L’Uomo Nero – XIX

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Il tamburo di guerra mi rimbombava tra le tempie e sulla labbra. Era il cuore di Khaled che cercava di non morire. Ogni boato portava con sé voci sussurrate che mi sfioravano appena: larve, spiriti aggrovigliati alla luce dei morti di Khaled che popolavano il suo sangue.
Nessuna mi avrebbe toccato, se non lo avessi permesso.
Lo permisi.
Strinsi le spalle dell’Uomo Nero tra le braccia affondando i denti nel muscolo teso.
Il suo sangue era un campo di battaglia cosparso di cadaveri e io dovevo camminarci, attraverso una strada tracciata dal rombo del cuore immortale. Insieme a lui strinsi l’immagine di vampiro dal viso severo e gli occhi profondi. Lasciai che parlasse e sentii nelle orecchie il suo nome: Gaius. Lo conoscevo. Sapevo che aveva condiviso gran parte dell’immortalità con Khaled e che era caduto sotto le sue zanne. Non sapevo perché – avrei potuto guardare, ma preferii non farlo. Lasciai che Gaius mi sfuggisse dalle dita e poi le chiusi su un’altra voce.
Nel sangue di suo figlio, venne a me Ahmed.
Il visir delle terre del medioriente che aveva dato a Khaled l’immortalità. Conoscevo anche lui. Era morto ai miei piedi, tanto tempo prima, ridotto in cenere. Lasciai andare anche Ahmed, che fosse sangue che torna sangue.
La strada di Khaled stava per terminare e io mi staccai prima di arrivare alla fine.
Avevo la gola stretta.
Intanto Pompon si era accasciata a terra. Era stanca.
Il veleno del sangue del nostro ospite cominciava a fare effetto e la regina della Dodecapoli stringeva la mascella.
Otieno riprendeva a cantare la sua nenia dolce di morte, come un biancospino.
O forse non aveva mai smesso e io potevo tornare a sentirlo solo adesso, dopo avere attraversato i tamburi di guerra di Khaled. Il lavoro di Otieno era appena cominciato. Avrebbe dovuto cantilenare a lungo. Non hanno mai tempi brevi, questi nodi di anime.
Mi alzai dal corpo di Khaled e sentii cedere le ginocchia.
Bello scherzo il sangue maledetto.
Repressi le ondate di nausea e cercai il sapore delle erbe sotto la lingua, come sapevo che stava facendo Pompon.
Lanciai uno sguardo a Khaled, steso come morto, gli sistemai le braccia lungo i fianchi. Poi raggiunsi lei, che alzava gli occhi a cercarmi.
“Ramtha” chiamò, lamentosa.
E mi vennero i brividi, perché Pompon non si lamentava mai. Scoprì i denti bianchi, le sue labbra erano nere. Cercava di stare più ferma possibile.
“Ramtha.”
“Sono qui.”
La raggiunsi, con le fauci aperte come un cane assetato, e le porsi la mano. Lei la strinse. Mi annodò le braccia al collo, affondando la faccia nel mio collo.
Crollai esausto sule ginocchia, tenendola contro di me, accanto al confine di sale.
Khaled, al centro del cerchio, non dava segni di vita.
Perfino Otieno sembrava morto, sebbene cantasse ancora, senza muovere un muscolo del viso.
Ricaddi sul fianco.
Pompon si annidò conto il mio petto, allungando le mani alle mie spalle per attrarmi a lei. Precipitammo insieme in un sonno torbido, dove l’unico rumore lontano era quello di tamburi di guerra.
La parte difficile del gioco iniziava adesso.

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La Storia: biblos 1 – L’Uomo Nero

L’Uomo Nero – XVIII

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Pompon non aveva niente della regina terrigna che era. Sembrava una bambina assetata, mentre si avvinghiava al braccio del nostro ospite.
Aveva la stessa ferocia della bambina al catechismo che aspettava il suo succo di frutta da tutta la mattinata, quella della zingara che non beve da giorni.
Khaled si manteneva immobile, nonostante avesse teso ogni muscolo del corpo. Sapevo che il controllo che stava esercitando su se stesso era più che forte, era sovrannaturale. Ogni fibra del suo essere gli stava comandando di staccarsi la regina di dosso, alzarsi e scappare via.
Ma la sua forza di volontà lo manteneva immobile come una statua.
Inoltre, anche se avesse cercato di muoversi, all’interno del cerchio di sale era vincolato. Il rituale che il mio negromante aveva lanciato, inginocchiato sulla terra nera, non gli avrebbe dato via di fuga.
La mia amata beveva, a lungo, e non veniva ostacolata.
Sembrava che non si sarebbe staccata mai più.
Infine alzò gli occhi fiammeggianti su di me, pieni della luce della morte.
Mi avvicinai, scivolando alle spalle di Khaled e da sopra di esse mi piegai a baciare la guancia di lei. Khaled ringhiò come un animale, il suono gutturale gli graffiò la gola e vibrò dalla sua schiena al mio petto.
Se avesse potuto, in quel momento gli sarebbe bastato girare il viso per affondare le fauci nella mia gola, per afferrare la nuca di Pompon.
Invece fui io ad appoggiare le labbra alla sua giugulare, dal lato opposto rispetto a Pompon che beveva ancora. La carne nera pulsava feroce, come se la mia regina non gli avesse tolto che una quantità di sangue risibile.
E invece era solo l’istinto cieco di sopravvivenza, il veleno che gli agitava le vene a pulsare così.
Affondai la mano nei suoi capelli, piegandogli la testa indietro e lo addentai.
Khaled mandò un sibilo.
Percepii dal dolore del bacio la paura di un corpo che non vuole morire.
Gli scorsi una mano sul petto e la fermai sul suo cuore. Anche Pompon fece lo stesso, sull’altro fianco, e intrecciò le dita alle mie.
Tremavano.
La regina della Dodecapoli non è un tipino fragile, ma un qualche tremore le scuoteva i polsi. Una piccola fiera ferita.
Basta, le dico in uno sguardo. Basta così.
Cercai Otieno con lo sguardo, ma lui era al di là del cerchio, le mani affondate nella terra e nel sale, il capo piegato sul petto mentre cantilenava per noi una magia antica di millenni.
Khaled ruggì, spalancando la bocca: era la debolezza che sentiva a farlo infuriare.
E Pompon ringhiò di rimando, aggrappandosi a quella carne dura come l’onice. Poi, poco a poco, allentò la presa.
Quando lei si staccò, ansimando, rannicchiata sul fianco, il sangue di Khaled si riversò solo in me.
Adesso eravamo soli.
Io, lui, e il rombo del suo cuore innaturale, come fracasso di guerra e tamburi da battaglia.
Lo accompagnai a terra, facendolo stendere.
Il corpo di Khaled si tese e piantò nelle zolle umide gli artigli delle mani come se ce le volesse affondare e affondarvi lui stesso.
Gli balzai sul petto, con l’eleganza ferina del lupo che balza sulla preda. Lo premetti al suolo e lo sentii mandare un grido da spezzare il cuore, l’urlo di una bestia in agonia. Affondai i denti nella sua carne e la mente nella sua.
“Ramtha” sentii la voce dolce di Pompon, piegata a terra, come un avvertimento.
Ma non ci fu tempo e precipitai tra le ombre dell’Uomo Nero.

