Le Sirene – Vampiri nella Grecia Classica – II

Dal taccuino di Padre Primo:

Le sirene non possono essere esattamente definite “vampiri”, ma appartengono, insieme ad altre figure mitologiche che verranno analizzate prossimamente, ad una stirpe di creature ibride e femminili legate alla sensualità e alla morte, all’incanto e alla ferocia. Tutti elementi che giocano sul binomio – quello di amore e morte – tipico del topos del vampiro.
Allo stesso modo dei mostri bevitori di sangue, che sono morti eppure camminano tra i vivi e dunque appartengono ai due mondi, anche queste creature danno prova di grande forza vitale, ma in qualche modo affondano gli artigli nell’Oltretomba.

« Σειρῆνας μὲν πρῶτον ἀφίξεαι, αἵ ῥά τε πάντας
ἀνθρώπους θέλγουσιν, ὅτίς σφεας εἰσαφίκηται.
ὅς τις ἀϊδρείῃ πελάσῃ καὶ φθόγγον ἀκούσῃ
Σειρήνων, τῷ δ’ οὔ τι γυνὴ καὶ νήπια τέκνα
οἴκαδε νοστήσαντι παρίσταται οὐδὲ γάνυνται,
ἀλλά τε Σειρῆνες λιγυρῇ θέλγουσιν ἀοιδῇ,
ἥμεναι ἐν λειμῶνι• πολὺς δ’ ἀμφ’ ὀστεόφιν θὶς
ἀνδρῶν πυθομένων, περὶ δὲ ῥινοὶ μινύθουσιν »

«Tu arriverai, prima, delle Sirene, che tutti
gli uomini incantano, chi arriva da loro.
A colui che ignaro s’accosta e ascolta la voce
delle Sirene, mai più la moglie e i figli bambini
gli sono vicini, felici che a casa è tornato,
ma le Sirene lo incantano con limpido canto,
adagiate sul prato: intorno è un mucchio di ossa
di uomini putridi, con la pelle che raggrinza »

Omero. Odissea XII, 39-46

La sirena rappresenta due facce di una femminilità non incanalata nei ruoli sociali.
Il suo essere mostruoso la colloca ai margini della società, più precisamente su una linea di confine.
Il confine tra la vita e la morte, ad esempio. Tra l’oriente e l’occidente che è come dire tra ciò che è noto e l’ignoto. Non è un caso che essa sia associata alla dea Aphrodite che è una dea straniera d’oriente per la società ellenica, ma che permea le civiltà pelasgiche precedenti, che di quella ellenica sono state la culla; non è un caso che siano associate alla dea Persefone, a cavallo tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
Il mito racconta che le sirene fossero presenti al rapimento di Persefone da parte dello sposo Ade. Con la loro presenza testimoniano il passaggio della dea dalla condizione di nymphe, fanciulla, a quella di gyne, donna sposata e regina del mondo dei morti. Ancora si racconta che le sirene siano fanciulle mutate in uccelli dalla dea Afrodite per avere trascurato l’amore: conosciamo la leggenda della sirena Partenope che, fuggita dai propri pretendenti, si tagliò i capelli e si rifugiò nel golfo di Napoli da cui la città prese il nome.
Il culto di Aphrodite e quello di Persefone sono molto legati l’uno all’altro e vengono separati anzi soltanto in un momento più tardo. Si trattava probabilmente del culto di due diversi aspetti di un’unica dea di cui la sirena era animale di riferimento.
A conferma di ciò, secondo Pausania, i templi delle due dee sorgevano l’uno di fronte all’altro, legittimandole come riflesso l’una dell’altra.
Le attività all’interno dei templi vedevano le ragazze impegnate nella musica, che aveva una grande importanza: quindi nel canto e nella danza rituale, per onorare e rendere servizio alla dea, e in mansioni che le avrebbero preparate all’ingresso della comunità cittadina come spose. Passaggio simboleggiato dal rapimento del marito che sarebbe venuto a prenderle al tempio come Ade con Persefone o Teseo con Arianna ed Elena.
La sirena è dunque l’icona di questo periodo della vita della fanciulla, della stagione selvaggia, non addomesticata dalla vita matrimoniale e dalla maternità. Come le ninfe, le sirene occupano il territorio simbolico dell’energia sessuale pura e incontaminata.
Simboleggiano il crocicchio, il passaggio: dall’infanzia all’età adulta a quello più grande e misterioso, dalla vita alla morte. Sono la zona di frontiera tra l’umano e il ferino.

