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Dopo la mia proposta, Khaled esta qualche giorno da solo. Immagino abbia bisogno di pensarci su, di valutare quello che avrà da guadagnare e quello che ci sarà da perdere. Non ho intenzione di mettergli fretta.
Lo farà, pare, non restandosene fermo sulle mie terre, ma andando a guardare negli occhi un nemico di vecchia data. Come se la percezione di un pericolo tremendo e di quello che potrebbe venirgli strappato con questo suo viaggio così rischioso, possa fortificare la coscienza della decisione di rimanere al mio fianco. Come se guardare negli occhi il suo passato possa dimostrargli che esiste ancora un futuro, anche per lui che pensava di non averlo più.
Ramtha potrà forse liberarmi dal tormento che trascino in me da secoli, si è detto. Ma è necessario che io ne affronti la causa.
In tutto questo, pare che andare in montagna per schiarirsi le idee sia di gran moda, tra i bevitori di sangue.
Sulle tracce dell’Alchimista
di Clarisse Poloni
Ora la chiamano Iskenderun.
La prima volta che misi piede in quella terra il suo nome era Alessandretta. Appoggiai la mano su quella terra ocra e sentii chiaramente il sangue di Isso che mi risaliva lungo le dita. C’era ancora molta rabbia in quel luogo e altra ce ne sarebbe stata per centinaia di anni. Non si è ancora esaurita, a quel che ne so.
La conosco bene perché quella rabbia la porto nel sangue.
Ogni notte quella terra riverberava il calore del sole e lo sentivo bruciarmi sulla pelle, prima di svanire avvolto dall’oscurità. Me ne cibavo, e il mio corpo si scuriva come i miei capelli erano sbiancati da tempo.
“Chi uccide un essere intrinsecamente malvagio non uccide quell’essere in sé ma solo il male che alberga in lui.”
Amhed rise forte dopo aver pronunciato queste parole.
“Vedi come si arrabattano per cercare scuse all’assassinio, figlio mio. Come se fosse possibile scindere gli uomini dal male e dal bene che possiedono.”
Mi passò una mano sulla guancia, come una carezza, sorridendomi. “Noi, soprattutto, non combattiamo il male. Sarebbe sciocco identificare i nostri nemici con esso, e presuntuoso.”
Io annuii senza capire del tutto: allora non m’interessava neanche granché. Mi era sufficiente conoscere l’obiettivo verso
il quale scatenare la mia furia e quello avrei distrutto, ad ogni costo.
In ogni caso i nostri nemici avevano un vantaggio, rispetto al Male: un nome ben preciso.
“Il Re dei Franchi è a Costantinopoli.”
Sharim incrociò le dita sul tavolo e ci osservò tutti. Un concilio d’immortali per sostenere, sotterraneamente, la resistenza contro i Cristiani. Un concilio d’immortali per dimostrare, ad altri immortali, che non avrebbero teso le loro lunghe mani artigliate in questa nostra terra di sole, sabbia e sangue senza ritrovarsele mozzate.
L’avanzata tedesca era stata fermata pochi mesi prima e senza un grande dispendio di energie: dare modo ai crucisignati di mordersi il collo a vicenda era stato sufficiente.
“Siamo molto bravi a sussurrare.” mormorava Amhed, sorridendo.
“E là ove i sussurri non bastano, c’è il canto del metallo.” rispondevo io, sempre. Era quello il mio compito d’altro canto, agire quando tutto il resto non aveva avuto effetto.
“Forse avranno gli stessi problemi avuti dai Sassoni.” pontificava Sharim, sperando di allontanare lo spettro di Luigi VII con delle semplici lotte intestine.
“Illusi.”
Raquiel sorrise, bellissima.
“Arriveranno.”
I fatti le avrebbero dato ragione. Mentre i grandi del Nido dell’Aquila discorrevano, i Franchi si stavano muovendo. Avrebbero arrossato il Meandro di sangue.
“Siamo stati sulle montagne.”Ne sento l’odore sui suoi capelli, lui che è l’immortale signore della Dodecapoli. Ha il profumo della neve fra i riccioli neri e qualcos’altro che conosco. Antico quasi quanto lui.
Taccio, nella notte, ma nella mia mente quel viso crudele di donna continua a ridere sguaiatamente.
Allontanarsi si fa più difficile, anche se so che si tratta di una mera ricognizione. Forse avrei dovuto parlarne con Ramtha, ma continuo a credere che invischiarlo in tutto questo sia un immenso errore..
Vuoi sempre fare tutto da solo.
“Non mi piace rischiare per altri che per me stesso.”
Gaius lo sa, perché così si comportava anche lui. Ma sa anche quanto sia doloroso perdere qualcosa che si ama.
La sua voce cancella il mormorio insistente di Sibilla, ma solo per un istante. Lei torna rapida ad appollaiarsi sulla mia spalla, cercando di affondare i suoi artigli nei miei pensieri. È un odio tanto grande il suo che non posso in alcun modo ignorarlo: mi rimbomba nelle orecchie come una tempesta e so che, potendo, sarebbe felice di farmi sprofondare nuovamente nella follia.
Avanza verso il patibolo, miscredente.
Il mormorio maligno di donna, un fantasma con le fauci spalancate sul mio collo, per vendicarsi di quando io piantai i denti nel suo. Per ricordarmi quanto effimera sia stata quella vittoria.