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La Storia: biblos 1 – L’Uomo Nero

L’Uomo Nero – XVII

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Costeggiammo la casa. Il larario in pietra, distrutto da un sacerdote di Santa Romana Chiesa molti anni prima, che non era mai stato ricostruito.
Il giardino era silenzioso, gravido d’ombra, c’erano due altalene, una giostra e uno scivolo, tutti arrugginiti.
Otieno non guardava quasi più in quella direzione.
Proseguimmo alla porta e la aprii per primo ed entrai per ultimo, richiudendola dietro di me.
Pompon guidò Khaled in silenzio giù per le scale oltre il soggiorno in penombra, appena illuminato dalla luna e da una lampada dietro al divano.
Otieno lavorava nel suo studio ogni notte. Talvolta andava a letto che era quasi l’alba, ritirandosi insieme a Pompon e a me. Più spesso crollava sui suoi libri, sulle sua kamee e sulle carte della scrivania.
Stavolta invece ci aspettava in un luogo che era accessibile a pochi, molto più sotto rispetto al soggiorno di Casa Neri.
Le scale giungevano davanti a una porta blindata che per l’occasione era stata lasciata socchiusa.
Quello che c’era oltre non sembrava esattamente una cantina.
Era, invece, un pavimento di diversi metri quadri di terra nera e radici che profumavano di acqua e sali. Aggrovigliato al muro delle fondamenta, alla parete opposta, si snodava un albero nero, enorme e cavo, i cui rami si aprivano come braccia lungo tutto il soffitto: sosteneva la casa.
Avanzammo insieme, Pompon e io, tenendo per mano Khaled, in mezzo.
“Noi siamo pronti, Otieno” dissi.
“Così anch’io. Venite avanti.”
Il mio negromante ci aspettava tra l’entrata e l’albero, in uno spiazzo abbastanza grande perché potesse girarci attorno. Era tutto dritto e serissimo, quasi trasfigurato.

Gary Oldman nella sua recente inteprpretazione del Negromante Otieno Neri; Make Up Artist: Gaia Cremascoli

Gary Oldman nella sua recente inteprpretazione del Negromante Otieno Neri; Make Up Artist: Gaia Cremascoli

Di solito Otieno ha sempre quell’aria dimessa e se ne sta tutto gobbo, alto com’è, che fa venire voglia di consolarlo.
Ci avvicinammo e Khaled si inchinò a lui come si era inchinato a noi.
“Sai già come avverrà il rituale, Uomo Nero?”
“Puoi chiamarmi Khaled, negromante” alzò il viso. “No, non conosco i dettagli.”
“E tu puoi chiamarmi Otieno. Quanto il rito inizierà, Ramtha e Pompon ti dissangueranno, perché la tua maledizione è nel sangue.”
“Una piacevole prospettiva.”
La voce di Khaled tradiva il nervosismo.
“Ti manterrò in uno stato di sospensione, perché tu non debba incontrare la morte ultima.”
“Dopo di che?”
Khaled scoccò un’occhiata rapida a Pompon, che gli teneva la mano, una a me. Io la ricambiai e gli sorrisi, ma lasciai che rispondesse Otieno.
Avere la faccia come il culo, si dice a Bologna.
“Il loro sangue purificherà il tuo. Non so quanto ci vorrà, perché loro sono antichi, ma anche tu lo sei. Dopo, tu riprenderai il tuo sangue. Farò in modo che la tua bestia non prenda il sopravvento.”
Khaled guardò Otieno senza muovere un muscolo del viso.
Nemmeno lui si scompose, con tutta la forza del suo ruolo, sacerdote di piccole divinità defunte.
“Mi fido di te” disse il moro.
“Bene. Perché tutto il rito si basa su questo.”
“E’ il primo passo” affermai.
“Di Otieno c’è da fidarsi” sussurrò Pompon.
“Allora ditemi cosa devo fare” Khaled piegò la testa, nero ed enorme guerriero che si offriva come una vittima sacrificale.
Otieno gli fece un cenno con la testa, a dirgli di rimanere fermo – e Khaledci rimase, immobile come solo i morti sanno stare – poi si inginocchiò davanti a me e alla regina a guardarci negli occhi.
Otieno ha le iridi castane e calde. Sarebbero occhi dolci, i suoi, pieni del contemplare ramingo che l’ha caratterizzato fin da bambino. Ma l’energia dell’oscurità e le carezze delle tenebre hanno colorato di fumo la cornea dandogli un aspetto innaturale. Nessuna creatura che conosco è inquietante e tenera come Otieno.
“Queste sono per voi” disse “perché il veleno non vi intacchi di più di quanto non possiate sopportare”.
Estrasse due sfoglie sottili da un sacchetto che ha al collo. Potrebbero sembrare ostie blasfeme, e invece chissà cos’erano.
“Tenetele sotto la lingua.”
“Sì.”
Pompon aprì la bocca, coraggiosa e diligente come sempre. Otieno sistemò la sfoglia sotto la sua lingua, come i gli antichi mettevano una moneta in bocca al morto, perché avesse di che pagare il pedaggio. Poi lo fece anche con me. Ci imboccò toccando piano i capelli a entrambi, come una carezza appena accennata.
Afferrò un sacchetto colmo di sale e fece un passo indietro, prima di cominciare la sua passeggiata attorno a noi, disegnando un cerchio sulla terra con i suoi passi.
“Et nos Lases iuvate. Et nos Lases iuvate. Et nos Lases iuvate.”
Una cantilena rotonda, fino a chiudere il cerchio. Aiutateci, Lari. Poiché il Lare eravamo io e la mia regina, il nostro aiuto era tutto lì. Ripensai all’altare distrutto nel giardino e la sua potenza diroccata mi fece sorridere. Era bello.
Pompon lo seguì con lo sguardo, attenta come se Otieno non stesse spargendo sale, ma una scia di lucciole.
“Dormirai su questa terra, sai?” dissi a Khaled piano. “Ti accoglierà bene.”
“L’ha già fatto” mormorò in risposta, senza quasi muovere le labbra.
“Et nos Lases iuvate. Et nos Lases iuvate. Et nos Lases iuvate.” Otieno chiuse il cerchio, poi andò a inginocchiarsi appena al di fuori con un cenno a Pompon e a me.
“Et nos Lases iuvate.” Terminò. Poi scandì, guardando Khaled negli occhi: “Ad principium venio:pietas costantia gravitas fidesque.”
Ed ecco che con quelle parole allacciava qualcosa di pesante nelle nostre tre gole di bevitori della luce.
Un giuramento pesa sempre, Ramtha, pensò Pompon nella mia mente e risultò fresca come un battito d’ali.
Lascerò che sia tu la prima, le risposi il mio era il ringhio di un lupo. Volevo essere lucido, se avessi dovuto intervenire per aiutarla dalla bestia di Khaled.
L’Uomo Nero era un’ombra tesa come una corda di violino.
Pompon allungò una mano pallida, bella tesa e dritta, nell’imposizione di un comando molto semplice: inginocchiati, perché fin lassù non ci arrivo.
Lo prese per mano e lo tirò giù con sé, semplicemente. Si accovacciò, incrociando le gambe. Una bambina che giocava con le bambole. Come la amavo.
Otieno si allungò è appoggiò i palmi delle mani sul sale del cerchio.
Pompon intrecciò le dita a quelle di Khaled e gli stese il braccio, nero e levigato. Gli accarezzò il polso di ossidiana e se lo condusse al viso, come se volesse farsi accarezzare. Affondò la guancia nell’incavo della sua mano e intanto canticchiava una nenia senza aprire le labbra. Non riuscivo a distogliere lo sguardo dall’intreccio delle loro dita. Così bianche. Così nere.
L’incanto si ruppe come un vetro, mentre la regina scattava a piegarsi, mostriciattolo famelico, e affondava le zanne in quella carne antica.

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Personaggi: Ramtha, Pompon e Khaled. Approfondisci QUI.
La Storia: biblos 1 – L’Uomo Nero

L’Uomo Nero – XVI

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“Sei una compagnia pericolosa, Ramtha” mi aveva detto, la notte in cui aveva accettato di legarsi a me e a Pompon, prima che lo lasciassi.
Quando gli avevo chiesto perché, aveva ribadito che per mille anni era vissuto per la caccia e per la vendetta.
“E tu mi stai togliendo tutto questo. Mi togli le zanne e cerchi d instillare al posto loro un sommesso desiderio d pace. La collera è tutto ciò che avevo. Come vedi sei pericoloso anche per me.”
Per mille anni, Khaled Ibn Ahmed era stato l’Uomo nero ed era vissuto per la battaglia e per la vendetta e ci si era addormentato. Adesso era venuto per lui il momento di svegliarsi a una luce nuova.