« La brezza favorevole spingeva la nave, e ben presto avvistarono
la splendida Antemoessa, isola in cui le canore Sirene,
figlie dell’Acheloo, annientavano chiunque
vi approdasse, ammaliandolo coi loro dolci canti.
La bella Tersicore, una delle Muse, le aveva generate
dopo essersi unita all’Acheloo; un tempo erano ancelle
della potente figlia di Deò, quando ancora era vergine,
e cantavano insieme con lei: ma ora apparivano in parte
simili a fanciulle nel corpo e in parte ad uccelli.
Sempre appostate su una rupa munita di buoni approdi,
avevano privato moltissimi uomini della gioia del ritorno,
consumandoli nello struggimento. Anche per gli eroi
effusero senza ritegno le loro voci, soavi come gigli,
ed essi già stavano per gettare gli ormeggi sulla spiaggia:
ma il Tracio Orfeo, figlio di Eagro, tendendo la cetra
Bistonia con le sue mani, fece risuonare le note allegre
di una canzone dal ritmo veloce, affinché il suono
sovrapposto della sua musica rimbombasse nelle loro
orecchie. La cetra vinse la voce delle fanciulle: Zefiro
e insieme le onde sospinsero
la nave, e il loro canto si fece un suono indistinto. »

Apollonio Rodio. Argonautiche IV, 890-912

Il mito le vuole nate dal sangue sgorgato da un corno del dio del fiume Acheloo, raffigurato con la testa di toro. Il sangue versato da Eracle feconda la terra, facendo nascere le divine cantrici.
Altre tradizioni le vogliono figlie di Forco, divinità marina padre tra gli altri delle Gorgoni, delle Graie, di Ladone, Scilla e della terrificante Echidna.
Sappiamo dall’iconografia che si tratta di creature ibride, donne uccello. Se da una parte sono creature spezzate, né umane né uccelli, esse sono anche un intero che non ha riscontro in natura: appartengono al sacro.
Nelle mitologie di tutti i popoli venivano venerati simili ibridi femminili: donne uccello, donne pesce e donne foche, perfino donne rana e donne serpente. Tutte espongono i seni, il ventre o la vulva e tutte sono manifestazioni della sensualità divina femminile.
Nelle fonti greche più antiche sono raffigurate come grossi uccelli dal volto umano per poi acquisire con il passare del tempo braccia e mani con cui tenere gli strumenti musicali: l’aulòs (il flauto a due canne il cui suono era detto simile al canto della sirena), la lira o ancora la siringa (flauto a più canne legate insieme a formare una zattera, detto anche flauto di Pan). Tutti strumenti legati ai misteri dionisiaci, al canto e alla danza femminile.
L’origine del nome di queste creature marine è incerta: si potrebbe risalire al greco seiren, “che sorge dalla pianura”, perché erano il simbolo della piana e lucida superficie del mare, sotto la quale stavano coperti gli scogli e i banchi di sabbia. Oppure, sempre al greco seirios, incandescente o deteriorabile, a seraphin, ardere. Da qui a selas che significa splendente, ardente, lume. Da selene invece ci colleghiamo a luna. Possiamo immaginare l’ardere del sole del mezzogiorno, della canicola, della bonaccia dei mari dannosa quanto la tempesta.
Si cerca l’etimologia anche nel greco syro, attraggo; seirao, incateno, come i marinai prigionieri dell’incanto, legati alle sirene come i naviganti legano a sé i vascelli. Oppure ancora nell’ebraico sir o scir, suonare. Il greco syrigs sta per suonare la siringa, ma anche per sussurro. In latino e nelle lingue romanze le troviamo chiamate serene, in relazione alla parola serenus, asciutto, senza nuvole, cielo chiaro e disteso, rispecchiante il mare calmo sul quale apparivano.
Le sirene vengono spesso raffigurate in gruppi di tre, ognuna con uno strumento sacro, oppure alle due suonano si accompagna una terza che canta.
Nell’Odissea abitano un campo fiorito di un’isola e incantano i marinai al loro passaggio. Come molte creature idriche (le ninfe dei mari, dei fiumi e delle sorgenti) vivono nei luoghi in cui terra e acqua si incontrano: la riva del mare, gli argini di un fiume o le paludi, dove i due elementi si fondono l’uno nell’altro. L’acqua è l’elemento in cui vivono, ma che anche delimita il confine tra il loro mondo e quello della società, che è invece terrigno, organizzato, razionale.
Il confine tra il mondo conosciuto e l’ignoto.

