spiriti li avrebbero portati via per sempre.
Per ricordarsi della morte, anche sotto tutti quei colori brillanti, le bambine dovevano piantare fiori profumatissimi in un vaso e portarli ai crocicchi delle strade.
Andavano appoggiati sugli altari di pietra dedicati alla Madonna, che erano lì dai tempi antichi, e lasciati lì a seccare.
Un sacrificio. Un monito per ricordarsi delle stagioni della vita e della morte anche d’estate, quando la vita era così forte, lucente e sontuosa da far dimenticare tutto il resto.

La dea Phersipnai. Pompon la rapace.

Nei crepuscoli d’estate si sente per tre volte lo stridio del rapace.
Lo si vede volare contro il cielo viola dell’alba, oppure planare nell’oro del tramonto. E’ il momento di mezzo quando smettono di cantare le cicale e iniziano a cantare i grilli.
E’ il momento in cui, bianca e regale, la dea Phersipnai scende dal cielo ed esamina gli altari, afferra i fiori con le zampe unghiute.
Attende che il suo seguito di creature alate scenda dai nidi sugli alberi e insieme beccano la terra. Cercano semi di grano non ancora dischiusi, sfilano le anime dei morti che si sono incastrate tra le zolle. Quando le trovano si alzano in volo e le conducono nelle terre dei defunti.
Devono fare in fretta: prima che il sole sorga o che tramonti del tutto. Prima che Phersipnai abbia gridato nel cielo per la terza volta.

Aita il Lupo

La comparsa di un lupo bianco, sulle colline del bolognese, era ritenuta di buon auspicio. Arrivava con le prime nevi che imbiancavano le vaste pianure di Marzabotto o di San Giovanni in Persiceto o più su, nei boschi di pini.
In città la neve arrivava più tardi: Bologna era abile a ritardare l’inverno con le sue luci calde e le mura rosse dei palazzi seicenteschi.
Si sentiva solo il vento bianco, durante i primi tempi freddi, che sibilava tra i vicoli e invadeva la piazza. Ma fuori dalle mura arrivava la nebbia come un sudario dolce. La neve a coprire le tracce dei vivi sulla terra.
Con l’inverno cominciava il tempo dei morti.
Vedere un lupo bianco, in questo periodo dell’anno, era considerato di buon auspicio.
Voleva dire che c’era qualcuno a vegliare sui morti: si assicurava che morissero bene, che morissero sereni; si accertava che compissero il loro viaggio attraverso la terra senza distrazioni.
Soprattutto, prometteva con la sua presenza che i defunti non tornassero a disturbare i vivi.
Allora si offrivano doni.
Prima di andare a dormire si metteva sulle finestre un piatto colmo di latte nel quale potesse specchiarsi la luna, in modo da renderlo dolce per il dio dei morti. Si lasciava una ciotola di sangue del maiale ucciso vicino alla porta, anche se coagulava andava bene lo stesso.
Si aveva pazienza se il lupo divorava due o tre galline, perché era una fortuna che non prendesse nient’altro.
Sarebbe stato peggio se, nelle pianure attorno a Bologna, nessuno avesse visto il lupo bianco con le prime nevi.

Il dio Aita. Ramtha il lupo.

Lo si salutava, allora, come un vecchio amico.
Sebbene fosse spaventoso vederlo di notte, candido come la neve e bianco come uno spettro tra i rami coperti di brina e la terra nera, lo si sentiva familiare quanto una quercia millenaria oppure il vecchio casolare costruito di fronte alla casa di infanzia.
I bambini domandavano ai nonni se lo avessero visto e loro rispondevano di sì. E anche i loro nonni avevano risposto di sì, quando i vecchi di adesso e allora bambini avevano fatto la stessa domanda. E anche i nonni dei nonni avevano detto di sì.
A ritroso nel tempo si perdeva la memoria degli eventi, ma il dio Aita era sempre nei ricordi di tutti.