Oltre le Rive – Zucchero Fornaciari

So che verrai di neve lieve
e vestirai l’aria di sogni
So che verrai,
pace nell’alba,
negli occhi miei, dentro i miei giorni…

Oltre le rive,
oltre le rive,
sarò là.

Ovunque sei,
sarai per sempre.
Abiti in me
da sempre, e per sempre…

Di neve lieve
so che verrai, senza rumore

Oltre le rive,
oltre le rive,
sarò là.

Ovunque sei,
sarai per sempre.
Abiti in me
da sempre, e per sempre…

Ho vagato senza scopo e destino,
fino alla fine dell’arcobaleno,
nelle notti bagnate dal vino,
finché ho sentito la mia voce da bambino…

Ovunque sei,
sarai per sempre.
Abiti in me
da me, da sempre qua…

Oltre rive
mi troverai come da sempre
qua.

Zucchero Fornaciari

Oltre la soglia

Scenderai la scala, che sprofonda nella terra tra due mura intonacate.
Giù, troverai la porta.


Ai lati sono dipinte due figure temibili, che ti tardeggeranno con occhi di fuoco. Temile, figlio, perchè sono i guardiani.
Vanth, alla tua destra, è la dea alata che porta la fiaccola per dissipare le tenebre, e la chiave per aprire le porte degli inferi. E’ accompaganata dalle Lasa, figlio, come tua madre quando plana nel vento.
Esse accompagnano i defunti dalla terra dei vivi a quella dei morti.
Alla tua sinistra, Charun, il traghettatore del fiume dell’oltretomba. Ai morti, domanda due monete.
Ma tu sei vivo e, poiché ti mando io, apri la porta.
Oltre la soglia, regnano Aita e Phersipnai, seduti su troni di legno e oro, con i piedi nudi che affondano nella terra.
Tutte le anime che giungono a loro, vengono dalle loro dita smembrate in tre parti.
Senza dolore o lacrime, ma con la semplicità con cui una bambina sfoglia una margherita.
Una parte va a finire nel Lare, il dio tutelare della famiglia a cui è appartenuto il defunto, che così diventa più forte, più potente e antico, con radici vive. Immaginalo come un albero, il Lare.
Una seconda parte si divide a sua volta in due, i Mani. Uno d’ombra e uno di luce, uno maschile e uno femminile, con le loro sembianze ripropongono quelle dei sovrani dell’Oltretomba. Hanno accompagnato il defunto per tutta la sua vita mortale, guidandolo nelle scelte, aspettandolo alle biforcazioni e ai crocicchi. E adesso è a loro che i cari ancora in vita si rivolgeranno nelle loro preghiere e che renderanno conto delle azioni della vita spesa davanti al trono degli Sposi.
Ciò che ne resta, viene presa nelle gelide mani di Phersipnai.
La Regina incurva la schiena come una bestia splendida e pianta l’anima nella terra degli inferi, come un fiore.
Quando sarà pronta, essa rinascerà nella terra dei vivi, in un bambino nuovo.

San Giovanni in Persiceto Cold Case

Ultimamente sui quotidiani regionali del bolognese è tornato alla ribalta un ritrovamento interessante. Il cold case che non cessa di far parlare di sè sarà sicuramente di spunto per i vampiri di Luce nel Nero. E poi non si dica che non scegliamo bene le location.