Quello delle sirene è un culto antico che affonda le sue radici nella civiltà matriarcale agricola, legata alla terra e ai suoi segreti ctoni e tellurici. Se la Grecia classica le ingloba dando loro ruoli marginali e poco edificanti nell’economia del divino sostenuto dagli Olimpi, in alcuni luoghi il loro culto sopravvive al susseguirsi delle civiltà, dopo le prime colonizzazioni greche del Tirreno meridionale. Lungo la costa italica, in prossimità delle antiche rotte di colonizzazione, li riconosciamo lungo la costa sorrentina in un gruppo di isole chiamate Sirenusse, o presso lo Scoglio delle Sirene. In queste aree erano molti i santuari preposti alla loro cura. Si venerava perfino la “tomba della sirena” in memoria di colei che, secondo la leggenda, non essendo riuscita a sedurre Odisseo, si gettò in mare dallo sconcerto.
In questi luoghi era venerata in particolar modo la triade conosciuta con i nomi di Partenope (Voce di Vergine), Ligeia (Voce Chiara) e Leucosia (Dea Bianca). Tra gli altri nomi di sirene che ci sono pervenuti, dai quali si desumono spesso anche le qualità delle loro voci, si parla anche di Ciana (l’Azzurra), di Himeropa (Colei che Provoca il Desiderio) il cui nome subisce un adattamento posteriore nel tempo in Eumolpe (Colei che Canta Bene) e poi ancora in Molpo (L’Armoniosa).
Una seconda terna sembra essere definita da Aglaope o Aglaphonos (La Squillante), Telxièpeia (Canto che Addolcisce) e Pisinoe (la Suadente).
Una dicotomia importante vede contrapporsi le muse elleniche alle sirene e concludersi con la sconfitta di queste ultime a rappresentare la supremazia di una civiltà nuova su quella più antica.
Se le muse cantano per gli dèi, le sirene cantano per gli uomini. Se le prime rispecchiano la bellezza, la perfezione e l’armonia apollinea dell’arte, le seconde hanno tratti più foschi, più sinistri e di perdita di sé nel rituale dionisiaco: ma non sono che facce della stessa medaglia.
Secondo Pindaro (Peana 8) pare che a Delfi, prima del tempio in pietra, ne fossero stati costruiti altri tre: una capanna di rami di alloro; uno di cera d’api e piume d’uccello che poteva volare e che lo fece, scomparendo nella mitica, lontana terra degli Iperborei; un terzo di bronzo costruito da Atena ed Efesto sul cui fronte cantavano le Keledones, sei cantatrici (e incantatrici) d’oro. Statue viventi di splendide fanciulle dai tratti di uccello. Secondo la leggenda, gli Olimpi distrussero quest’ultimo tempio sprofondandolo in una voragine della Terra perché il canto delle Keledones causava negli esseri umani l’oblio, facendo loro trascurare le occupazioni quotidiane e la cura della famiglia e della casa. Prima che venisse distrutto, in questo tempio venivano custodite, appese al soffitto come uccelli, delle iynges d’oro. Si trattava di strumenti di magia dalla forma di una ruota che venivano fatti vorticare su una cordicella tesa alle estremità. Pare che la iynx fosse uno strumento inventato da Aphrodite per attirare l’amore verso chi lo usava e instillare il desiderio.
Sovrapporre le iynges e le sirene è giocoforza.
Storicamente il culto di Apollo si insediò a Delfi sottomettendo una preesistente civiltà legata al culto matriarcale della terra. Il mito delle Keledones dal canto perturbante precipitate agli inferi rappresenta molto probabilmente la supremazia sull’antica civiltà in favore di quella nuova e il canto delle sirene fu tramutato in quello delle Muse.
Le sirene erano divinità legate al mare, alla costa e alle condizioni climatiche e venivano onorate come demoni benevoli a tutela dei naviganti nei bracci di mare pericolosi.
Se nella Grecia orientale le raffigurazioni delle sirene continuano ad essere scarse e legate al loro aspetto più ctonio e funereo, nell’arte greca occidentale popolano invece l’iconografia concentrata particolarmente sul lato della sensualità.