“La verità” sussurrai all’orecchio di Pompon tenendole la mano nella mia “è che l’Uomo Nero ha una paura del diavolo.”
Lei lasciò correre lo sguardo sulla campagna attorno, i lunghi riccioli che le sfuggivano alla treccia e giocavano nel vento. Osservò il casale dove dimorava il nostro ospite e sembrò determinata quanto me. Sfoggiava il vestitino nuovo che Otieno aveva comprato per lei da Benetton e le scarpe di stoffa bianche, sebbene preferisse camminare a piedi nudi. La mia regina voleva fare buona impressione.
“Ha paura perché non sa cosa lo aspetta, né che cosa voglia dire non essere più solo. Questo fa di lui un immortale saggio.”
Mi strinse la mano.
“Andiamo” disse.

Scivolammo insieme dalla finestra sotto le edere rampicanti.
Khlaed ci aspettava, era un’ombra nell’angolo. Quando ci vide entrare si alzò in tutta la sua statura e poi si inchinò con tutta la cortesia del silenzio che lo ammantava.
“Siamo arrivati. Otieno sta preparando le ultime cose.”
Mi feci avanti e gli presi la mano, senza aggiungere altro.
Rimase pietrificato alzando lo sguardo su Pompon.
Tendo sempre a dimenticare quanto possa essere sconvolgente per gli altri vederci insieme. Dopo tanto tempo, il fatto di condividere lo stesso viso, lo stesso modo di sorridere o di muovere la testa quando ci viene rivolta una domanda, è passato in secondo piano.
Quando dico con sincerità che Pompon è bellissima, lo dico sempre parlando di lei, è difficile anche per me ricordare che in lei sto apprezzando i miei stessi lineamenti. Otieno è molto bravo a scegliere abiti molto diversi per noi ed è Pompon che mi pettina ogni sera, preferendo per sé acconciature complicate che ha imparato attraverso i secoli, ciononostante sono accortezze che non bastano a spezzare l’incanto spaventoso di un gioco di specchi per chi viene a domandare un incontro.
L’Uomo Nero sapeva che eravamo gemelli, ma un conto è saperlo, un conto è vedere con i propri occhi: non era preparato all’uguaglianza mortale esasperata da millenni di perfezione immortale.
Davanti a noi, s’inchinò ancora.
“Faremo un foedus” sussurrò Pompon, quando Khaled si fu rialzato.
“Temo di non conoscere il termine.”
“Un patto sacro” spiegò lei “Un foedus non si può infrangere.”
Khaled guardò me e io feci un gesto con la mano.
“Immagina come un nodo.”
“C’è la tua parola” annuì la regina “e c’è la nostra. Adesso si dice fiducia.”
“Fiducia”
Khlaed scandì bene quella parola nel buio, la conosceva bene. La sua voce riecheggiava della vita mortale e immortale, tutto il valore di cui nel tempo l’aveva riempita e svuotata.
“Si dice fiducia,” Pompon calcò sul “si dice”. “Ma è molto di più.”
“Sì. Molto di più. Lo conosco, e ho compreso.”
Pompon annuì ancora, piano.
“Tu ci difenderai. E noi non ti faremo mancare niente. Avrai noi e la famiglia che i Neri sono stati e sono. E una terra che chiamerai come tua. Il mio re che la brami. E che se anche non sostituirà quella di un tempo nel tuo cuore, sarà la tua casa come lo è stata quella. “
:Avevo parlato a Pompon e a Otieno dell’anatema che gravava su Khaled. Di come un immortale potente si fosse schierato contro di lui e gli altri vampiri che lui considerava una famiglia, un clan, una congrega. Di come avesse trasformato il loro bere sangue di altri immortali in ossessione e di come avesse trasformato per loro il sangue in veleno. Un incantesimo che si mordeva la coda da solo.
“La tua maledizione è qualcosa che ti opprime.” Aprii la cortina di edera sulla luna lattiginosa che con la sua luce dolce accarezzava la campagna piena di neve. “Ti secca come una pianta. Noi vogliamo che tu sia libero. E lo stesso foedus passerà da questa purificazione. L’atto di fede che abbracceremo insieme, è simile a quello che la famiglia dei negromanti ha fatto con me e con Pompon. I colori del nostro patto erano diversi, l’intensità si basava su altri presupposti. Quello su cui si baserà il nostro nodo, avrà il sapore della purificazione. Del sangue pulito. Del cambiamento.”
Sapevo che Khaled non pensava che il cambiamento appartenesse alla natura delle creature come noi.
E se in parte aveva ragione, dall’altra Pompon e io eravamo certi che non fosse così.
“Vogliamo andare?”
Khaled annuì.
“Sono un guerriero di grande forza davanti a due bambini” sospirò, uscito al vento della campagna. “Eppure sono io il bambino.”
Lo avevo preso per mano da una parte, mentre Pompon gli aveva stretto l’altra, sull’altro lato e così attraversammo il campo fino al frutteto di Casa Neri.

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La Storia: biblos 1 – L’Uomo Nero

L’Uomo Nero – XV

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Dopo la mia proposta, Khaled esta qualche giorno da solo. Immagino abbia bisogno di pensarci su, di valutare quello che avrà da guadagnare e quello che ci sarà da perdere. Non ho intenzione di mettergli fretta.
Lo farà, pare, non restandosene fermo sulle mie terre, ma andando a guardare negli occhi un nemico di vecchia data. Come se la percezione di un pericolo tremendo e di quello che potrebbe venirgli strappato con questo suo viaggio così rischioso, possa fortificare la coscienza della decisione di rimanere al mio fianco. Come se guardare negli occhi il suo passato possa dimostrargli che esiste ancora un futuro, anche per lui che pensava di non averlo più.
Ramtha potrà forse liberarmi dal tormento che trascino in me da secoli,
si è detto. Ma è necessario che io ne affronti la causa.
In tutto questo, pare che andare in montagna per schiarirsi le idee sia di gran moda, tra i bevitori di sangue.

Sulle tracce dell’Alchimista
di Clarisse Poloni

Ora la chiamano Iskenderun.
La prima volta che misi piede in quella terra il suo nome era Alessandretta. Appoggiai la mano su quella terra ocra e sentii chiaramente il sangue di Isso che mi risaliva lungo le dita. C’era ancora molta rabbia in quel luogo e altra ce ne sarebbe stata per centinaia di anni. Non si è ancora esaurita, a quel che ne so.
La conosco bene perché quella rabbia la porto nel sangue.
Ogni notte quella terra riverberava il calore del sole e lo sentivo bruciarmi sulla pelle, prima di svanire avvolto dall’oscurità. Me ne cibavo, e il mio corpo si scuriva come i miei capelli erano sbiancati da tempo.
“Chi uccide un essere intrinsecamente malvagio non uccide quell’essere in sé ma solo il male che alberga in lui.”
Amhed rise forte dopo aver pronunciato queste parole.
“Vedi come si arrabattano per cercare scuse all’assassinio, figlio mio. Come se fosse possibile scindere gli uomini dal male e dal bene che possiedono.”
Mi passò una mano sulla guancia, come una carezza, sorridendomi. “Noi, soprattutto, non combattiamo il male. Sarebbe sciocco identificare i nostri nemici con esso, e presuntuoso.”
Io annuii senza capire del tutto: allora non m’interessava neanche granché. Mi era sufficiente conoscere l’obiettivo verso
il quale scatenare la mia furia e quello avrei distrutto, ad ogni costo.
In ogni caso i nostri nemici avevano un vantaggio, rispetto al Male: un nome ben preciso.
“Il Re dei Franchi è a Costantinopoli.”
Sharim incrociò le dita sul tavolo e ci osservò tutti. Un concilio d’immortali per sostenere, sotterraneamente, la resistenza contro i Cristiani. Un concilio d’immortali per dimostrare, ad altri immortali, che non avrebbero teso le loro lunghe mani artigliate in questa nostra terra di sole, sabbia e sangue senza ritrovarsele mozzate.
L’avanzata tedesca era stata fermata pochi mesi prima e senza un grande dispendio di energie: dare modo ai crucisignati di mordersi il collo a vicenda era stato sufficiente.
“Siamo molto bravi a sussurrare.” mormorava Amhed, sorridendo.
“E là ove i sussurri non bastano, c’è il canto del metallo.” rispondevo io, sempre. Era quello il mio compito d’altro canto, agire quando tutto il resto non aveva avuto effetto.
“Forse avranno gli stessi problemi avuti dai Sassoni.” pontificava Sharim, sperando di allontanare lo spettro di Luigi VII con delle semplici lotte intestine.
“Illusi.”
Raquiel sorrise, bellissima.
“Arriveranno.”
I fatti le avrebbero dato ragione. Mentre i grandi del Nido dell’Aquila discorrevano, i Franchi si stavano muovendo. Avrebbero arrossato il Meandro di sangue.

