Unu

365 Racconti Horror per un anno
antologia AA.VV a cura di Franco Forte
Delos Books – Atlantide
2011:

Antologia aquistabile presso Delos Store;

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Unu

di Maria Chiara Tamani

“Giurami che l’hai sentito.”
“L’ho sentito!”
“Giuralo! Ripetilo.”
“Unu.”
Dejan sputò una bestemmia, e trascinò suo cugino per mano lungo i campi. Il sole rosseggiava all’orizzonte, stralciando le nubi di rosa, e la sera sarebbe calata in mezz’ora. La luce di quella stagione era ingannevole.
“Tutto.”
Dejan redarguì l’altro ragazzino col tono del più grande, di quello che si sarebbe preso le responsabilità una volta arrivati in ritardo per cena. Stevan ripeté, docile.
“Unu. Nu doi, nu trei, ha detto la vecchia. Unu.”
“Stupida vecchia scema. Non capisce niente.”
“Perché torniamo al cimitero?”
“Hai paura?”
“No.”
Dejan pensava a cos’aveva visto Stevan dai rami del castagno, che era veloce come un gatto quando c’era da arrampicarsi sugli alberi: una cassa scoperchiata, un cadavere, due uomini con la zappa e una vecchia che aveva biascicato in rumeno non due, non tre: uno. Un colpo secco nel cuore, che il morto non tornasse.
Scempiaggini, pensava Dejan, nell’altra mano un paletto strappato alla staccionata. Lo sanno tutti, in Serbia, che i vampiri s’impalano nello stomaco.
Arrivarono al muricciolo sfondato che il cielo ormai era blu. All’ora di cena, nel cimitero, c’era tanto silenzio che si sentivano i grilli e i cani, in lontananza.
La cassa cigolò come sbuffando, pesante. Dejan l’aprì, dopo avere scavato alla buona. Si sollevò terra tutt’intorno, e odore di morto.
“Dejan, perché lo fai?”
“Zitto!” Intimò, brusco. “Un colpo solo, o svegli il morto.”
Smise di mangiarsi le unghie, sputò, nervoso. Premette la punta del palo scheggiato nella pancia della morta. Nel silenzio, il cadavere sfiatò un gemito così lungo che sembrava non finire mai.

Scapparono correndo all’impazzata, senza voltarsi indietro.
Tagliarono i campi, schizzarono in casa, chiusero tutte le porte e si nascosero sotto la finestra.
Vennero sgridati, strigliati e cacciati in bagno. Si lavarono le mani lerce, si spintonarono per mettersi a tavola. Stavano per mettersi a ridere, quando la porta diede un colpo.
Non due, non tre. Uno.

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