Mission: Parma 1230 – VIII

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La seguimmo nei sotterranei e quando giungemmo lì scendemmo ancora, lungo una scalinata di pietra nascosta. Gertrude sembrava sconvolta quanto noi, ma non si perse d’animo, stringendo le dita bianche attorno alla torcia e scendendo nelle profondità della terra.
Accompagnava la nostra discesa il pianto senza consolazione di Amaury.
Amaury, figlio della luce del maestro di tarocchi Aubin, era il giovane esile e biondo che nel salone non aveva retto al dolore della perdita e si era aggrappato alla tunica del moro.
Non ci si era più staccato.
Continuava a spargere lacrime sanguigne e alte grida di cordoglio, quando non si ricordava di soffocarle nella spalla di Khaled. La guardia camminava al mio fianco, sostenendo il giovane immortale, e di tanto in tanto guardava me come se io avessi potuto fare qualcosa.
Ma non potevo far risorgere Aubin dalle sue ceneri, né nessun altro. Aita è il dio che comanda la morte, non che impone alla vita di portare indietro i defunti. Per una seconda volta, perfino.
Laszlo invece aveva asciugato le sue lacrime.
Aveva dipinto sul viso giovane un’espressione dura che avevo già visto sul viso di sua madre Camilla e si stringeva al petto il falcetto d’argento che era stato di lei.
Il suo amico Manish, lo zingaro con il copricapo di lupo in testa, lo spronava. Intanto però balzava avanti, verso Gertrude, riempiendo di domande la vampira. Si contendeva la sua attenzione con un giovane dal portamento nobile e i capelli scuri, dalla barba tagliata in un pizzetto curatissimo e dagli occhi blu, del colore innaturale che era stato di Odette.
Se la bella Odette gli avesse trasmesso quel tratto con la sua luce immortale o se avesse cercato un figlio così tra i tanti giovani della sua terra, non lo sapevo.
Di fatto, lui e Manish affiancavano Gertrude come due cani rincorrono un cervo e lei procedeva sicura senza dare loro attenzione.
“Parleremo quando saremo arrivati” li placava, di tanto in tanto. “E’ quasi l’alba.”
Era vero.
La luce non avrebbe tardato a rischiarare le terre del parmense, ad arrampicarsi sui muri del castello di Bardi. I seguiti immortali degli antichi bruciati nel salone certo avevano lasciato la corte, in cerca di un rifugio per la notte, o lo stavano facendo in quel momento.
Sarebbero tornati a pretendere spiegazioni al tramonto.
Getrude spalancò per noi una sala, dietro una porta che avremo potuto chiudere dall’interno con un grosso serramento, e su quell’atrio si aprivano a raggiera numerose celle più piccole, blindate allo stesso modo.
“Il mio signore Goffredo aveva fatto disporre per gli antichi queste stanze. Le offro a voi.” Disse a voce bassa, mentre chiudeva la porta alle nostre spalle.
Khaled si offrì di aiutarla e posizionò il serramento. Né l’atrio né le celle a raggiera possedevano finestre. La terra ci proteggeva sopra e sotto.
“Manca ancora un po’ di tempo all’aurora” dissi, portandomi al centro del gruppo. “Cerchiamo di fare mente locale su quello che è successo.”
Gertrude estrasse dall’abito un involto.
“L’ho preso prima di venire da voi, dopo avere visto quel fuoco letale arrivare dal cielo.” Lo appoggiò sul pavimento e mi sedetti a terra davanti a lei, mentre lo svolgeva.
Anche Khaled e gli altri si abbassarono, attenti, e grazie agli dèi della terra, Amaury aveva ridotto il suo pianto a un singhiozzare sommesso.
“Sono lettere” dissi, quando lei sparse davanti ai nostri occhi la corrispondenza degli ultimi mesi di Goffredo. “Ci sono anche quelle che ha scambiato con me e la mia regina, per l’organizzazione del Concilio.”
Le estrassi dal mucchio, mettendole da una parte, per ordinare i mittenti. Riconobbi la bella calligrafia di Pompon e sentii un brivido alla prospettiva che avrebbe potuto esserci anche lei, in quella sala, arsa come gli antichi invitati.
Khaled si fece avanti, lasciando indietro il giovane immortale piangente e si piegò sulle missive.
“Vediamo se c’è qualcosa di interessante. Ecco la pergamena di Ahmed.”
“Non lasciava che nessuno vedesse la sua corrispondenza, non si lasciava aiutare nella gestione nemmeno da me, ho paura che fosse minacciato, adesso” diceva, Gertrude, mentre io alzavo il viso, attratto da un movimento lungo la parete.
Khaled e Amaury, Manish, Laszlo e il giovane dagli occhi blu sedevano tutti attorno alle lettere, insieme a me e a Gertrude.
Ce ne era uno, però, che si guardava bene dal farlo. Una figura così alta da starsene ricurva, tutta avvolta in un mantello puzzolente di chiuso e di polvere che piegava il viso in ombra, sotto il cappuccio, temendo forse di essere visto.
Come se potesse passare inosservata una figura simile nell’antro protetto in cui eravamo chiusi.
“Tu sei il figlio di Basilio, vero?” mi alzai per raggiungerlo. E avanzai, quando lui fece un passo indietro, appiattendosi al muro. “Perché mi fuggi? Nascondi qualcosa?”
La figura tacque e abbassò il viso.
Alzai il braccio per afferrare il suo cappuccio e lo strattonai indietro per scoprirgli il volto.
E mandai un grido d’orrore.

