La seguimmo nei sotterranei e quando giungemmo lì scendemmo ancora, lungo una scalinata di pietra nascosta. Gertrude sembrava sconvolta quanto noi, ma non si perse d’animo, stringendo le dita bianche attorno alla torcia e scendendo nelle profondità della terra.
Accompagnava la nostra discesa il pianto senza consolazione di Amaury.
Amaury, figlio della luce del maestro di tarocchi Aubin, era il giovane esile e biondo che nel salone non aveva retto al dolore della perdita e si era aggrappato alla tunica del moro.
Non ci si era più staccato.
Continuava a spargere lacrime sanguigne e alte grida di cordoglio, quando non si ricordava di soffocarle nella spalla di Khaled. La guardia camminava al mio fianco, sostenendo il giovane immortale, e di tanto in tanto guardava me come se io avessi potuto fare qualcosa.
Ma non potevo far risorgere Aubin dalle sue ceneri, né nessun altro. Aita è il dio che comanda la morte, non che impone alla vita di portare indietro i defunti. Per una seconda volta, perfino.
Laszlo invece aveva asciugato le sue lacrime.
Aveva dipinto sul viso giovane un’espressione dura che avevo già visto sul viso di sua madre Camilla e si stringeva al petto il falcetto d’argento che era stato di lei.
Il suo amico Manish, lo zingaro con il copricapo di lupo in testa, lo spronava. Intanto però balzava avanti, verso Gertrude, riempiendo di domande la vampira. Si contendeva la sua attenzione con un giovane dal portamento nobile e i capelli scuri, dalla barba tagliata in un pizzetto curatissimo e dagli occhi blu, del colore innaturale che era stato di Odette.
Se la bella Odette gli avesse trasmesso quel tratto con la sua luce immortale o se avesse cercato un figlio così tra i tanti giovani della sua terra, non lo sapevo.
Di fatto, lui e Manish affiancavano Gertrude come due cani rincorrono un cervo e lei procedeva sicura senza dare loro attenzione.
“Parleremo quando saremo arrivati” li placava, di tanto in tanto. “E’ quasi l’alba.”
Era vero.
La luce non avrebbe tardato a rischiarare le terre del parmense, ad arrampicarsi sui muri del castello di Bardi. I seguiti immortali degli antichi bruciati nel salone certo avevano lasciato la corte, in cerca di un rifugio per la notte, o lo stavano facendo in quel momento.
Sarebbero tornati a pretendere spiegazioni al tramonto.
Getrude spalancò per noi una sala, dietro una porta che avremo potuto chiudere dall’interno con un grosso serramento, e su quell’atrio si aprivano a raggiera numerose celle più piccole, blindate allo stesso modo.
“Il mio signore Goffredo aveva fatto disporre per gli antichi queste stanze. Le offro a voi.” Disse a voce bassa, mentre chiudeva la porta alle nostre spalle.
Khaled si offrì di aiutarla e posizionò il serramento. Né l’atrio né le celle a raggiera possedevano finestre. La terra ci proteggeva sopra e sotto.
“Manca ancora un po’ di tempo all’aurora” dissi, portandomi al centro del gruppo. “Cerchiamo di fare mente locale su quello che è successo.”
Gertrude estrasse dall’abito un involto.
“L’ho preso prima di venire da voi, dopo avere visto quel fuoco letale arrivare dal cielo.” Lo appoggiò sul pavimento e mi sedetti a terra davanti a lei, mentre lo svolgeva.
Anche Khaled e gli altri si abbassarono, attenti, e grazie agli dèi della terra, Amaury aveva ridotto il suo pianto a un singhiozzare sommesso.
“Sono lettere” dissi, quando lei sparse davanti ai nostri occhi la corrispondenza degli ultimi mesi di Goffredo. “Ci sono anche quelle che ha scambiato con me e la mia regina, per l’organizzazione del Concilio.”
Le estrassi dal mucchio, mettendole da una parte, per ordinare i mittenti. Riconobbi la bella calligrafia di Pompon e sentii un brivido alla prospettiva che avrebbe potuto esserci anche lei, in quella sala, arsa come gli antichi invitati.
Khaled si fece avanti, lasciando indietro il giovane immortale piangente e si piegò sulle missive.
“Vediamo se c’è qualcosa di interessante. Ecco la pergamena di Ahmed.”
“Non lasciava che nessuno vedesse la sua corrispondenza, non si lasciava aiutare nella gestione nemmeno da me, ho paura che fosse minacciato, adesso” diceva, Gertrude, mentre io alzavo il viso, attratto da un movimento lungo la parete.
Khaled e Amaury, Manish, Laszlo e il giovane dagli occhi blu sedevano tutti attorno alle lettere, insieme a me e a Gertrude.
Ce ne era uno, però, che si guardava bene dal farlo. Una figura così alta da starsene ricurva, tutta avvolta in un mantello puzzolente di chiuso e di polvere che piegava il viso in ombra, sotto il cappuccio, temendo forse di essere visto.
Come se potesse passare inosservata una figura simile nell’antro protetto in cui eravamo chiusi.
“Tu sei il figlio di Basilio, vero?” mi alzai per raggiungerlo. E avanzai, quando lui fece un passo indietro, appiattendosi al muro. “Perché mi fuggi? Nascondi qualcosa?”
La figura tacque e abbassò il viso.
Alzai il braccio per afferrare il suo cappuccio e lo strattonai indietro per scoprirgli il volto.
E mandai un grido d’orrore.