Come si è accennato, le fonti, in primis l’Odissea che rimane la più antica testimonianza letteraria a citare queste creature, mostrano le sirene in qualità di cantrici.
Il canto rappresenta la seduzione primordiale, non a caso si parla di in-canto o di in-cantesimo. Quello del canto è la seduzione della parola che canta e incanta.
Se Platone paragona la musica delle sirene all’eloquenza di Socrate, dalla quale bisogna mettersi in salvo per non restare imprigionati dalle sue maglie, Pitagora sostiene che la musica, sorella dell’astronomia, regola le stelle: il loro decorso, il ritmo, l’ordine, l’accordo. Gli astri risuonano armonia e la musica umana non è che l’imitazione.
Il canto delle sirene dona a chi lo ascolta piaceri che sconvolgono, capaci di appagare ogni fame e ogni appetito. Cantando esse inducono all’oblio, provocano la morte nell’incauto viaggiatore che le ascolta riducendolo all’impotenza oppure sbranandolo come le fiere più spietate.
All’incontro con le sirene si può solo soccombere nell’oblio, oppure comprendere il loro canto per elevarsi fino a loro: ferme sul confine, attendono l’iniziato per un percorso spirituale.
Per anni e in molte tesi si è dibattuto sul significato del canto delle sirene. Le interpretazioni più fondate portano a pensare che esso sia collegato alla sfera rituale, a un culto agrario che vedeva le sirene come protettrici degli elementi e intermediarie tra i vivi e i morti, tra il mondo umano e quello divino.
Attraverso la voce esprimono i due aspetti più peculiari della loro natura: il canto della sensualità irrefrenabile e quello funebre dell’Oltretomba.
Dal VI secolo in Asia Minore e dal IV in Attica diventa d’uso porre delle statue di sirena nell’atto di produrre musica sulle tombe o a segnacolo di luoghi preposti alla sepoltura. Il canto di queste creature simboleggiava il canto funebre della cerimonia che aveva come compito quello di accompagnare il defunto nel suo viaggio verso l’aldilà. Secondo la leggenda, le sirene vivono nell’Ade e con la loro musica allieta gli spiriti nobili dei Campi Elisi. Allo stesso modo il loro canto poteva mettere in comunicazione il mondo dei vivi con quello dei morti e recare consolazione a chi subiva un lutto.
La natura perturbante di queste femmine ctonie si associa alle lamie, alle empuse, alle onoscelee e alle arpie. Dei parallelismi forti li troviamo anche nella semitica Lilith, demone della lussuria, ma anche del vento e della tempesta. Tutte queste creature sono accusate di rapire bambini o ucciderli nel sonno; tutte sono coinvolte in una maternità negata.
D’altra parte il canto delle sirene poteva eccitare le tempeste, le burrasche e l’impeto del mare. (Pindaro, Partenio 2, frg. 94 b) O poteva controllarle, riportare alla normalità il vento, la furia delle onde e gli altri elementi naturali.