La Dodecapoli: Milano

Melpo rappresentava un altro solido confine, l’estremo a nord della Dodecapoli.
E se sulla cosa adriatica Pompon e io respiravamo i profumi caldi e densi della vita che giungeva da Oriente, ritrovavamo i colori del mare e della Grecia, non tanto lontana, andare a Melpo significava mettere piede in un altro mondo.
Eppure, era sempre il nostro.
Oltre il tular di Melpo c’era una landa rigogliosa quanto la nostra, ma densa di ombre. Gravava l’umidità della terra e spesso era troppo fredda, a volte troppo calda e per vedere la bellezza di quel territorio selvaggio si doveva stare attenti, perchè era come una bestia che si nascondeva nel sottobosco.
Anche Melpo, era così. Non si esponeva nelle strade, ma si ritirava nei giardini interni, tra una capanna e l’altra, tra una tomba e quella vicina.
Melpo era fredda come una lince che spia dai cespugli, facendo brillare uno solo alla volta degli occhi gialli e senza mostrare mai altro che la coda gonfia. Non avrebbe mai potuto essere sfacciatamente bella.
Si doveva andarla a cercare.
Da oltre il tular di Melpo arrivavano canti e riti della terra cupi quanto i nostri, ma senza lo sfavillare dei gioielli che era proprio della mia gente, senza la delicatezza di mostrare che la vita sapeva amare e che la morte sapeva essere sfarzosa.
Il popolo dei celti amava la semplicità fino al ruvido e forse per questo Melpo si teneva tutta raccolta.
Come Pompon e come me, i confini sono sempre a metà tra i mondi.

Una delicata metafora di Melpo

Una delicata metafora di Melpo

E forse per questo sopravvisse.
Quando la Dodecapoli fu invasa da nord, dal popolo di sacerdoti e i guerrieri oltre il tular, Melpo fu svuotata, saccheggiata e rimase come un isola di pietra e acqua in mezzo ai campi, a lande sparse di casali barbari, e tra le sue strade poteva sentire portati dal vento lugubri canti di guerra.
Ma non venne distrutta. I galli la elessero sede delle loro brenni, delle loro adunanze militari. In seguito venne chiamata Mediolanum e retta da altre mani, da altre voci che l’accompagnarono nella Storia.

L’Uomo Nero – XVII

fiction: l'uomo neroCONTINUA DA QUI

Costeggiammo la casa. Il larario in pietra, distrutto da un sacerdote di Santa Romana Chiesa molti anni prima, che non era mai stato ricostruito.
Il giardino era silenzioso, gravido d’ombra, c’erano due altalene, una giostra e uno scivolo, tutti arrugginiti.
Otieno non guardava quasi più in quella direzione.
Proseguimmo alla porta e la aprii per primo ed entrai per ultimo, richiudendola dietro di me.
Pompon guidò Khaled in silenzio giù per le scale oltre il soggiorno in penombra, appena illuminato dalla luna e da una lampada dietro al divano.
Otieno lavorava nel suo studio ogni notte. Talvolta andava a letto che era quasi l’alba, ritirandosi insieme a Pompon e a me. Più spesso crollava sui suoi libri, sulle sua kamee e sulle carte della scrivania.
Stavolta invece ci aspettava in un luogo che era accessibile a pochi, molto più sotto rispetto al soggiorno di Casa Neri.
Le scale giungevano davanti a una porta blindata che per l’occasione era stata lasciata socchiusa.
Quello che c’era oltre non sembrava esattamente una cantina.
Era, invece, un pavimento di diversi metri quadri di terra nera e radici che profumavano di acqua e sali. Aggrovigliato al muro delle fondamenta, alla parete opposta, si snodava un albero nero, enorme e cavo, i cui rami si aprivano come braccia lungo tutto il soffitto: sosteneva la casa.
Avanzammo insieme, Pompon e io, tenendo per mano Khaled, in mezzo.
“Noi siamo pronti, Otieno” dissi.
“Così anch’io. Venite avanti.”
Il mio negromante ci aspettava tra l’entrata e l’albero, in uno spiazzo abbastanza grande perché potesse girarci attorno. Era tutto dritto e serissimo, quasi trasfigurato.

Gary Oldman nella sua recente inteprpretazione del Negromante Otieno Neri; Make Up Artist: Gaia Cremascoli

Gary Oldman nella sua recente inteprpretazione del Negromante Otieno Neri; Make Up Artist: Gaia Cremascoli

