Melpo rappresentava un altro solido confine, l’estremo a nord della Dodecapoli.
E se sulla cosa adriatica Pompon e io respiravamo i profumi caldi e densi della vita che giungeva da Oriente, ritrovavamo i colori del mare e della Grecia, non tanto lontana, andare a Melpo significava mettere piede in un altro mondo.
Eppure, era sempre il nostro.
Oltre il tular di Melpo c’era una landa rigogliosa quanto la nostra, ma densa di ombre. Gravava l’umidità della terra e spesso era troppo fredda, a volte troppo calda e per vedere la bellezza di quel territorio selvaggio si doveva stare attenti, perchè era come una bestia che si nascondeva nel sottobosco.
Anche Melpo, era così. Non si esponeva nelle strade, ma si ritirava nei giardini interni, tra una capanna e l’altra, tra una tomba e quella vicina.
Melpo era fredda come una lince che spia dai cespugli, facendo brillare uno solo alla volta degli occhi gialli e senza mostrare mai altro che la coda gonfia. Non avrebbe mai potuto essere sfacciatamente bella.
Si doveva andarla a cercare.
Da oltre il tular di Melpo arrivavano canti e riti della terra cupi quanto i nostri, ma senza lo sfavillare dei gioielli che era proprio della mia gente, senza la delicatezza di mostrare che la vita sapeva amare e che la morte sapeva essere sfarzosa.
Il popolo dei celti amava la semplicità fino al ruvido e forse per questo Melpo si teneva tutta raccolta.
Come Pompon e come me, i confini sono sempre a metà tra i mondi.
E forse per questo sopravvisse.
Quando la Dodecapoli fu invasa da nord, dal popolo di sacerdoti e i guerrieri oltre il tular, Melpo fu svuotata, saccheggiata e rimase come un isola di pietra e acqua in mezzo ai campi, a lande sparse di casali barbari, e tra le sue strade poteva sentire portati dal vento lugubri canti di guerra.
Ma non venne distrutta. I galli la elessero sede delle loro brenni, delle loro adunanze militari. In seguito venne chiamata Mediolanum e retta da altre mani, da altre voci che l’accompagnarono nella Storia.