“Siamo stati sulle montagne.”Ne sento l’odore sui suoi capelli, lui che è l’immortale signore della Dodecapoli. Ha il profumo della neve fra i riccioli neri e qualcos’altro che conosco. Antico quasi quanto lui.
Taccio, nella notte, ma nella mia mente quel viso crudele di donna continua a ridere sguaiatamente. 

Allontanarsi si fa più difficile, anche se so che si tratta di una mera ricognizione. Forse avrei dovuto parlarne con Ramtha, ma continuo a credere che invischiarlo in tutto questo sia un immenso errore..
Vuoi sempre fare tutto da solo.

“Non mi piace rischiare per altri che per me stesso.”

Gaius lo sa, perché così si comportava anche lui. Ma sa anche quanto sia doloroso perdere qualcosa che si ama.
La sua voce cancella il mormorio insistente di Sibilla, ma solo per un istante. Lei torna rapida ad appollaiarsi sulla mia spalla, cercando di affondare i suoi artigli nei miei pensieri. È un odio tanto grande il suo che non posso in alcun modo ignorarlo: mi rimbomba nelle orecchie come una tempesta e so che, potendo, sarebbe felice di farmi sprofondare nuovamente nella follia.

Avanza verso il patibolo, miscredente.

Il mormorio maligno di donna, un fantasma con le fauci spalancate sul mio collo, per vendicarsi di quando io piantai i denti nel suo. Per ricordarmi quanto effimera sia stata quella vittoria.

Avanza e lasciati dilaniare finche non resteranno di te altro che miseri resti contorti.

Sibila e io l’ascolto: so cosa sto per affrontare e so quanto questo potrebbe costarmi. Una volta sarei rimasto impassibile malgrado le minacce.
Ora subisco i lati negativi dell’avere qualcosa da perdere.
Allungo il passo, scivolando rasente il terreno come ombra di nuvola errante, per uscire il prima possibile dai territori che Aita controlla. Ed è strano pensare già a quando vi ritornerò, se vi ritornerò.
Mi dirigo verso il gelo, verso le Alpi imponenti; una volta lì potrò essere certo delle mie sensazioni.
Ma anche lui avvertirà la mia presenza e a quel punto so, come una stretta all’anima, che cercherà di annientarmi.
Snudo le zanne in un ghigno: Ramtha potrà forse liberarmi dal tormento che trascino in me da secoli, ma è necessario che io ne affronti la causa.
E quello è un sangue che berrei gioiosamente fino all’ultima goccia. 

I suoi capelli erano neri quanto i miei bianchi e la sua pelle candida strideva con la croce rossa che portava sul petto. Sembrava sempre sporco di sangue, per quanto si mantenesse accuratamente pulito; in confronto a lui io affondavo le braccia nei cadaveri fino al gomito, ritraendole macchiate in maniera indelebile.
Avanzava nella notte con la baldanza di chi non ha bisogno di far altro che impartire ordini e agli occhi di molti appariva puro come un angelo ingiustamente condannato.
Amhed guardava nella sua anima e inorridiva, nei vicoli odorosi di spezie di Antiochia.
“Nessuno di noi è innocente” mi disse, afferrandomi un polso “Ma esistono limiti che molti di noi non valicherebbero mai. La sua anima è un contorto serpente che sguazza nelle viscere di ogni essere vivente e non.”
Io lo fissavo, dallo schieramento opposto, e sapevo che sarebbe arrivato il momento in cui avrei dovuto affrontarlo.
Non immaginavo che mi avrebbe strappato più di quanto fossi disposto a concedergli, ma sono sempre stato arrogante. Allora lo ero in modo particolare e forse a ragione.
Si chiamava Aleksandr, lo chiamavano l’Alchimista.

Era un Cavaliere del Tempio.
Avanzava sicuro nella notte con un seguito invidiabile. Noi eravamo estranei in quel regno cristiano, nascosti fra ombre e polvere. Ma lui ci vedeva, ci conosceva. E c’ignorava.
Al suo braccio camminava la principessa delle Fiandre, con i capelli biondi riccamente acconciati e il cuore che ancora le batteva nel petto, anche lei lì per chinare il ginocchio davanti al Re di Francia: Sibilla.
Avrei potuto ucciderlo molte volte allora e non lo feci, perché Amhed mi afferrava il polso tirandomi indietro.
“Lascia che si scornino, Khaled. Lascia che sprechino energie in futili combattimenti.”
E mentre mi fermava lasciava trapelare informazioni sulla vitale importanza di Damasco. Lasciava che i Templari convincessero il Re di Francia ad assediarla.
E alla fine sorrise, tirando le fila, quando i crociati si sciolsero come neve del deserto, davanti alle mura di Damasco.

Passo Rolle.
Alzo lo sguardo verso le Dolomiti, mentre la neve mi cade addosso senza sciogliersi. Ogni passo in avanti mi costa più energie di quanto pensassi.

Sei troppo vicino, Khaled.

“Non lo temo.”

Falso.

Sorrido, mentre scivolo fra la neve e i fantasmi di una guerra che aveva lasciato tracce fin troppo recenti su quei monti.

Lascia in pace i morti.

“Non posso.”

Puoi, ti basta decidere di farlo. Pensi che tutto questo abbia davvero un’utilità, Khaled? Pensi che uccidendolo possa cambiare qualcosa?

“No, non sono così sciocco. Ma voglio la mia vendetta. Voglio che ciò che ha compiuto non rimanga impunito.”
Stringo le mani attorno ad un costone roccioso, tirandomi su di peso. Non lascio impronte nella neve ma questo non mi stupisce: il mondo si accorge difficilmente della mia presenza, se non sono io a volerlo.
Ma so che Aleksandr mi sente. So che sente il mio avvicinarsi come io ho sento il suo dolciastro profumo stantio aleggiare nella neve.
Le anime di tutti coloro che porto con me riecheggiano nelle mie orecchie, riempendo la valle di grida di dolore, gioia e tormento. Chiudo gli occhi abbandonandomi ad esse: Gaius non può fermarle sempre, non adesso.
Non ora che il solo ascoltarle mi riporta alla mente ogni singola goccia di sangue che ho bevuto da loro.
Snudo le zanne, gli artigli tesi e minacciosi.
Che mi veda.
Che mi senta.
Che sappia e viva nella paura, perché un giorno andrò a prenderlo. E allora si renderà conto, perfettamente, di quanto una maledizione possa ritorcersi contro colui che l’ha formulata.
L’ombra di Gaius scuote il capo: sospirerebbe, potendo.
Io rimango lì, accoccolato nella neve a fissare l’orizzonte, godendomi la poca distanza che mi separa dalla mia preda più grande e il ribollire di un rancore che credevo sopito.