A quale Musa devo rivolgermi con lacrime, con canti funebri o con gemiti di lutto?
Fanciulle alate, vergini figlie della Terra, Sirene, unitevi al mio lamento
portando il flauto libico, la zampogna di Pan o le cetre
rispondete con lacrime alle mie grida lugubri; dolori con dolori, canti con canti.

Elena, Euripide, v.168

Se da una parte sono creature incapaci di procreare e pronte a rapire bambini umani e a divorare gli uomini per trascinarli negli abissi, dall’altra offrono una sensualità tutt’altro che sterile, ma feconda e piena di vita.
L’aura erotica delle sirene viene espressa dal seno florido, dai gioielli preziosi e dai capelli intrecciati e ornati con nastri: un’immagine che la associa senza difficoltà alle etere. Attraverso la spiritualità orfica alla sirena viene attribuito il significato dell’immortalità dell’anima, della comunicazione con il divino e nella riunione con esso dopo la morte del corpo, attraverso un percorso di purificazione. Numerose sirene compaiono su oggetti di appannaggio femminile, in particolare sui vasi di corredi nuziali delle giovani spose insieme ad Afrodite, al cui seguito appartenevano, e agli eroti. Compaiono sugli specchi e sui pettini, ancora ad affiancare Dioniso e i satiri, spiegando come con il matrimonio si perpetui un rinnovamento della vita rappresentato da Dioniso smembrato e in seguito risorto.
Raffigurate sugli specchi delle fanciulle, spesso ne possiedono uno esse stesse: reggono uno specchio rotondo, come la dea Afrodite alla quale assomigliano (il simbolo astrologico di Venere è lo specchio rotondo che sormonta il manico a croce, del resto, e in genetica lo stesso simbolo indica il femminile). Lo specchio rimanda alla superficie dell’acqua e mostra l’abisso. Oppure lo illumina, come lo specchio del pescatore.
Le sirene, come Afrodite, si specchiano. Studiano loro stesse, si indagano, vanno in profondità, cercano la conoscenza sotto la superficie. Allo stesso modo, abbagliano il navigante che giunge fino a loro: lo illuminano, gli mostrano la verità.
Il pettine che usano serve a ravviare la lunga chioma ondulata, che rimanda al mare, al moto ondoso e alla stessa luce, che illumina.
Sono creature della seduzione: seducere significa condurre a parte, trarre in disparte, far deviare, dirottare. Sono quindi creature che costringono al cambiamento. Il loro è un segreto rituale, dal momento che “cosa seduce” non è palese, ma resta nascosto.
Rappresentano il femminile oscuro e acquatico. Quando le si ascolta, lo si fa al di là dei sensi, in una dimensione interiore.

Gli Autori di Luce Nel Nero sono molto affascinati da questa figura mitologica e la ritroverete, nei suoi aspetti di amore e morte, di acqua e di terra, anche ne La Regina dei Serpenti. Seguite il banner!

Una notte sul Monte Calvo – Modest Musorgskij

Una notte sul Monte Calvo (ночь на лысой горе), Modest Musorgskij, 1867.

Musorgskij aveva composto una prima stesura per pianoforte e orchestra di “Una notte sul Monte Calvo” nel 1860, poi l’aveva riscritta nel 1868, nel 1871 e nel 1875. L’opera non fu mai rappresentata durante la vita del musicista.
Il Monte Calvo di cui si parla si trova in Ucraina, il Lysa Hora.
E’ una grossa collina dell’Ucraina nei pressi della capitale Kiev, vicino alla confluenza dei fiumi Dnieper e Lybid. La collina è oggi una riserva naturale inclusa nella museo Fortezza. Il monte prende presumibilmente il suo nome dal fatto che la sua parte superiore è priva di alberi. La zona si trova nel comune di Holosiiv. Secondo la leggenda a cui deve gran parte della sua fama, il Lysa Hora è il celebre Monte Calvo, un luogo tradizionalmente dedicato al raduno delle streghe. Questo lo si afferma in particolari in alcuni scritti di Nikolaj Gogol.