Di solito Otieno ha sempre quell’aria dimessa e se ne sta tutto gobbo, alto com’è, che fa venire voglia di consolarlo.
Ci avvicinammo e Khaled si inchinò a lui come si era inchinato a noi.
“Sai già come avverrà il rituale, Uomo Nero?”
“Puoi chiamarmi Khaled, negromante” alzò il viso. “No, non conosco i dettagli.”
“E tu puoi chiamarmi Otieno. Quanto il rito inizierà, Ramtha e Pompon ti dissangueranno, perché la tua maledizione è nel sangue.”
“Una piacevole prospettiva.”
La voce di Khaled tradiva il nervosismo.
“Ti manterrò in uno stato di sospensione, perché tu non debba incontrare la morte ultima.”
“Dopo di che?”
Khaled scoccò un’occhiata rapida a Pompon, che gli teneva la mano, una a me. Io la ricambiai e gli sorrisi, ma lasciai che rispondesse Otieno.
Avere la faccia come il culo, si dice a Bologna.
“Il loro sangue purificherà il tuo. Non so quanto ci vorrà, perché loro sono antichi, ma anche tu lo sei. Dopo, tu riprenderai il tuo sangue. Farò in modo che la tua bestia non prenda il sopravvento.”
Khaled guardò Otieno senza muovere un muscolo del viso.
Nemmeno lui si scompose, con tutta la forza del suo ruolo, sacerdote di piccole divinità defunte.
“Mi fido di te” disse il moro.
“Bene. Perché tutto il rito si basa su questo.”
“E’ il primo passo” affermai.
“Di Otieno c’è da fidarsi” sussurrò Pompon.
“Allora ditemi cosa devo fare” Khaled piegò la testa, nero ed enorme guerriero che si offriva come una vittima sacrificale.
Otieno gli fece un cenno con la testa, a dirgli di rimanere fermo – e Khaledci rimase, immobile come solo i morti sanno stare – poi si inginocchiò davanti a me e alla regina a guardarci negli occhi.
Otieno ha le iridi castane e calde. Sarebbero occhi dolci, i suoi, pieni del contemplare ramingo che l’ha caratterizzato fin da bambino. Ma l’energia dell’oscurità e le carezze delle tenebre hanno colorato di fumo la cornea dandogli un aspetto innaturale. Nessuna creatura che conosco è inquietante e tenera come Otieno.
“Queste sono per voi” disse “perché il veleno non vi intacchi di più di quanto non possiate sopportare”.
Estrasse due sfoglie sottili da un sacchetto che ha al collo. Potrebbero sembrare ostie blasfeme, e invece chissà cos’erano.
“Tenetele sotto la lingua.”
“Sì.”
Pompon aprì la bocca, coraggiosa e diligente come sempre. Otieno sistemò la sfoglia sotto la sua lingua, come i gli antichi mettevano una moneta in bocca al morto, perché avesse di che pagare il pedaggio. Poi lo fece anche con me. Ci imboccò toccando piano i capelli a entrambi, come una carezza appena accennata.
Afferrò un sacchetto colmo di sale e fece un passo indietro, prima di cominciare la sua passeggiata attorno a noi, disegnando un cerchio sulla terra con i suoi passi.
“Et nos Lases iuvate. Et nos Lases iuvate. Et nos Lases iuvate.”
Una cantilena rotonda, fino a chiudere il cerchio. Aiutateci, Lari. Poiché il Lare eravamo io e la mia regina, il nostro aiuto era tutto lì. Ripensai all’altare distrutto nel giardino e la sua potenza diroccata mi fece sorridere. Era bello.
Pompon lo seguì con lo sguardo, attenta come se Otieno non stesse spargendo sale, ma una scia di lucciole.
“Dormirai su questa terra, sai?” dissi a Khaled piano. “Ti accoglierà bene.”
“L’ha già fatto” mormorò in risposta, senza quasi muovere le labbra.
“Et nos Lases iuvate. Et nos Lases iuvate. Et nos Lases iuvate.” Otieno chiuse il cerchio, poi andò a inginocchiarsi appena al di fuori con un cenno a Pompon e a me.
“Et nos Lases iuvate.” Terminò. Poi scandì, guardando Khaled negli occhi: “Ad principium venio:pietas costantia gravitas fidesque.”
Ed ecco che con quelle parole allacciava qualcosa di pesante nelle nostre tre gole di bevitori della luce.
Un giuramento pesa sempre, Ramtha, pensò Pompon nella mia mente e risultò fresca come un battito d’ali.
Lascerò che sia tu la prima, le risposi il mio era il ringhio di un lupo. Volevo essere lucido, se avessi dovuto intervenire per aiutarla dalla bestia di Khaled.
L’Uomo Nero era un’ombra tesa come una corda di violino.
Pompon allungò una mano pallida, bella tesa e dritta, nell’imposizione di un comando molto semplice: inginocchiati, perché fin lassù non ci arrivo.
Lo prese per mano e lo tirò giù con sé, semplicemente. Si accovacciò, incrociando le gambe. Una bambina che giocava con le bambole. Come la amavo.
Otieno si allungò è appoggiò i palmi delle mani sul sale del cerchio.
Pompon intrecciò le dita a quelle di Khaled e gli stese il braccio, nero e levigato. Gli accarezzò il polso di ossidiana e se lo condusse al viso, come se volesse farsi accarezzare. Affondò la guancia nell’incavo della sua mano e intanto canticchiava una nenia senza aprire le labbra. Non riuscivo a distogliere lo sguardo dall’intreccio delle loro dita. Così bianche. Così nere.
L’incanto si ruppe come un vetro, mentre la regina scattava a piegarsi, mostriciattolo famelico, e affondava le zanne in quella carne antica.

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Personaggi: Ramtha, Pompon e Khaled. Approfondisci QUI.
La Storia: biblos 1 – L’Uomo Nero

Strigi e lupi – Grecia, Roma e il Medioevo Europeo – I

La strix, nella mitologia romana, era un uccello notturno il cui canto e la cui vista era di cattivo auspicio.
Dal nome latino strige si è poi sviluppato quello italiano strega riferendosi alla donna che opera incanti e malefici notturni. Allo stesso modo alla strigoaicǎ rumena e alla shtriga albanese, Ma è anche il nome scientifico dell’allocco (strix aluco), un rapace notturno.
E proprio con le sembianze di rapaci vengono rappresentate queste creature ibride (come già le arpie e le sirene).
Si nutriva di carne umana e di sangue e di certo somiglia alla figura greca della mormo.

Strige - disegno di Silverene

Strige - disegno di Silverene

A differenza delle leggende che si affermano in tempi più tardi (dal Medioevo in poi) questi vampiri non sono defunti rianimati, ma creature vive che attraversano una metamorfosi e che incarnavano le potenze notturne, ctonie, tenebrose.

Nel testo greco Le Metamorfosi di Antonino Liberale (che raccoglie una parte di materiali della perduta Ornithologia di Boios) si racconta la storia della fanciulla Polifonte e dei suoi figli.
Secondo il mito, Polifonte era una vergine che faceva parte del culto della dea Artemide e detestava il matrimonio quanto ogni essere umano di sesso maschile.
La dea Afrodite la fece innamorare di un orso e dall’unione con l’animale, Polifonte ebbe due figli, Agrio e Orico.
Le versioni sulla sua fine, sono diverse.
Secondo alcune, la dea Artemide la punì per avere perso la verginità, facendola sbranare dagli animali del bosco. Secondo un’altra, per sfuggire all’ira di Zeus vennero tutti e tre mutati in rapaci notturni.
Secondo quella raccontata da Antonino Liberale, invece, i tre vennero mutati in strigi, uccelli da preda, come punizione per avere praticato il cannibalismo.