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La Storia: biblos 1 – L’Uomo Nero

L’Uomo Nero – XIV

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Qualche notte dopo la morte di Laurent, aspettavo Khaled seduto sulla finestra del casale. La neve non si era sciolta del tutto, ma la temperatura era aumentata.
Lontana, si sentiva la forza della primavera lottare contro il gelo.
Anche Pompon la sentiva. Aveva cominciato a stare fuori di più, quasi fino all’alba.
Khaled era rientrato da poco, invece, ma da dentro non si sentiva un rumore, né un sospiro.
Quindi attesi.
“Ramtha” disse, poi. “Buona sera.”
Allora scivolai dentro dalla finestra e raggiunsi la stanza più in ombra, scendendo le scale, quella che sapevo che il mio ospite prediligeva per sé.
Era seduto a gambe incrociate per terra, con le sciabole snudate appoggiate sulle ginocchia. Sembrava impegnato a fissare il muro.
E ormai sapevo con chi si intratteneva.
“Ciao, Khaled. Posso entrare?”
Ormai ero già dentro.
“Sì, certo. Perché dovrei impedirtelo?”
Mi strinsi nelle spalle e andai a sedere vicino a lui, piano.
“Magari eri occupato.”
“No, non lo sono.”
Si volse a guardarmi, ombra che si muoveva nell’ombra. Il suo sguardo era come sempre: tranquillo, ma all’erta. Come quello di un animale selvatico.
“Come mai da queste parti, Ramtha? E’ da qualche giorno che non vieni a farmi visita.”
“Ho pensato di venire a trovarti prima di tornare a casa. Sono stato sulle montagne con la mia regina. Era molto freddo.”
“Sei stato gentile, ti ringrazio” sorrise, lui. “Bentornato. Sei stato via poco, ma si sente quanto non ci sei.”
“Un giorno ti porterò con me.”
“E’ una promessa o una minaccia?”
Scoppiai a ridere.
“Spero non sia niente di terribile. Ma veniamo alle cose serie, Khaled?”
Lo sentii irrigidirsi, vicino a me, sebbene il suo corpo immortale non avesse mosso un muscolo.
Solo quando decise di rilassarsi, come se si imponesse davanti a me questa prova di fiducia, allungò la mano per pettinarmi i capelli, facendo scivolare i miei riccioli tra le dita.
“Prego. Di che cose serie intendi discutere?”
“Ho parlato a Pompon e a Otieno riguardo la tua maledizione.”
Socchiusi gli occhi, studiandolo. Ma non ottenni da lui nulla se non altre carezze lente.
“Quello che è stato fatto a te, Khaled ibn Ahmed, è già stato fatto a molti. Alla tua famiglia di immortali, generando quello che è stato della tua stirpe, ma non solo: anche tra la mia gente è accaduto e quello che è stato fatto si può ancora fare.”
Le carezze di Khaled si fermarono.
Tacque, a lungo, cercando di togliersi dagli occhi quella luce di speranza che avevo visto apparire, quella frenesia dolce che si fa sentire allo stesso modo tra i figli della notte come tra quelli del giorno, quando per la prima volta si pensa di poter toccare un sogno che per tanto tempo si è visto solo da lontano.
Poi chiese:
“E che cosa hanno detto la tua Regina e il tuo Negromante?”
“Che si possa fare qualcosa per te è fuori di dubbio. Che si possa togliere dal tuo sangue la maledizione che ti avvince. In questi giorni Otieno si documenterà.”
“Mh” mugolò l’Uomo Nero. Sapeva quello che stavo per dire.
“Certo, c’è un prezzo.”
Khaled socchiuse gli occhi, ferino.
“Che prezzo.”
“Da parte tua” lo fissai. “Da parte mia e di Pompon.”
Serrò le labbra.
“Per quanto riguarda noi” continuai “si tratta di un sacrificio che consideriamo fattibile.”
“Di cosa si tratta.”
Sorrisi, vago, e accostai le labbra al suo viso, fino a soffiargli nella conchiglia dell’orecchio il segreto di un legame.
“Di alchimia. Si tratta di convertire il tuo sangue con il nostro.”
“Come questo può essere possibile?”
“C’è abbastanza magia nelle mani del Negromante E c’è abbastanza resistenza in noi. Saremo stanchi e sia tu che noi dovremo dormire per qualche notte, poi. Ma è ben poca cosa, davanti al risultato.”
“E parlavamo del prezzo.” Khaled sibilò, ruvido quanto io ero stato dolce. “E’ necessario che io sappia cosa dovreste pagare voi, e cosa io.”
Non lo risparmiai.
“Il tuo prezzo è più alto.” Mi scostai per guardarlo. “E’ una moneta che dovrai usare in grande quantità. E adesso, mio caro Khaled ibn Ahmed, ne hai molto poca.”
“Non è il mio ad interessarmi, prevalentemente.” Si sciolse e mi parve di vedere le sue spalle così larghe e così forti incurvarsi per un momento. Ma per poco. Subito si ersero, nell’orgoglio di un guerriero che tale è da secoli. “Qualunque sia, sono disposto a pagarlo.”
Mi fissava, cercando di capirmi. Capire le mie parole, la mia volontà, la dolcezza che usavo con lui. E dal momento che non parlavo, mi spronò.
“A cosa ti stai riferendo, Ramtha?”
Mi sporsi e gli appoggiai una mano sul petto. Dove avrebbe dovuto esserci il suo cuore e dove sapevo, non restava nulla. Un corpo morto che restava in vita, come lo era il mio.
“Alla fiducia che dovrai darmi.”
“Quella l’hai già” mi afferrò la mano e la girò, col palmo rivolto verso l’alto, e rimase così a guardarmi, tenendola tra le sue. “Quella l’hai già, per quanto ti sia strano crederlo.”
Mi chinai, ferino quanto lo era stato lui, e piano gli baciai le dita. Una rassicurazione intima.
“Quello che dovrò fare metterà in allarme ogni tuo istinto, la tua ferocia nella sopravvivenza, la tenacia del sangue che hai allenato in tutto questo tempo.”
Ma ancora, non gli dicevo niente e lui di nuovo mi incitò.
“Di cosa si tratta, Aita” la sua voce era arrocchita tra la speranza e la diffidenza, adesso. “Di cosa si tratta, signore della Dodecapoli?”
Così alzai il viso e glielo dissi.
Khaled ibn Ahmed del Nido dell’Aquila, nelle lontane terre del Medioriente, inorridì.

