Oltre la soglia

Scenderai la scala, che sprofonda nella terra tra due mura intonacate.
Giù, troverai la porta.


Ai lati sono dipinte due figure temibili, che ti tardeggeranno con occhi di fuoco. Temile, figlio, perchè sono i guardiani.
Vanth, alla tua destra, è la dea alata che porta la fiaccola per dissipare le tenebre, e la chiave per aprire le porte degli inferi. E’ accompaganata dalle Lasa, figlio, come tua madre quando plana nel vento.
Esse accompagnano i defunti dalla terra dei vivi a quella dei morti.
Alla tua sinistra, Charun, il traghettatore del fiume dell’oltretomba. Ai morti, domanda due monete.
Ma tu sei vivo e, poiché ti mando io, apri la porta.
Oltre la soglia, regnano Aita e Phersipnai, seduti su troni di legno e oro, con i piedi nudi che affondano nella terra.
Tutte le anime che giungono a loro, vengono dalle loro dita smembrate in tre parti.
Senza dolore o lacrime, ma con la semplicità con cui una bambina sfoglia una margherita.
Una parte va a finire nel Lare, il dio tutelare della famiglia a cui è appartenuto il defunto, che così diventa più forte, più potente e antico, con radici vive. Immaginalo come un albero, il Lare.
Una seconda parte si divide a sua volta in due, i Mani. Uno d’ombra e uno di luce, uno maschile e uno femminile, con le loro sembianze ripropongono quelle dei sovrani dell’Oltretomba. Hanno accompagnato il defunto per tutta la sua vita mortale, guidandolo nelle scelte, aspettandolo alle biforcazioni e ai crocicchi. E adesso è a loro che i cari ancora in vita si rivolgeranno nelle loro preghiere e che renderanno conto delle azioni della vita spesa davanti al trono degli Sposi.
Ciò che ne resta, viene presa nelle gelide mani di Phersipnai.
La Regina incurva la schiena come una bestia splendida e pianta l’anima nella terra degli inferi, come un fiore.
Quando sarà pronta, essa rinascerà nella terra dei vivi, in un bambino nuovo.

I Lari

Particolare del Larario della Casa dei Vetti di Pompei

 

Secondo un’antica idea diffusa nelle antiche terre mediterranee, agli esseri umani non apparterrebbe un solo ‘io’, ma piuttosto un insieme di differenti ‘io’. L’essere umano era concepitoo quale somma di tre principali identità o ‘corpi’: il corpo fisico, l’ombra e il demone, o doppio.
Al momento della morte avviene una separazione delle parti: il corpo fisico decade ed è riassorbito dalla terra, mentre la parte sviluppatasi durante la vita, la ‘persona’, rilascia un ombra destinata a un’effimera esistenza nel post mortem o, eventualmente, a rinascere ancora dopo avere bevuto alla fonte dell’oblio, la cui acqua ha il potere di cancellare il ricordo di sè e dell’esistenza trascorsa.

Il terzo elemento è il demone, chiamato dagl Egizi Ka. Per gli antichi Romani il demone era a sua volta composto da varie parti, chiamate Lari (Lares) e Mani (Manes).
I Manes erano due per ciascun individuo, uno benefico e l’altro malefico.
Con Lare si designava un’entità collettiva di natura divina.
I singoli individui non sarebbero che l’emanazione di un Lare, al quale si riuniscono dopo la morte.
Il Lare era ritenuto un genio dal quale derivava un ceppo, una gens, un lignaggio o famiglia. Il Lare era associato alla Madre Terra che era detta Mater Larum, madre dei lari.
Ciascun ceppo o famiglia o gens era riconducibile a un Lare come i vari rami di un albero si rifanno tutti al grande tronco che li riunisce in sè.
Il Lare è anche la somma di tutti gli antenati che a lui erano ritornati dopo la morte.
L’anima, alla morte, ritorna presso il proprio Lare, il ceppo originale la cui sede era collocata nel sottosuolo della Madre Terra.

Da Misteri Etruschi – Magia, Sacralità e Mito nella più antica civiltà d’Italia di Giovanni Feo – Stampa Alternativa, Speciale Eretica, 2004.

I Mani

Quindi invoca gli dèi Mani e te, che governi i Mani e il guardiano dei cancelli dello stagno del Lete, poi legge una formula magica e, minaccioso invoca con furente voce che si raccolgano le anime dei morti o siano placate; sparge sangue sugli altari e immola forti pecore, e riempie la spelonca di molto sangue, ne beve e con la mano sinistra versa sopra al vino del candido latte; recita nuovamente l’incantesimo e, con sguardo rivolto a terra, invoca i Mani con voce più profonda e ispirata.
Urlavano le schiere di Hecate, e per tre volte le spelonche riecheggiavano di un suono lugubre, tutta la terra scossa nel suolo tremante: “Mi si da ascolto, dice il vate, ho pronunziato le parole giuste: si apre il Chaos misterioso e ai popoli di Dite è dato nuovamente di vedere gli dei Superni”.

Edipo, Seneca (vv. 556-571)

Iniziata e menade danzante. Dettaglio dell'affresco della Villa dei Misteri a Pompei, dipinto nel "secondo stile" pompeiano, del 60/50 a.C. circa.

I Mani (Manes) non erano divinità della morte, né spiriti dei morti.
Erano divinità della condizione di morte. Come se ogni individuo, morendo, desse inizio ad una nuova realtà in cui non esiste più come entità indipendente, ma si disgrega in poteri indefiniti. Tramite il culto dei Mani di un defunto era possibile mantenere il rapporto con lui.
I Mani erano due per ciascun individuo, uno benefico e l’altro malefico.
Identificavano, inoltre, gli dèi dell’Oltretomba – il re oscuro e la bianca sposa – e le leggi inflessibili a cui tutti gli uomini erano sottoposti.
Durante la festa romana di Parentalia  (parentes, gli antenati, appunto) che ricorreva dal 18 al 21 febbraio, si pensava che i morti potessero girare liberamente tra i vivi. Venivano donati ai Mani frutta, grano e latte, offerte che li identificavano come divinità appartenenti alla terra.
Erano celebrati ogni mattina, quando il pater familiae radunava tutti attorno a sé davanti all’altare.
Raffigurati in una statuetta con la faccia avanti e dietro, condizionavano la vita di ciascun individuo.
Conoscere il proprio Mane e andare oltre ad esso significa per l’individuo vivere la vita degli dèi e degli eroi. Gli oggetto quotidiani appartenuti al defunto venivano inseriti nelle tombe per distrarre l’ombra. Attratto dagli oggetti, il Mane perdeva la presa sull’anima, che era libera di sfuggirgli. Anche i labirinti e i cunicoli tombali avevano lo scopo di trattenere l’ombra.
Le città dei morti erano costruite secondo una pianta urbanistica di concezione magica.