“uccelli che gridano nella notte, senza cibo o bevanda, con la testa in giù e le estremità inferiori in alto, portatore agli uomini di guerre e conflitti civili”.

Una descrizione interessante che rimanda anche al pipistrello, spesso associato al vampiro.
Nel Satyricon, Petronio le descrive come ladre di cadaveri di ragazzi, che rimpiazzano con manichini di paglia. Orazio sostiene che le sue piume siano un ingrediente per le pozioni amorose. Di nuovo il rimando di creature così mortifere all’amore, ci richiama alle sirene.
Silio Italico, nel Punica (come prima Virgilio ancora Omero) fa discendere agli Inferi Publio Cornelio Scipione per incontrare le anime e ottenere informazioni sulla guerra in corso. Qui vediamo, accanto agli Inferi un funereo albero di tasso su cui dimorano gufi, avvoltoi, arpie e “la strige le cui ali sono macchiate di sangue”. Già Lucio Anneo Seneca aveva loro attribuito la dimora nel Tartaro.
Sebbene ci fossero innumerevoli descrizioni, la strige rimaneva un animale misterioso. Il naturalista Plinio il Vecchio nel Naturalis Historia, confessa di conoscerle poco. Ricorda che il loro nome viene usato come una imprecazione o una maledizione ma al di là di ciò, può solo riportare che le dicerie sul modo di nutrire i loro piccoli dovevano essere false, visto che nessun uccello, a parte il pipistrello, allatta la prole. Nel mondo antico il pipistrello era comunemente classificato come uccello. Solo Aristotele lo considerava a metà fra un uccello e una animale terrestre.

La figura della strige sopravvive nella mitologia medievale:
Una legge francese risalente al IV secolo prescrive: “se qualcuno dice ad alta voce di una donna che è una strige (stryge) o una prostituta sarà condannato ad una ammenda di 2.500 denari…Se una strige ha divorato un uomo [...] sarà condannata a pagare 8.000 denari.”
In questo caso probabilmente il termine “strige” significa già “strega”, appellativo che si stava evolvendo nelle lingue romanze.
Carlo Magno, re cristiano che non credeva agli spiriti malefici, condannò a morte, nei suoi capitolari, i Sassoni che avevano bruciato (per loro unico rimedio contro le strigi) alcuni uomini e donne accusati di esserlo diventati.
Per quanto riguarda la strige come animale mitologico, rimane il risultato di una maledizione. Spesso si mutavano in strigi le donne dannate, che avevano subito un anatema. O ancora che si fossero cibate in vita della carne umana di fanciulli e uomini (delitto che rimane imputato alle streghe durante il periodo medievale).

La vampira Pompon nella sua forma animale. La regina Phersipnai lo sa che non la guarderete più con gli stessi occhi.

La vampira Pompon nella sua forma animale. La regina Phersipnai lo sa che non la guarderete più con gli stessi occhi.

Come molti prototipi del vampiro che abbiamo incontrato durante il percorso, anche le strigi possono essere collocate nell’archetipo della donna dannata, sterile per dannazione e straripante di carica erotica, che rapisce e divora i bambini e gli uomini che seduce.
Anche l’universo maschile, tuttavia, non è esente dalla maledizione di quello che la società considera il crimine più efferato: il cannibalismo.
La controparte maschile della dannata Polifonte possiamo trovarla in Licaone. Per quanto tante siano le versioni del suo mito, tutti concordano nel considerarlo un uomo empio.

Licaone mutato in lupo - Hendrik Goltzius (1558-1617) per le Metamorfosi di Ovidio, Libro I, 209 ff.

Licaone mutato in lupo - Hendrik Goltzius (1558-1617) per le Metamorfosi di Ovidio, Libro I, 209 ff.

Desiderando conoscerlo meglio per verificare le voci sul suo conto, Zeus in persona si recò al suo palazzo e chiese ospitalità al re rivelandogli la propria identità. Deciso a mettere alla prova il dio sulla veridicità delle affermazioni, Licaone uccise il piccolo nipote Arcade e lo servì a Zeus sulla mensa imbandita.
In collera, Zeus punì Licaone uccidendo i suoi figli e trasformando il crudele sovrano in lupo, condannandolo così a cibarsi di carne umana per il resto dei suoi giorni.
Probabilmente il mito può essere ricondotto ai sacrifici umani che in epoca molto antica venivano celebrati in Arcadia in onore di Zeus Liceo (un’emanazione di Zeus sovrapponibile ad Hades, anche chiamato Zeus Ctonio. Il termine Liceo riconduce alle sembianze di lupo nelle quali si presentava. E’ con le stesse che viene onorato Aita, l’Hades etrusco): quando una vittima umana veniva immolata e i celebranti, che si erano cibati delle viscere, venivano trasformati in lupi

Il vampiro Ramtha in una dei suoi primi tentativi di prendere forma animale. Anche il re Aita, come molte creature delle tenebre, sfoggia uno sguardo inquietante e un aspetto feroce.

Il vampiro Ramtha in una dei suoi primi tentativi di prendere forma animale. Anche il re Aita, come molte creature delle tenebre, sfoggia uno sguardo inquietante e un aspetto feroce.

per otto anni. Scaduto questo termine potevano ritornare umani, a patto che non avessero mangiato carne umana.
La metamorfosi non è solo una punizione.
Si tratta invece di porre l’uomo in una condizione tra i mondi, quello animalesco e quello umano, quello razionale e quello spirituale, quello della vita e quello della morte. Come già accade alle figure femminili che subiscono lo stesso destino.
Il mito sopravvive nelle tradizioni medievali che parlano del licantropo e del lupo mannaro, figure simili ma non uguali. Tuttavia il significato antico rimane quello di un mondo tra i mondi, divino e feroce.