Avanza e lasciati dilaniare finche non resteranno di te altro che miseri resti contorti.
Sibila e io l’ascolto: so cosa sto per affrontare e so quanto questo potrebbe costarmi. Una volta sarei rimasto impassibile malgrado le minacce.
Ora subisco i lati negativi dell’avere qualcosa da perdere.
Allungo il passo, scivolando rasente il terreno come ombra di nuvola errante, per uscire il prima possibile dai territori che Aita controlla. Ed è strano pensare già a quando vi ritornerò, se vi ritornerò.
Mi dirigo verso il gelo, verso le Alpi imponenti; una volta lì potrò essere certo delle mie sensazioni.
Ma anche lui avvertirà la mia presenza e a quel punto so, come una stretta all’anima, che cercherà di annientarmi.
Snudo le zanne in un ghigno: Ramtha potrà forse liberarmi dal tormento che trascino in me da secoli, ma è necessario che io ne affronti la causa.
E quello è un sangue che berrei gioiosamente fino all’ultima goccia.
I suoi capelli erano neri quanto i miei bianchi e la sua pelle candida strideva con la croce rossa che portava sul petto. Sembrava sempre sporco di sangue, per quanto si mantenesse accuratamente pulito; in confronto a lui io affondavo le braccia nei cadaveri fino al gomito, ritraendole macchiate in maniera indelebile.
Avanzava nella notte con la baldanza di chi non ha bisogno di far altro che impartire ordini e agli occhi di molti appariva puro come un angelo ingiustamente condannato.
Amhed guardava nella sua anima e inorridiva, nei vicoli odorosi di spezie di Antiochia.
“Nessuno di noi è innocente” mi disse, afferrandomi un polso “Ma esistono limiti che molti di noi non valicherebbero mai. La sua anima è un contorto serpente che sguazza nelle viscere di ogni essere vivente e non.”
Io lo fissavo, dallo schieramento opposto, e sapevo che sarebbe arrivato il momento in cui avrei dovuto affrontarlo.
Non immaginavo che mi avrebbe strappato più di quanto fossi disposto a concedergli, ma sono sempre stato arrogante. Allora lo ero in modo particolare e forse a ragione.
Si chiamava Aleksandr, lo chiamavano l’Alchimista.
Era un Cavaliere del Tempio.
Avanzava sicuro nella notte con un seguito invidiabile. Noi eravamo estranei in quel regno cristiano, nascosti fra ombre e polvere. Ma lui ci vedeva, ci conosceva. E c’ignorava.
Al suo braccio camminava la principessa delle Fiandre, con i capelli biondi riccamente acconciati e il cuore che ancora le batteva nel petto, anche lei lì per chinare il ginocchio davanti al Re di Francia: Sibilla.
Avrei potuto ucciderlo molte volte allora e non lo feci, perché Amhed mi afferrava il polso tirandomi indietro.
“Lascia che si scornino, Khaled. Lascia che sprechino energie in futili combattimenti.”
E mentre mi fermava lasciava trapelare informazioni sulla vitale importanza di Damasco. Lasciava che i Templari convincessero il Re di Francia ad assediarla.
E alla fine sorrise, tirando le fila, quando i crociati si sciolsero come neve del deserto, davanti alle mura di Damasco.
Passo Rolle.
Alzo lo sguardo verso le Dolomiti, mentre la neve mi cade addosso senza sciogliersi. Ogni passo in avanti mi costa più energie di quanto pensassi.
Sei troppo vicino, Khaled.
“Non lo temo.”
Falso.
Sorrido, mentre scivolo fra la neve e i fantasmi di una guerra che aveva lasciato tracce fin troppo recenti su quei monti.
Lascia in pace i morti.
“Non posso.”
Puoi, ti basta decidere di farlo. Pensi che tutto questo abbia davvero un’utilità, Khaled? Pensi che uccidendolo possa cambiare qualcosa?
“No, non sono così sciocco. Ma voglio la mia vendetta. Voglio che ciò che ha compiuto non rimanga impunito.”
Stringo le mani attorno ad un costone roccioso, tirandomi su di peso. Non lascio impronte nella neve ma questo non mi stupisce: il mondo si accorge difficilmente della mia presenza, se non sono io a volerlo.
Ma so che Aleksandr mi sente. So che sente il mio avvicinarsi come io ho sento il suo dolciastro profumo stantio aleggiare nella neve.
Le anime di tutti coloro che porto con me riecheggiano nelle mie orecchie, riempendo la valle di grida di dolore, gioia e tormento. Chiudo gli occhi abbandonandomi ad esse: Gaius non può fermarle sempre, non adesso.
Non ora che il solo ascoltarle mi riporta alla mente ogni singola goccia di sangue che ho bevuto da loro.
Snudo le zanne, gli artigli tesi e minacciosi.
Che mi veda.
Che mi senta.
Che sappia e viva nella paura, perché un giorno andrò a prenderlo. E allora si renderà conto, perfettamente, di quanto una maledizione possa ritorcersi contro colui che l’ha formulata.
L’ombra di Gaius scuote il capo: sospirerebbe, potendo.
Io rimango lì, accoccolato nella neve a fissare l’orizzonte, godendomi la poca distanza che mi separa dalla mia preda più grande e il ribollire di un rancore che credevo sopito.
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La Storia: biblos 1 – L’Uomo Nero