La stesura originaria di Musorgskij è articolata in cinque sezioni:

  • La riunione delle streghe
  • Il corteo di Satana
  • La glorificazione di Satana
  • Il Sabba
  • L’alba

Nell’opera si immagina che il giovane protagonista, di nome Gritzko, la notte prima di riuscire ad ottenere, dopo tante peripezie, la mano della ragazza che ama, si ubriachi, cada addormentato e sogni. Sogna di assistere al raduno delle streghe e di demoni che si svolge, secondo le credenze popolari, ogni anno nella notte di San Giovanni (24 giugno). Diavoli e streghe si rincontrano così con Satana in persona, che qui ha nome di Chernobog. Proprio perché si trattò di maligni esseri soprannaturali, Mussorgskij fa loro intonare anche alcune parole senza senso, come facessero parte di un linguaggio a noi sconosciuto. Gritzko, nascosto dietro ad una roccia, osserva esterrefatto la scena: le streghe e i demoni ingaggiano danze furibonde, in un crescendo “demoniaco”, fino all’acme, con il “Sabba”, durante il quale danno libero sfogo alla loro follia; vengono infine interrotti dal suono delle campane di una chiesa. Lì Gritzko si risveglia, ancora percorso da tremori per l’incubo appena vissuto.

Questo geniale e folgorante “poema sinfonico” deve la sua fama a una menzogna: per più di un secolo infatti il pubblico di tutto il mondo lo ha conosciuto nella versione di Nicolaj Rimskij-Korsakov nel 1868. La partitura originale, nata tra il 1866 e il 1867, è stata pubblicata soltanto nel 1968 e ha rivelato non poche sorprese. Si è scoperto innanzitutto che non si trattava affatto, contrariamente a quanto aveva sostenuto Rimskij-Korsakov, di un’opera incompiuta: il finale esisteva eccome, anche se le critiche molto aspre espresse da Aleksandr Porfir’evič Borodin avevano suggerito a Musorgskij di accantonarlo. In secondo luogo ci si è resi conto che della versione originale Rimskij-Korsakov aveva mantenuto in piedi (nonostante qualche indebita inserzione) soltanto l’impalcatura narrativa, trasformando in modo radicale invece il disegno di alcuni temi, la figurazione armonica e soprattutto l’orchestrazione. La mano niente affatto pietosa del “revisore” ha addolcito le asperità armoniche, spianato le irregolarità ritmiche, omologato le anomalie timbriche, rendendo in questo modo convenzionale e addomesticata, anche se indubbiamente seducente, la scrittura “primitiva” di Musorgskij. E, invece che in 5 sezioni, la versione di Rimskij-Korsakov è articolata in sei quadri, aggiungendo alle sezioni preesistenti il quadro delle “Apparizioni degli spiriti dell’oscurità seguiti da quello di Satana”.

Nel 1940 Una Notte sul Monte Calvo venne riorchestrato dal direttore russo-americano Leopold Stokowski per il film Fantasia. Tuttavia nella nuova colonna sonora incisa in digitale nel 1982, Irwin Kostal ripristinò l’orchestrazione di Musorgskij. La composizione di Mussorgskij venne inserita nella colonna sonora del famoso film di animazione di Walt Disney Fantasia del 1940. Per chiudere il programma, Disney volle riprendere uno dei suoi temi più classici: lo scontro tra il bene e il male. Lo celebrò nel contrasto tra notte e giorno dove la notte è dominata da un gigantesco demone che si circonda di creature diaboliche e anime di defunti. Lo schema musicale e le immagini animate evocano il sabba delle streghe. Dalla cima del Monte Calvo, Satana (Chernobog), il signore del male e della morte, spalanca le grandi ali e raccoglie intorno a sé le creature diaboliche: streghe, demoni, vampiri e gli scheletri dei cadaveri sepolti in terreno sconsacrato. Danzano scatenati, mentre Sua Maestà Satanica li afferra a manciate e li scaraventa nel cratere infuocato che si apre nelle viscere della montagna. Prova un piacere perverso nel trasformare alcuni di questi demoni in animali, prima di darli alla fiamma, e sta per afferrare altri con cui dilettarsi, quando le campane che annunciano il mattino riportano gli spettri nelle tombe, gli spiriti cattivi in città e un impaurito Chernobog nelle viscere del Monte Calvo.