Mission: Parma 1230 – VII

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Via via che il fuoco si trasformava in cenere, giungeva alla sala del concilio la prole degli antichi defunti.
Un giovane alto, magro, i cui abiti pieni di polvere sembravano buttati addosso uno sull’altro, senza alcuna attenzione per i colori che cozzavano tra di loro. Con gli occhi sgomenti si guardò intorno.
“Devi” disse e poi rimase zitto per un po’. “Il tuo spirito ritrova la pace dopo essere stato intrappolato in questa esistenza a metà.”
Disse qualche parola in una lingua lontana e sputò per terra, in mezzo alla cenere, come per scaramanzia.
Riconobbi l’immortale che nel cortile aveva fatto roteare le torce infuocate per il pubblico in festa. Lo avevo notato in maniera sommaria al mio arrivo e ora, in mezzo alla tragedia, capivo perché. Portava sulla testa, ad appiattirgli i capelli corti e arruffati, una cuffia di pelle di lupo smangiucchiata ai bordi, cucita con abilità popolare. Aveva fatto cucire perfino le orecchie, un po’ pendule, ma inequivocabilmente da lupo.
Non era il momento per perdersi nella contemplazione, eppure il dettaglio mi infastidì.
Somigliava troppo al sacro copricapo di Aita che indossavo al fianco della mia regina durante le celebrazioni del culto, la pelle di lupo degli Appennini che calava sulle mie spalle come un mantello e col muso irto di fauci mi adombrava la fronte.
Sembrava che la cuffia dello zingaro figlio di Devi, facesse il verso alla sacralità della veste che avevo lasciato a Bologna.
Non gli dissi niente.
Lui si accucciò a fianco del ragazzo che piangeva per Camilla e gli colpì la testa, scherzoso.
“Avanti, Laszlo! Non vorrebbe vederti in queste condizioni!”
L’altro, Laszlo, non rispose e ringhiò ancora, come se tra i denti potesse buttare fuori l’angoscia che provava. Spinse di lato lo zingaro e lo appellò con il nome di Manish.
Frugando tra gli abiti inceneriti di Camilla trovò un falcetto d’argento, scampato alle fiamme innaturali. Lo raccolse tra le dita e mandò un grido al soffitto.
“Quanto la fai lunga” sospirò Manish. Si rimise in piedi, si spazzolò le ginocchia dalle ceneri dei defunti e sistemò meglio sulla testa il suo cappello.
Un’orecchia da lupo penzolò da una parte. Mi resi conto di stare facendo una smorfia.
“Il fuoco è giunto da fuori.” Dissi. “Ed era mirato a questa sala, se non fossi stato fuori per un caso assolutamente fortuito, sarei probabilmente morto anch’io.”
L’orgoglio mi portava a pensare che avrebbe potuto non essere così. Sapevo che gli anni che avevo vissuto come dio e come immortale mi avevano reso potente e che il fuoco non mi danneggiava in maniera totale. Eppure i risultati sul pavimento mi portavano a fare un passo indietro circa la mia autostima: Ahmed, antico e potente quanto me, giaceva ai miei piedi incenerito.
“Non è un fuoco naturale” ripetei. “Non più di quanto sia naturale la nostra esistenza dopo la morte. E’ stato un nemico del concilio a fare questo.”
“Qualcuno che non desiderava che gli antichi allacciassero un’alleanza” disse alle mie spalle la guardia armata di Ahmed.
Mi voltai a guardarlo.
Le sue parole sarebbero bastate a mostrare a tutti la verità, a spingerli a legarsi immediatamente in un patto con la Dodecapoli e con me.
Se fossero stati vivi.
Khaled ibn Ahmed non aggiunse altro.
Era giunto un altro misero gruppetto di immortali.
Uno rimaneva nell’ombra, senza osare entrare, un altro – il bel giovane che aveva baciato Odette prima del Concilio – restava sulla soglia immobile, i polpastrelli appoggiati alle labbra, come se desse all’antica principessa immortale un ultimo addio.
Il terzo, un ragazzo biondo e sottile che non poteva essere che la prole di Aubin, giunse correndo, agitando le vesti preziose e gridando il nome del defunto.
Gli mancarono le forze e le gambe gli si piegarono, afferrò la tunica di Khaled e la guardia fu rapida ad afferrarlo.
“Stare qui è pericoloso” disse, sostenendo il ragazzo in preda al dolore.
“E’ così.”
Ci voltammo entrambi verso il corridoio, da dove Gertrude stava venendo verso di noi con un seguito di guardie armate. Era perfino più pallida di come la ricordavo nella sua immortalità.
I soldati la precedettero, fedeli servitori di Goffredo, e si andarono ad accertare della situazione, di ciò che era rimasto.
“La folla è trattenuta al piano di sotto. Ma per noi è più sicuro ritirarci nelle camere sotterranee prima di parlare di quello che è successo.
Laszlo le lanciò un’occhiata feroce e dubbiosa, ma Gertrude continuò, senza perdersi d’animo.
“Goffredo, il mio signore, è appena morto qui. E io, in qualità di sua erede, darò gli ordini che ritengo opportuni.”

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Se la notte è scura

Particolare di un'illustrazione della saga per ragazzi "Vampiretto" di Angela Sommer Bodenburg

Particolare di un'illustrazione della saga per ragazzi "Vampiretto" di Angela Sommer Bodenburg

E non temete se la notte è scura

abbiamo trenta lune di cartone

con dentro le lanterne col carburo

da far sembrar

la luna un solleone.

Ma che aspettate a batterci le mani

Dario Fo e Fiorenzo Carpi

L’Uomo Nero – XVI

fiction: l'uomo neroCONTINUA DA QUI

“Sei una compagnia pericolosa, Ramtha” mi aveva detto, la notte in cui aveva accettato di legarsi a me e a Pompon, prima che lo lasciassi.
Quando gli avevo chiesto perché, aveva ribadito che per mille anni era vissuto per la caccia e per la vendetta.
“E tu mi stai togliendo tutto questo. Mi togli le zanne e cerchi d instillare al posto loro un sommesso desiderio d pace. La collera è tutto ciò che avevo. Come vedi sei pericoloso anche per me.”
Per mille anni, Khaled Ibn Ahmed era stato l’Uomo nero ed era vissuto per la battaglia e per la vendetta e ci si era addormentato. Adesso era venuto per lui il momento di svegliarsi a una luce nuova.