“Perché? Perché rischiare?”
Sibilò, tornando a guardarmi. Manifestava le sue riserve non per l’incolumità di se stesso: quando avrò portato a termine la mia vendetta – mi aveva detto, quando era arrivato nella mia terra – metterò fine alla mia esistenza immortale, poiché il mio compito sarà finito. Invece, era mia intenzione dargliene un altro.
Manifestava rimostranze invece per la mia incolumità, per quella della regina immortale di questa terra. E del nostro Negromante che avrebbe officiato per noi.
“Perché?”
Non si dava pace, nemmeno adesso che era tornato a sedersi nella polvere della cantina, vicino a me.
“Perché ti voglio, Khaled.”
Pensavo che essere diretti fosse la cosa migliore.
“Ti voglio qui” precisai
“Questo può valere per te. Non per gli altri.”
“Vale per me e per la mia Regina. In quanto a Otieno, ha detto, mentre metteva le coperte nell’armadio:” mi schiarii la voce per imitare il mio mortale preferito, ingobbendo le spalle: “Se un grosso vampiro con due sciabole vuole fare la guardia a casa nostra, io non mi dispiacerò.”
Gli strappai un sorriso.
Bianco, arcuato nel buio, come una terza sciabola.
“E avete solo la mia parola, di tutto questo. Cosa vi garantisce che io non stia mentendo, in realtà?”
“Saresti uno stupido. E tu non sei stupido. Durante il rituale io avrò la tua vita tra le mie labbra. Per quello che ne conseguirà, sarai libero di andare dove vuoi e fare ciò che vorrai. Voglio darti la libertà, non una catena. Ma sarei infinitamente felice se tu rimanessi. Inoltre “gli feci notare “anche tu hai solo la mia parola. Eppure, ti basta.”
Sospirò.
Poi fece qualcosa di insolito, per lui, sempre così controllato.
Prese il mio viso tra le sue mani enormi e appoggiò la sua fronte contro la mia. Fremeva d’emozione.
“Non ci saranno mai abbastanza parole. O abbastanza gesti per ringraziarti ed estinguere il mio debito nei tuoi confronti.”
Diceva quello che mi aspettavo che dicesse. Che mi auguravo che dicesse. Una persona come Khaled ripaga la fiducia con la fiducia, la fedeltà con la fedeltà.
Sarebbe rimasto e sarebbe stato mio e di Pompon.
Ma non avevo intenzione di imporgli quella scelta: se l’avesse fatta da solo, sarebbe stato davvero nostro. Altrimenti non lo sarebbe stato mai.
“Estingui il tuo debito così come sei.” Gli dissi con la solennità di una formula magica. E non mentivo. “Se per contro adesso fossi in cattiva fede e mi tradissi, dovrei poi ucciderti. E non dubitare che lo farei: a tua moneta, la tua fiducia ed è il prezzo per la tua libertà. E non ci sarà altro. Delle scelte che farai in seguito, se ne parlerà in seguito.”
“La fiducia è comunque reciproca” asserì.
Sapeva quello che stavo pensando. Credo l’avesse già capito quando, davanti a Laurent, avevo preso il destino di due vampiri nelle mie mani e avevo detto al suo nemico che per Khaled il nero rispondevo io.
Premetti le labbra sulle sue. Il sigillo di un patto.
“Non pensavo che avrei trovato qui quello che ho cercato per tanto tempo ovunque.”
“E cosa cercavi?”
Khaled non mi rispose. Si limitò ad appoggiarmi una mano sulla testa.
La mia famiglia diventava sempre più strana. E qualcosa mi diceva che eravamo soltanto all’inizio.

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La Storia: biblos 1 – L’Uomo Nero

L’Uomo Nero – XIII

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Laurent si rialzò, con un grido stridulo. Ringhiò di nuovo verso Khaled.
“Di chi sia non m’importa! Deve pagare un debito e lo pagherà.” Tornò a fissarmi. “O lo farai tu per lui, è irrilevante.”
Khaled si fece avanti, silenzioso come un cerbiatto sulla neve, quell’immortale immenso.
“Ascolta quel che dice Aita, Laurent. Ti conviene.”
“Che debito domandi per il tuo sire?”
Laurent rimase fermo, come costretto dalle grosse mani di Khaled.
*Il sangue” disse “si ripaga solo con il sangue. Ha versato quello del mio Sire, ora io voglio il suo. E l’avrò!”
“Come ti ho detto” gli dissi ancora, paziente “non hai diritti su di lui. Poiché questo immortale è mio. Ora, mio caro Laurent, puoi metterti il cuore in pace, tornare a casa, piangere il tuo sire e diventare un immortale migliore di lui. E non ti verrà chiesto tributo per essere entrato nella mia terra con intenzioni ostili.”
“No! Io voglio quel che mi spetta! Per cosa avrei viaggiato fino ad ora altrimenti?”
Sorrisi.
“Ci siamo conosciuti. Non è abbastanza?”
Evidentemente per Laurent non lo era. Prese le mie parole come una provocazione e si piegò sulle ginocchia, si diede la spinta e mi si lanciò addosso.
Prima che potesse anche solo avvicinarsi a me, Khaled si era lanciato allo stesso modo.
Davanti ai miei occhi l’Uomo Nero afferrò il vampiro più giovane per la nuca e lo gettò di faccia nella neve.
Laurent produsse un rumore ovattato nell’incanto dell’inverno, si tese nella rigidità della morte del suo corpo di creatura della notte, poi si afflosciò come uno straccio.
Accidenti, era testardo. Non se ne sarebbe tornato a casa.
“Laurent” sibilò Khaled sopra di lui. “Se vuoi morire è sufficiente chiederlo. Verrai accontentato. Non ho niente nei tuoi confronti, non ho motivo per volerti morto, ancora. Ma fai un’altra cosa del genere e ti accorgerai di quanto può essere lunga l’eternità.”
Mi alzai e mi avvicinai ai due.
Khaled lasciò andare Laurent e si fece indietro di un passo, per lasciarmi lo spazio di inginocchiarmi nella neve vicino al suo copo disteso.
“Senti, Laurent.” Gli appoggiai una mano sulla schiena. Una mano gelida di morte su un corpo gelido, nel candore freddo della neve intorno. Sentivo crescere in me la pietà per le creature sconfitte, come per gli spiriti perduti che Pompon raccoglieva ai crocicchi, la mia piccola dea dei trapassi. “Senti. Se vuoi, puoi andare. Altrimenti, non ti rimangono che due strade.
Laurent si giro su se stesso, gli occhi colmi di terrore e di collera. Si rimise in piedi agitando le braccia in modo terribile e innaturale. Quando si muore si perde l’armonia della vita e si trova la compostezza della morte. E’ un’armonia diversa, fatta di silenzi e di immobilità. Per creature come noi, defunti che si atteggiano a viventi, è difficile imitare la morbidezza della vita e si ottiene solo attraverso gli anni, solo attraverso attenzione e disciplina. Laurent in quel momento aveva perso la compostezza della morte, tutto agitato com’era, e non riusciva a recuperare nessuna armonia. Si muoveva a scatti, girando rovinosamente gli arti, attorcigliando il busto.
“Non me ne andrò” diceva intanto, sibilando.
Lo lasciai calmare finché non si acquattò come un insetto, appoggiato sulle gambe e le braccia ben larghe.
“Non me ne andrò” disse ancora.
“La prima stada” continuai “è affrontare Khaled e domandare a lui il tributo che chiedi. E, mi duole informarti, morirai nell’impresa. La seconda strada è domandare a me il tributo che ti è dovuto, per l’immortale della mia famiglia. Oppure” calcai di più “potresti davvero tornare a casa.”
Laurent scoprì i denti*
“Vai via” mormorò Khaled. Era un consiglio che faceva risuonare nella voce la stessa pietà stanca che sentivo in me. “Qui moriresti e basta. Non essere sciocco, non lo sei mai stato. Smettila di lasciare che l’ira ti ottenebri la mente.”
Il giovane vampiro chinò il capo, rimanendo in ginocchio nella neve. Mentre aspettavo che scegliesse il destino per se stesso, guardavo Khaled: non aveva fatto rimostranze al fatto che avessi parlato di lui come di un immortale della mia famiglia, del mio ceppo. Non aveva fatto rimostranze al fatto che io mi fossi messo tra lui e Laurent. Sentivo l’urgenza di fargli la mia proposta e di metterlo al corrente di ciò di cui avevo parlato con Pompon.
“D’accordo” disse intanto Laurent. “Me ne andrò.”
Annuii e lasciai che si alzasse. Aveva recuperato la posizione eretta, il volto pallido era ancora segnato dall’agitazione, ma sembrava risoluto.
Fece per girarsi e andarsene davvero, ma con uno scatto repentino si lanciò verso Khaled come una belva. Il moro se lo ritrovò addosso mentre Laurent gli piantava le unghie nella carne delle spalle, furioso.
Laurent, sei un coglione, pensai distintamente.
Khaled si era piantato a gambe larghe, tenendo un braccio tra se stesso e il vampiro che sibilava e si contorceva, una vipera in sembianze umane che cercava di conficcargli i denti nel collo. Il viso del Moro non tradiva emozione. La mano libera trovò l’elsa della sciabola al suo fianco e con un solo fendente lo tagliò in due, dal basso verso l’alto.
Il sangue nero di Laurent macchiò tutta la neve attorno, in un unico fiotto potente, poi la corrose e venne bevuto dalla terra d’inverno, sempre assetata. Il suo corpo si staccò da Khaled come una foglia secca da un ramo e allo stesso modo si accartocciò, per sbriciolarsi al vento.
“La rabbia ottenebra i pensieri.” Khaled pulì la lama e la rinfoderò, rapido come l’aveva estratta. “Ma è stato saggio a non decidere di attaccare te.”
“Sarei stato meno gentile” ammisi.
Khaled mi guardò da sopra la spalla.
“Anch’io.”
Andai a prendergli la mano e lui strinse la mia.
“Credi ne verranno altri, dalla congrega di Laurent?”
“Da dove viene lui, no. In quanto agli altri che mi cercano e che io cerco non lascerò si avvicinino tanto. Non più. Ci combattiamo da troppo tempo perché io desideri ancora dispensare misericordia. E non voglio che tutto questo arrivi qui, di nuovo.”
Faccio cenno di sì. Sono d’accordo.
“Se dovesse ricapitare lascia entare solo coloro per i quali riesci a immaginare la salvezza, vicino alla distruzione. Che possano scegliere come stasera ha potuto scegliere Laurent.”
“Sempre che la meritino.”
Annuii ancora. Poi sganciai un bel carico da dieci.
“Potresti essere tu il guardiano di questa terra. Potrebbe essere tuo il compito di decidere a chi lasciare aperti i cancelli e a chi no.”
“L’Uomo Nero come guardiano? Non è avventato, Ramtha?”
“Avventato per chi?” risi.
“In generale. Per te, per chiunque della tua gente.”
“Hai sentito quello che ho detto a Laurent?”
“Che ti appartengo.”
Era venuto il momento di essere un po’ più chiari con Khaled.