(Recuperato da Wikipedia: qui e qui)

Odisseo e i defunti – Vampiri nella Grecia Classica – I

Dal diario di Padre Primo:

“Là Perimede e Euriloco le vittime presero e le tennero ferme; e io, sguainata la spada affilata da lungo il fianco, scavai una fossa della misura di un cubito da un lato e dall’altro.
Intorno ad essa libagioni versai per tutti i morti, la prima di latte e di miele, poi di dolce vino, la terza di acqua; e sopra spargevo bianca farina.
Intensa supplica rivolsi alle teste senza forza dei morti: giunto a Itaca, una vacca sterile, la migliore, avrei immolato per loro nella mia casa e colmato una pira di splendide offerte, e per Tiresia, per lui solo, a parte, avrei sacrificato un montone tutto nero, che tra le nostre greggi si distinguesse.
Poi che con voti e preghiere li ebbi pregati, le stirpi dei morti, presi allora le bestie e ad esse il collo recisi sopra la fossa: scorreva il nero sangue fumante. E si affollarono venendo da giù dall’Erebo le anime dei morti defunti: giovani spose e ragazzi e vecchi che molto avevano sofferto e delicate vergini, nell’animo afflitte da recente dolore e molti che il colpo avevano subito di bronzee lance, uomini uccisi in battaglia, con le armi sporche di sangue.
Erano molti ad arrivare intorno alla fossa, di qua e di là, con grida sovrumane: da verde paura io fui preso.
Allora io sollecitai i compagni e ordinai che le bestie che erano a terra, sgozzate da bronzo crudele, scuoiassero bruciassero e che pregassero gli dèi Ade potente e la terribile Persefone.
Io, tratta la spada affilata da lungo il fianco, rimasi lì e non permisi che le teste senza forza dei morti al sangue si accostassero prima di interrogare Tiresia.”
(Odissea, XI, 23 – 50)

Ulisse incontra Tiresia nell'Ade

Ulisse incontra Tiresia nell'Ade

Uno dei primi contatti che abbiamo con i morti bevitori di sangue è quello che ci viene offerto da Odisseo che sulle soglie dell’Erebo invoca l’indovino Tiresia.
Siamo molto lontani dalle creature immonde che conosciamo come “vampiri”, ma la base è la stessa. Quello che conta è che ci troviamo di fronte a dei morti che invece di restare morti come dovrebbe essere a sommo onore e gloria di Dio, se ne escono dalle loro tombe per fare scempio del sangue dei vivi.
Quello che questi spettri (spectrum, spectra nella loro accezione classica, non di incorporeo fantasma, quindi, ma di “ritorno del morto”) cercano è la vita e il sangue ne è l’essenza, il veicolo, la loro strada per ottenere qualcosa che scivola via notte dopo notte dalle loro membra cadaveriche.
Non potendo trattenerla, devono sorbirla ciclicamente. Orrende sanguisughe.
Come dimostra il passo, bramano allo stesso modo la dolcezza del miele e la farina che è il frutto del grano e che a sua volta è il frutto della terra e dei suoi cicli.
Queste bestie infernali appartengono alla terra.
Non rientrano più nei suoi cicli vitali, poichè sono morti, ma li bramano essendone privati.
Vi sono legati perchè la terra è il riposo dei morti e da essa non prescindono: sono corpi incapaci di trovare il riposo e costretti a levarsi come i vivi e tra i vivi portare morte.