“La verità” sussurrai all’orecchio di Pompon tenendole la mano nella mia “è che l’Uomo Nero ha una paura del diavolo.”
Lei lasciò correre lo sguardo sulla campagna attorno, i lunghi riccioli che le sfuggivano alla treccia e giocavano nel vento. Osservò il casale dove dimorava il nostro ospite e sembrò determinata quanto me. Sfoggiava il vestitino nuovo che Otieno aveva comprato per lei da Benetton e le scarpe di stoffa bianche, sebbene preferisse camminare a piedi nudi. La mia regina voleva fare buona impressione.
“Ha paura perché non sa cosa lo aspetta, né che cosa voglia dire non essere più solo. Questo fa di lui un immortale saggio.”
Mi strinse la mano.
“Andiamo” disse.

Scivolammo insieme dalla finestra sotto le edere rampicanti.
Khlaed ci aspettava, era un’ombra nell’angolo. Quando ci vide entrare si alzò in tutta la sua statura e poi si inchinò con tutta la cortesia del silenzio che lo ammantava.
“Siamo arrivati. Otieno sta preparando le ultime cose.”
Mi feci avanti e gli presi la mano, senza aggiungere altro.
Rimase pietrificato alzando lo sguardo su Pompon.
Tendo sempre a dimenticare quanto possa essere sconvolgente per gli altri vederci insieme. Dopo tanto tempo, il fatto di condividere lo stesso viso, lo stesso modo di sorridere o di muovere la testa quando ci viene rivolta una domanda, è passato in secondo piano.
Quando dico con sincerità che Pompon è bellissima, lo dico sempre parlando di lei, è difficile anche per me ricordare che in lei sto apprezzando i miei stessi lineamenti. Otieno è molto bravo a scegliere abiti molto diversi per noi ed è Pompon che mi pettina ogni sera, preferendo per sé acconciature complicate che ha imparato attraverso i secoli, ciononostante sono accortezze che non bastano a spezzare l’incanto spaventoso di un gioco di specchi per chi viene a domandare un incontro.
L’Uomo Nero sapeva che eravamo gemelli, ma un conto è saperlo, un conto è vedere con i propri occhi: non era preparato all’uguaglianza mortale esasperata da millenni di perfezione immortale.
Davanti a noi, s’inchinò ancora.
“Faremo un foedus” sussurrò Pompon, quando Khaled si fu rialzato.
“Temo di non conoscere il termine.”
“Un patto sacro” spiegò lei “Un foedus non si può infrangere.”
Khaled guardò me e io feci un gesto con la mano.
“Immagina come un nodo.”
“C’è la tua parola” annuì la regina “e c’è la nostra. Adesso si dice fiducia.”
“Fiducia”
Khlaed scandì bene quella parola nel buio, la conosceva bene. La sua voce riecheggiava della vita mortale e immortale, tutto il valore di cui nel tempo l’aveva riempita e svuotata.
“Si dice fiducia,” Pompon calcò sul “si dice”. “Ma è molto di più.”
“Sì. Molto di più. Lo conosco, e ho compreso.”
Pompon annuì ancora, piano.
“Tu ci difenderai. E noi non ti faremo mancare niente. Avrai noi e la famiglia che i Neri sono stati e sono. E una terra che chiamerai come tua. Il mio re che la brami. E che se anche non sostituirà quella di un tempo nel tuo cuore, sarà la tua casa come lo è stata quella. “
:Avevo parlato a Pompon e a Otieno dell’anatema che gravava su Khaled. Di come un immortale potente si fosse schierato contro di lui e gli altri vampiri che lui considerava una famiglia, un clan, una congrega. Di come avesse trasformato il loro bere sangue di altri immortali in ossessione e di come avesse trasformato per loro il sangue in veleno. Un incantesimo che si mordeva la coda da solo.
“La tua maledizione è qualcosa che ti opprime.” Aprii la cortina di edera sulla luna lattiginosa che con la sua luce dolce accarezzava la campagna piena di neve. “Ti secca come una pianta. Noi vogliamo che tu sia libero. E lo stesso foedus passerà da questa purificazione. L’atto di fede che abbracceremo insieme, è simile a quello che la famiglia dei negromanti ha fatto con me e con Pompon. I colori del nostro patto erano diversi, l’intensità si basava su altri presupposti. Quello su cui si baserà il nostro nodo, avrà il sapore della purificazione. Del sangue pulito. Del cambiamento.”
Sapevo che Khaled non pensava che il cambiamento appartenesse alla natura delle creature come noi.
E se in parte aveva ragione, dall’altra Pompon e io eravamo certi che non fosse così.
“Vogliamo andare?”
Khaled annuì.
“Sono un guerriero di grande forza davanti a due bambini” sospirò, uscito al vento della campagna. “Eppure sono io il bambino.”
Lo avevo preso per mano da una parte, mentre Pompon gli aveva stretto l’altra, sull’altro lato e così attraversammo il campo fino al frutteto di Casa Neri.

Personaggi: Ramtha, Pompon e Khaled. Approfondisci QUI.
La Storia: biblos 1 – L’Uomo Nero

La Morte dei Lari

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Larario Vettii - Pompei

Sono i Lari Domestici, accoccolati in fondo all’atrio, vestiti di pelle di cane, il corpo cinto di fiori; hanno il volto stretto fra le mani e piangono convulsamente.