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La Storia: biblos 1 – L’Uomo Nero

L’Uomo Nero – XII

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“Sei curioso di vedere o vuoi rimanere qui?” mi domanda, fermandosi sulla soglia del mio soggiorno, un’ombra nera sul chiarore della prima sera.
Poco dopo ci avviavamo insieme, lungo via Cantalupo, nella sera che si riempiva di un silenzio irreale.
Se lungo la strada avessimo incontrato il Lambertini, che abita oltre il campo davanti a casa Neri, forse nemmeno ci avrebbe visto.
Lungo la strada, si abbassò per sollevarmi tra le braccia e io gli cinsi le spalle, sotto la giacca di pelle.
“Non che serva per tenerti al caldo” borbottò “ma mi fa piacere.”
“Guarda, Khaled. Nevica.”
Aveva cominciato a scendere, lenta.
“Sì. E dall’odore, continuerà per tutta la notte.”
Laurent si era fatto molto più vicino, ormai. Mentre proseguivamo sotto la neve, aveva ormai raggiunto le campagne del bolognese e probabilmente adesso alzava il viso alla neve come noi.
“Ha paura” sussurrò lui. “Si sente fin qui.”
“Sarebbe stupido se non l’avesse.” Gli spolverai i capelli dalla neve. “E mi hai detto che non lo è.”
“No, non lo è. E tu l’hai spaventato.”
Mi strinsi nelle spalle.
“Non ho fatto niente. Ho solo attraversato la strada.”
Khaled non sorrise allora, come non aveva fatto fino a quel momento. Ma mi tirò una ciocca di capelli, piano, come fosse un blando rimprovero.
“Se hai lasciato che si accorgesse di te, Aita. L’’hai terrorizzato a morte.”
“Si sarà appiattito sotto a una siepe.”

San Giovanni in Persiceto innevata

San Giovanni in Persiceto innevata

Scivolammo tra gli alberi, per non disturbare il paese. Khaled sosteneva che ci fosse già troppa paura nell’aria. Attraversammo il frutteto e prendemmo la strada sterrata che si snodava per i campi.
Tenendomi tra le braccia, l’Uomo Nero scivolava da un’ombra all’altra ed era come se svanissimo per riapparire molti metri più avanti.
Il suo modo di muoversi mi affascinava e mi faceva irrigidire le membra, a me così abituato a toccare la terra, a farmi terra, a respirare la terra quando correvo a quattro zampe e con la coda nel vento.
Finalmente Khaled si immobilizzò, in mezzo alla terra nera del sottobosco.
Aveva fiutato la preda.
Mi fece scendere, tenendo lo sguardo davanti a sé, come se fendesse la nebbia e insieme proseguimmo sulle zolle morbide.
Khaled aveva localizzato la preda e si muoveva come una pantera in caccia, ormai.
Si fermò di nuovo solo quando Laurent uscì dal folto degli alberi.
Il vampiro si avvicinava lentamente, per mostrarsi. Aveva le mani vuote, i palmi leggermente rivolti in avanti. Sono innocuo, dicevano i suoi palmi. Sono venuto nudo, sono qui.
“Laurent.”
Un sussurro di Khaled, nel silenzio.
Laurent si acquattò spaventato da Khaled, spaventato da me. Ringhiò, tra le radici di una quercia.
Ogni tanto saettava gli occhi su di me, ma era al mio compagno che tornava con astio, appiattendosi al tronco umido alle sue spalle.
“Tu” sibilò. “Ti ho trovato. Sapevo che eri qui.”
Khaled mosse le labbra impercettibilmente.
“Torna a casa, Laurent. Non è la tua terra questa e non sei il benvenuto, qui. Non abbiamo niente da dirci.”
Khaled era preoccupato.
Era preoccupato che io scoppiassi a ridere in faccia a quel poveretto, ne ero certo. Stavo facendo un notevole sforzo per non intervenire, in effetti.
“Non abbiamo niente da dirci? Ti ho cercato per decenni, infido moro maledetto. Tu mi devi un prezzo di sangue.”
“Signor Laurent” mi feci avanti io, allora. “Posso parlarle?”
Laurent tornò a guardarmi. Mi fissò, anzi, con occhi spalancati e resi stolidi dalla paura. Con i pugni serrati tremava appena. Non si era certo aspettato che affrontare Khaled bn Ahmed sarebbe stato facile. Trovarsi inoltre in inferiorità numerica lo terrorizzava.
Gli mostrai i palmi vuoti come aveva fatto lui. E per tranquillizzarlo, sedetti nella neve.
“Siediti con me” ordinai suadente. Il vampiro si trovò premuto a terra, coi denti stretti, come sospinto dal vento.
Sapevo essere persuasivo, se volevo. Come Lord Voldemort!
“Signor Laurent, da quanto tempo cerca Khaled?”
“Diciassette lustri.”
“E’ molto tempo. Posso sapere perché?”
Intanto l’Uomo Nero rimaneva in piedi, alle mie spalle. La sua presenza di muto osservatore dava l’mpressione che avrebbe potuto staccare la testa di Laurent al primo movimento brusco.
“Mi deve un prezzo di sangue.” Sibilò il poveretto. “Ha avuto il mio Sire, mi deve ripagare per questo.”
Mi voltai a guardare Khaled. Mostrava i denti, bianchissimi, dall’ombra. Ma rimaneva in silenzio, calmo.
“Vedi, Laurent. Capisco le tue ragioni.” Era vero. Provavo pena per quel vendicatore solitario che non era all’altezza dell’immortale che voleva sfidare, provavo ammirazione per il suo coraggio. “Ma mentre lo cercavi, in questi diciassette lustri, sono successe delle cose.”
Laurent serrò le labbra esangui.
Di nuovo roteò lo sguardo da me a Khaled, alla neve che cadeva dai rami gravidi.
“Una di queste è che adesso quest’immortale” continuai. “Appartiene a me.”