La descrizione di queste creature al di fuori della grazia di Dio è quasi banale: senza la linfa, senza il sangue sono ridotti a larve senza forza. Odisseo si riferisce loro come alle “teste senza forza”. Sono innocui, quando non hanno nutrimento, vengono tenuti a bada da una semplice spada, la stessa che l’eroe omerico utilizza per scavare la fossa per le offerte.
Sono caratterizzati dalla brama di sangue: si affollano, lo desiderano, si sporgono per bere dalla fossa il nero sangue come una fiera berrebbe da una polla d’acqua.
Se Odisseo non li tenesse a bada, lo assalirebbero con la ferocia stolida della dipendenza.
Che offusca la ragione, la memoria, la luce:

“Venne mia madre e bevve il sangue nero; subito mi riconobbe e gemendo mi disse alate parole. [...] Esitando nell’animo, volevo prendere tra le braccia l’anima di mia madre defunta. Tre volte mi slanciai e l’animo mio mi spingeva a prenderla: tre volte simile a ombra o a sogno dalle braccia volò via; e a me ancor più nel cuore nasceva acuta pena.”
(Odissea, XI, 206 – 208)

I Mani

Quindi invoca gli dèi Mani e te, che governi i Mani e il guardiano dei cancelli dello stagno del Lete, poi legge una formula magica e, minaccioso invoca con furente voce che si raccolgano le anime dei morti o siano placate; sparge sangue sugli altari e immola forti pecore, e riempie la spelonca di molto sangue, ne beve e con la mano sinistra versa sopra al vino del candido latte; recita nuovamente l’incantesimo e, con sguardo rivolto a terra, invoca i Mani con voce più profonda e ispirata.
Urlavano le schiere di Hecate, e per tre volte le spelonche riecheggiavano di un suono lugubre, tutta la terra scossa nel suolo tremante: “Mi si da ascolto, dice il vate, ho pronunziato le parole giuste: si apre il Chaos misterioso e ai popoli di Dite è dato nuovamente di vedere gli dei Superni”.

Edipo, Seneca (vv. 556-571)

Iniziata e menade danzante. Dettaglio dell'affresco della Villa dei Misteri a Pompei, dipinto nel "secondo stile" pompeiano, del 60/50 a.C. circa.

I Mani (Manes) non erano divinità della morte, né spiriti dei morti.
Erano divinità della condizione di morte. Come se ogni individuo, morendo, desse inizio ad una nuova realtà in cui non esiste più come entità indipendente, ma si disgrega in poteri indefiniti. Tramite il culto dei Mani di un defunto era possibile mantenere il rapporto con lui.
I Mani erano due per ciascun individuo, uno benefico e l’altro malefico.
Identificavano, inoltre, gli dèi dell’Oltretomba – il re oscuro e la bianca sposa – e le leggi inflessibili a cui tutti gli uomini erano sottoposti.
Durante la festa romana di Parentalia  (parentes, gli antenati, appunto) che ricorreva dal 18 al 21 febbraio, si pensava che i morti potessero girare liberamente tra i vivi. Venivano donati ai Mani frutta, grano e latte, offerte che li identificavano come divinità appartenenti alla terra.
Erano celebrati ogni mattina, quando il pater familiae radunava tutti attorno a sé davanti all’altare.
Raffigurati in una statuetta con la faccia avanti e dietro, condizionavano la vita di ciascun individuo.
Conoscere il proprio Mane e andare oltre ad esso significa per l’individuo vivere la vita degli dèi e degli eroi. Gli oggetto quotidiani appartenuti al defunto venivano inseriti nelle tombe per distrarre l’ombra. Attratto dagli oggetti, il Mane perdeva la presa sull’anima, che era libera di sfuggirgli. Anche i labirinti e i cunicoli tombali avevano lo scopo di trattenere l’ombra.
Le città dei morti erano costruite secondo una pianta urbanistica di concezione magica.

Evocazione degli dèi

qui dunque approdato, eroe, come ti dico,

     scava una fossa d’un cubito per lungo e per largo,

     e intorno a questa liba la libagione dei morti,

     prima di miele e latte, poi di vino soave,

     la terza d’acqua; e spargi bianca farina,

     e supplica molto le teste esangui dei morti.

Odissea, X, 516 – 521