Lari Domestici: Dov’è la razione di cibo che ci offrivano a ogni pasto, le attenzioni della serva, il sorriso della padrona, la felicità dei bambini che giocavano agli aliossi, sui mosaici del cortile? E che, appena cresciuti, ci appendevano al collo la loro bulla d’oro o di cuoio? Che gioia quando, a sera, raggiunto un successo, il padrone rientrando rivolgeva verso di noi gli occhi umidi! Narrava le sue imprese e la piccola casa aveva l’orgoglio d’un palazzo, la sacralità d’un tempio. Com’erano dolci i pasti in famiglia, soprattutto il giorno dopo la Feralia. Nell’affetto per i morti si quietavano tutti i contrasti, e ci si abbracciava, brindando alle glorie trascorse e alle aspettative future. Ma gli antenati di cera dipinta, chiusi dietro di noi, ammuffiscono lentamente. Le nuove generazioni, per punirci dei loro disincanti, ci spezzano le mascelle; i nostri corpi di legno si sbriciolano sotto il morso dei sorci.

E tutta questa moltitudine di Dei, custodi degli usci, del focolaio, della cantina e delle terme, si disperde cangiata in enormi formiche laboriose, o in grandi farfalle svolazzanti.

(Gustave Flaubert – La Tentazione di Sant’Antonio)

L’Uomo Nero – XV

fiction: l'uomo neroCONTINUA DA QUI

Dopo la mia proposta, Khaled esta qualche giorno da solo. Immagino abbia bisogno di pensarci su, di valutare quello che avrà da guadagnare e quello che ci sarà da perdere. Non ho intenzione di mettergli fretta.
Lo farà, pare, non restandosene fermo sulle mie terre, ma andando a guardare negli occhi un nemico di vecchia data. Come se la percezione di un pericolo tremendo e di quello che potrebbe venirgli strappato con questo suo viaggio così rischioso, possa fortificare la coscienza della decisione di rimanere al mio fianco. Come se guardare negli occhi il suo passato possa dimostrargli che esiste ancora un futuro, anche per lui che pensava di non averlo più.
Ramtha potrà forse liberarmi dal tormento che trascino in me da secoli,
si è detto. Ma è necessario che io ne affronti la causa.
In tutto questo, pare che andare in montagna per schiarirsi le idee sia di gran moda, tra i bevitori di sangue.

Sulle tracce dell’Alchimista
di Clarisse Poloni

Ora la chiamano Iskenderun.
La prima volta che misi piede in quella terra il suo nome era Alessandretta. Appoggiai la mano su quella terra ocra e sentii chiaramente il sangue di Isso che mi risaliva lungo le dita. C’era ancora molta rabbia in quel luogo e altra ce ne sarebbe stata per centinaia di anni. Non si è ancora esaurita, a quel che ne so.
La conosco bene perché quella rabbia la porto nel sangue.
Ogni notte quella terra riverberava il calore del sole e lo sentivo bruciarmi sulla pelle, prima di svanire avvolto dall’oscurità. Me ne cibavo, e il mio corpo si scuriva come i miei capelli erano sbiancati da tempo.
“Chi uccide un essere intrinsecamente malvagio non uccide quell’essere in sé ma solo il male che alberga in lui.”
Amhed rise forte dopo aver pronunciato queste parole.
“Vedi come si arrabattano per cercare scuse all’assassinio, figlio mio. Come se fosse possibile scindere gli uomini dal male e dal bene che possiedono.”
Mi passò una mano sulla guancia, come una carezza, sorridendomi. “Noi, soprattutto, non combattiamo il male. Sarebbe sciocco identificare i nostri nemici con esso, e presuntuoso.”
Io annuii senza capire del tutto: allora non m’interessava neanche granché. Mi era sufficiente conoscere l’obiettivo verso
il quale scatenare la mia furia e quello avrei distrutto, ad ogni costo.
In ogni caso i nostri nemici avevano un vantaggio, rispetto al Male: un nome ben preciso.
“Il Re dei Franchi è a Costantinopoli.”
Sharim incrociò le dita sul tavolo e ci osservò tutti. Un concilio d’immortali per sostenere, sotterraneamente, la resistenza contro i Cristiani. Un concilio d’immortali per dimostrare, ad altri immortali, che non avrebbero teso le loro lunghe mani artigliate in questa nostra terra di sole, sabbia e sangue senza ritrovarsele mozzate.
L’avanzata tedesca era stata fermata pochi mesi prima e senza un grande dispendio di energie: dare modo ai crucisignati di mordersi il collo a vicenda era stato sufficiente.
“Siamo molto bravi a sussurrare.” mormorava Amhed, sorridendo.
“E là ove i sussurri non bastano, c’è il canto del metallo.” rispondevo io, sempre. Era quello il mio compito d’altro canto, agire quando tutto il resto non aveva avuto effetto.
“Forse avranno gli stessi problemi avuti dai Sassoni.” pontificava Sharim, sperando di allontanare lo spettro di Luigi VII con delle semplici lotte intestine.
“Illusi.”
Raquiel sorrise, bellissima.
“Arriveranno.”
I fatti le avrebbero dato ragione. Mentre i grandi del Nido dell’Aquila discorrevano, i Franchi si stavano muovendo. Avrebbero arrossato il Meandro di sangue.

“Siamo stati sulle montagne.”Ne sento l’odore sui suoi capelli, lui che è l’immortale signore della Dodecapoli. Ha il profumo della neve fra i riccioli neri e qualcos’altro che conosco. Antico quasi quanto lui.
Taccio, nella notte, ma nella mia mente quel viso crudele di donna continua a ridere sguaiatamente. 

Allontanarsi si fa più difficile, anche se so che si tratta di una mera ricognizione. Forse avrei dovuto parlarne con Ramtha, ma continuo a credere che invischiarlo in tutto questo sia un immenso errore..
Vuoi sempre fare tutto da solo.

“Non mi piace rischiare per altri che per me stesso.”