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L’Uomo Nero – XI

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La notte successiva avevo corso nelle campagne accompagnato dal vento.
Se qualcuno mi avesse visto, sulla strada per Ferrara, avrebbe visto un lupo bianco come la luna nel buio in corsa tra i filari, i frutteti e le foreste profumose e umide, a pancia bassa.
Ma non mi aveva visto nessuno.
Finalmente lo avevo avvistato.
Tenevo la cosa bella bassa, per spiarlo bene nell’erba.
Laurent era davanti a me e non si era accorto che lo guardavo. Avanzava faticosamente perché non conosceva i luoghi e non si fidava. Era molto magro, quasi scheletrico, teneva le labbra sottili e riarse tirate sulle fauci potenti. Aveva i capelli biondi, tagliati cortissimi, tanto che da dove mi trovavo vedevo le vene bluastre sulle sue tempie.
Avanzava, come un segugio, chinato nell’erba.
Di tanto in tanto si fermava e si alzava, con movimenti che erano rapidi scatti. Ascoltava la notte, che non gli restituiva niente se non il soffio gelido del vento.
Neanche una stella gli brillava sulla testa questa notte.
Khaled questo se lo mangia a colazione, avevo pensato. E l’avevo seguito ancora un pochino, per sentire quello che provava in quella sua ricerca sgomenta: rabbia e paura, determinazione e nostalgia per una raffica di ricordi che gli turbinavano in testa.
Quasi mi aveva fatto pena e, tornando verso casa, avevo voluto avvertirlo.
Vattene, Laurent, volevo dirgli. Torna a casa, finché puoi. Ti lascio andare.
Mi ero stagliato sulla strada, un lupo bianco nel buio della notte. Laurent si era immobilizzato, poi si era acquattato nell’erba, ringhiando.
Me ne ero andato senza disturbarlo oltre e speravo che avrebbe seguito il mio tacito consiglio.

Khaled ibn Ahmed si piantò davanti alla casa dei Neri con il piglio di una guardia dell’esercito per una manciata di notti successive.
Dopo avere sentito Laurent in avvicinamento, era rimasto all’erta, ma non gli era ancora andato incontro.
Non sapevo se si arrovellava sul da farsi, se voleva ucciderlo o meno.
Di fatto si svegliava molto presto.
Il sole era appena calato e ancora tingeva di languore sanguigno le campagne e Khaled già controllava i territori attorno, acquattato sul tetto come una pantera, o stagliato contro le viti.
In seguito faceva il giro di un territorio che aveva delimitato nella sua mente e piantonava la mia casa come se fosse stata la sua.
Rimase immobile come una statua quando gli appoggiai la mano sulla schiena, una sera, e mi accostai al suo fianco.
“Laurent è molto vicino adesso.” Gli dissi.
La presenza del francese sulle mie terre era quasi palpabile, adesso.
“Questa notte vado a ucciderlo” disse, lapidario.

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L’Uomo Nero – X

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Khaled rimase in silenzio a lungo, soppesando le mie parole. La schiena dritta, appoggiata alla base in marmo, le gambe ripiegate lungo la linea delle sue sciabole ai fianchi.
Intanto ero andato a sedermi sul bordo della fontana. Le lampade immerse nella vasca illuminavano l’acqua dal basso. Rendevano gli spruzzi bianchi come il latte, trasformavano le sirene e i delfini di pietra in mostri reali quanto me.
“Del resto” lo incoraggiai “Se è stato possibile maledirti, deve esserlo anche attuare l’operazione inversa.”
“Questo me lo stai dicendo tu” asserì subito, mettendo nella voce una certa urgenza, come se cercasse di allontanare da sé troppe aspettative. “Io non lo so, se è possibile.”
“E’ Otieno che conserva i segreti nei suoi libri” tornai a scivolare al suo fianco. “La vera domanda è: ti interessa?”
Khaled si volse a guardarmi, con tanta intensità che era come se cercasse di vedere oltre il mio viso, oltre le mie parole. Tacque a lungo. Mi guardò a lungo.
Per intavolare una conversazione con Khaled bisognava mettersi nell’ordine delle idee che non sarebbe stata una cosa veloce. Se si pensava di poter dibattere su un film appena visto o un libro letto, delle facce dei passanti o anche dei secoli trascorsi, si era davvero fuori strada.
Parlare con Khaled era più come una battaglia. Un duello verbale in cui i contendenti si studiavano e rimanevano immobili in guardia fino al cedere dei nervi del più debole, in cui si nascondeva il respiro e si attaccava fulminei al primo cenno di quiete dell’altro.
“Fino a prima d’incontrarti ero convinto di essere destinato a rimanere solo. Non è un futuro che augurerei a qualcuno” sussurrò alla fine. “M’interessa, sì.”
Sorrisi, perché avevo appena messo a segno il mio primo affondo.
“Allora io penso che qualcosa si possa fare, Khaled. Ma è presto, adesso.”
“Non è il tempo a mancarmi, ma voglio sapere il prezzo.”
Ecco la stoccata dell’Uomo Nero.
Il prezzo c’era ed era salato: un prezzo che Khaled ibn Ahmed poteva anche non avere voglia di pagare per quanto la mia offerta lo avrebbe potuto allettare.
Un prezzo che anche Pompon, Otieno e io dovevamo avere voglia di pagare, perfino. Prima di proporlo al Moro, avrei dovuto conoscere meglio la sua anima.
Fu il mio turno di soppesare a lungo le parole.

Prima che potessi rispondere, però, Khaled si drizzò, come una pantera pronta per balzare all’attacco.
Aveva avvertito qualcosa nell’aria, così come lo avevo avvertito io: ero andato da lui per parlargli di quello spiacevole inconveniente, ma avevo dato la precedenza a cose più importanti, come la maledizione del sangue del mio ospite.
Adesso, però, l’inconveniente si era avvicinato abbastanza da mettere Khaled sul chi vive.
“Aspetta.”
“Che cosa?” sorrisi.
“Lo senti? E’ sottile, si confonde nella notte. Ha faticato a trovarmi ma si avvicina.”
“Chi è?”
“Uno dei miei nemici” ringhiò. Lasciava vagare lo sguardo oltre i palazzi, verso San Vitale a est. “Ha faticato a trovarmi, ma si avvicina.”
Il suo sorriso si allargò, bianco sul nero.
“Lo conosci bene?”
“E’ Laurent. E’ sempre stato avventato, mi sorprende che sia sopravvissuto a lungo.”
Mi alzai e lo precedetti sulla piazza.
“Laurent. Si direbbe un francese.”
Khaled balzò al mio fianco, il mento alto come a seguire il vento.
“Sì. Non è anziano e non è nemmeno stato un mio nemico finora. Lo è stato il suo maestro e io l’ho ucciso. Non uccisi lui allora perché pensavo che fosse possibile frenare una faida semplicemente vendicandosi dei diretti colpevoli.” Khaled aveva mantenuto il suo spirito nobile. Ma non era un ingenuo: “Avrei dovuto sapere che non è mai così.”
“Da quanto tempo ti cerca?”
“Trecento anni.”
Su via Rizzoli, scoppiai a ridere, appoggiandomi alla serranda chiusa dell’edicola.
“Trecento! Non l’ha davvero presa bene!”
“Non l’ha affatto presa bene. Ma è uno stupido se pensa di essere diventato forte abbastanza per impensierirmi. Se vuole terminare la sua esistenza sulle mie lame, ben venga.”
Mi guardo, mentre acceleravamo il passo, due ombre tra le ombre.
“Forse è un tipo che ti piacerebbe, Ramtha. E’ un sognatore.”
“Se verrà da te lo vedrò faccia a faccia.”
“No.” Scosse la testa e si fermò, stringendomi le spalle con le sue mani enormi. “Niente affatto. Se vorrai incontrarlo, sarà in un altro modo. Non gli permetterò di avvicinarsi tanto a te e alla tua gente. Non dopo quello che ti devo.”
Detto questo, balzò nelle ombre della strada, veloce. Era diretto alla campagna, alla mia casa armato delle sue sciabole e della sua lealtà monolitica.
Il guardiano Khaled.
Che fortuna che fosse sopraggiunto Laurent proprio adesso che avevo bisogno di dare all’Uomo Nero un’occhiata approfondita.

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