Gaius lo sa, perché così si comportava anche lui. Ma sa anche quanto sia doloroso perdere qualcosa che si ama.
La sua voce cancella il mormorio insistente di Sibilla, ma solo per un istante. Lei torna rapida ad appollaiarsi sulla mia spalla, cercando di affondare i suoi artigli nei miei pensieri. È un odio tanto grande il suo che non posso in alcun modo ignorarlo: mi rimbomba nelle orecchie come una tempesta e so che, potendo, sarebbe felice di farmi sprofondare nuovamente nella follia.

Avanza verso il patibolo, miscredente.

Il mormorio maligno di donna, un fantasma con le fauci spalancate sul mio collo, per vendicarsi di quando io piantai i denti nel suo. Per ricordarmi quanto effimera sia stata quella vittoria.

Avanza e lasciati dilaniare finche non resteranno di te altro che miseri resti contorti.

Sibila e io l’ascolto: so cosa sto per affrontare e so quanto questo potrebbe costarmi. Una volta sarei rimasto impassibile malgrado le minacce.
Ora subisco i lati negativi dell’avere qualcosa da perdere.
Allungo il passo, scivolando rasente il terreno come ombra di nuvola errante, per uscire il prima possibile dai territori che Aita controlla. Ed è strano pensare già a quando vi ritornerò, se vi ritornerò.
Mi dirigo verso il gelo, verso le Alpi imponenti; una volta lì potrò essere certo delle mie sensazioni.
Ma anche lui avvertirà la mia presenza e a quel punto so, come una stretta all’anima, che cercherà di annientarmi.
Snudo le zanne in un ghigno: Ramtha potrà forse liberarmi dal tormento che trascino in me da secoli, ma è necessario che io ne affronti la causa.
E quello è un sangue che berrei gioiosamente fino all’ultima goccia. 

I suoi capelli erano neri quanto i miei bianchi e la sua pelle candida strideva con la croce rossa che portava sul petto. Sembrava sempre sporco di sangue, per quanto si mantenesse accuratamente pulito; in confronto a lui io affondavo le braccia nei cadaveri fino al gomito, ritraendole macchiate in maniera indelebile.
Avanzava nella notte con la baldanza di chi non ha bisogno di far altro che impartire ordini e agli occhi di molti appariva puro come un angelo ingiustamente condannato.
Amhed guardava nella sua anima e inorridiva, nei vicoli odorosi di spezie di Antiochia.
“Nessuno di noi è innocente” mi disse, afferrandomi un polso “Ma esistono limiti che molti di noi non valicherebbero mai. La sua anima è un contorto serpente che sguazza nelle viscere di ogni essere vivente e non.”
Io lo fissavo, dallo schieramento opposto, e sapevo che sarebbe arrivato il momento in cui avrei dovuto affrontarlo.
Non immaginavo che mi avrebbe strappato più di quanto fossi disposto a concedergli, ma sono sempre stato arrogante. Allora lo ero in modo particolare e forse a ragione.
Si chiamava Aleksandr, lo chiamavano l’Alchimista.

Era un Cavaliere del Tempio.
Avanzava sicuro nella notte con un seguito invidiabile. Noi eravamo estranei in quel regno cristiano, nascosti fra ombre e polvere. Ma lui ci vedeva, ci conosceva. E c’ignorava.
Al suo braccio camminava la principessa delle Fiandre, con i capelli biondi riccamente acconciati e il cuore che ancora le batteva nel petto, anche lei lì per chinare il ginocchio davanti al Re di Francia: Sibilla.
Avrei potuto ucciderlo molte volte allora e non lo feci, perché Amhed mi afferrava il polso tirandomi indietro.
“Lascia che si scornino, Khaled. Lascia che sprechino energie in futili combattimenti.”
E mentre mi fermava lasciava trapelare informazioni sulla vitale importanza di Damasco. Lasciava che i Templari convincessero il Re di Francia ad assediarla.
E alla fine sorrise, tirando le fila, quando i crociati si sciolsero come neve del deserto, davanti alle mura di Damasco.

Passo Rolle.
Alzo lo sguardo verso le Dolomiti, mentre la neve mi cade addosso senza sciogliersi. Ogni passo in avanti mi costa più energie di quanto pensassi.

Sei troppo vicino, Khaled.

“Non lo temo.”

Falso.

Sorrido, mentre scivolo fra la neve e i fantasmi di una guerra che aveva lasciato tracce fin troppo recenti su quei monti.

Lascia in pace i morti.

“Non posso.”

Puoi, ti basta decidere di farlo. Pensi che tutto questo abbia davvero un’utilità, Khaled? Pensi che uccidendolo possa cambiare qualcosa?

“No, non sono così sciocco. Ma voglio la mia vendetta. Voglio che ciò che ha compiuto non rimanga impunito.”
Stringo le mani attorno ad un costone roccioso, tirandomi su di peso. Non lascio impronte nella neve ma questo non mi stupisce: il mondo si accorge difficilmente della mia presenza, se non sono io a volerlo.
Ma so che Aleksandr mi sente. So che sente il mio avvicinarsi come io ho sento il suo dolciastro profumo stantio aleggiare nella neve.
Le anime di tutti coloro che porto con me riecheggiano nelle mie orecchie, riempendo la valle di grida di dolore, gioia e tormento. Chiudo gli occhi abbandonandomi ad esse: Gaius non può fermarle sempre, non adesso.
Non ora che il solo ascoltarle mi riporta alla mente ogni singola goccia di sangue che ho bevuto da loro.
Snudo le zanne, gli artigli tesi e minacciosi.
Che mi veda.
Che mi senta.
Che sappia e viva nella paura, perché un giorno andrò a prenderlo. E allora si renderà conto, perfettamente, di quanto una maledizione possa ritorcersi contro colui che l’ha formulata.
L’ombra di Gaius scuote il capo: sospirerebbe, potendo.
Io rimango lì, accoccolato nella neve a fissare l’orizzonte, godendomi la poca distanza che mi separa dalla mia preda più grande e il ribollire di un rancore che credevo sopito.

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