Resto del Carlino Bologna - 11 aprile 2012

Resto del Carlino Bologna - 11 aprile 2012

San Giovanni in Persiceto (Bologna), 11 aprile 2012 – La soluzione del mistero si avvicina. Il 23 aprile, infatti, verranno riesumate dal cimitero di San Giovanni in Persiceto le ossa dei 34 scheletri che furono trovate durante un’operazione agricola di impianto di un filare di vite, il 6 ottobre del 1962 nel terreno della famiglia Maestrello, accanto a via Poggio. A ottenere il permesso, concesso dal procuratore capo Roberto Alfonso, per far analizzare a proprie spese i campioni di ossa, sono stati Carlo D’Adamo e William Pedrini, rappresentanti dell’Anpi di Persiceto.  Tutto è iniziato nel 2008 con la richiesta di disporre indagini sull’accertamento dell’età degli scheletri e tra pochi mesi, il tempo necessario agli istituti di ricerca per consegnare i risultati, arriverà la soluzione. Il caso dei ‘34 sconosciuti’ (in realtà non c’è certezza nemmeno sul numero delle persone e resta viva la possibilità che nel terreno siano ancora sepolti altri scheletri), anche dopo la sentenza del 1965 contro ignoti imputati di strage e soppressione di cadavere, non venne mai risolto e ora torna improvvisamente d’attualità. All’epoca, l’Istituto di medicina legale di Bologna, dopo sette mesi di analisi, evidenziò che le cause e il periodo preciso della morte non erano identificabili. Il giudice, però, concluse che gli scheletri appartenevano a vittime di rappresaglie, fasciste o della Resistenza, della Seconda guerra mondiale, anche se la loro identità non venne mai a galla.  Nel maggio del 1963, nella chiesa della Collegiata, ci furono i funerali in forma solenne con le cassettine zincate portate al cimitero. Le due ipotesi che ai tempi presero maggiormente piede, e rimasero nel corso degli anni le più credibili sull’evento e sul periodo storico in cui morirono quelle 34 persone, risultano diametralmente opposte e ognuna non del tutto convincente. Oltre alle testimonianze e alle analisi delle ossa, il terzo e decisivo punto di partenza per la ricerca della verità è il ‘luogo del delitto’: gli scheletri vennero rinvenuti a una profondità di circa 1,20 metri, su due file parallele per una lunghezza di circa 80 metri e a una distanza di un 1,5 metri l’uno dall’altro, senza indumenti e oggetti, ad eccezione di un coltello ormai privo di manico. Contemporaneamente venne scoperto anche lo scheletro di una testa di cavallo: un ritrovamento piuttosto stupefacente.
Tornando alle due ipotesi, da un lato c’è chi sostiene che le ossa appartengano a persone decedute a causa dell’attacco di peste avvenuto nel 1630
, dall’altro c’è chi difende la tesi secondo cui quei 34 scheletri possano essere dei passeggeri, militari della Repubblica Sociale Italiana a bordo della famosa ‘corriera fantasma’, una vicenda tutt’altro che chiara. Quel che è certo è che il giallo di questi ‘34 sconosciuti’ è durato troppo a lungo e dopo 50 anni è giunto il momento di conoscere la verità sulla loro morte.

( Articolo di Alessandro Belardetti. Foto nell’articolo di Belardetti: Il funerale celebrato nel maggio del ’63

I’m sorry. I’m so sorry.

Una riflessione sull’umanità. O meglio, sulle capacità di adattamento, di provare compassione, di non provarne affatto. Sulle possibilità di ammattire o di non ammattire. Una riflessione sull’umanità da parte di creature non umane, ma che agli esseri umani si avvicinano, e che durano molto, molto tempo. Millenni, magari.
Una riflessione gentilmente offerta dalla seconda serie del Doctor Who.

Scilla scrive:
C’è una cosa del Doctor Who che mi manda nei matti. Non ho ancora capito se è splendido o se è ipocrita o che altro.
Beat scrive:
cosa? *C*
Scilla scrive:
Lui dice sempre:
“Sorry. I’m so sorry”
davanti a ogni cosa che vede di terribile o ogni azione crudele che è costretto a compiere o a cui deve prendere parte. E una volta si incavola con Rose, si pone molto duramente, fino a quando non lo dice anche lei. Sembra un messaggio, un sottotesto. Lo trovo molto bello, per tutto quello che vuol dire, però ci sto pensando. “Eh” mi viene da dire “se proprio ti dispiace tanto non lo fare. O se è inevitabile, amen. Deve essere così, lo fai e stai zitto.”
Rucci scrive:
Sì con me è passato. Capisco quello che vuoi dire, molte volte sembra solo la soluzione facile. Probabilmente la è. Non dimentichiamo mai che è uno show per bambini. =O= Cioè. per famiglie. poi prende dentro tutti.
Scilla scrive:
Sì, certo, ma qui va oltre il messaggio esplicito. Alle famiglie e ai bambini serve vedere che lui trionfa sul male. come un supereroe. Questo messaggio qui è più profondo e passa più in sordina.
Rucci scrive:
Sì ma un supereroe non chiede scusa. Lui sì. sempre.
Scilla scrive:
Eh, appunto.
Rucci scrive:
Perchè per qualunque lato che vince ce n’è uno che perde.
Beat scrive:
Yes. Chiede sempre scusa
Rucci scrive:
E’ una cosa che mi ha affascinata di questo show.
Scilla scrive:
E’ quello che mi tiene appesa.
E’ una cosa molto particolare, che mi tocca molto.
Rucci scrive:
Il dottore fa tutto quello che può. Ed è paradossale, perché avendo lui più potere di chiunque altro di cambiare le cose non sempre fa abbastanza. Ed è allucinante. Perché il dottore può TUTTO. Ma non può.
Beat scrive:
çOç e gli dispiace davvero
Rucci scrive:
Anche noi possiamo fare un sacco di cose ma quasi mai le facciamo giuste, o le facciamo tutte. Su di lui risalta di più perché ha potenzialità su tutto e su tutti eppure neanche lui, come noi, riesce a fare TUTTO o salvare TUTTI. Gli dispiace sempre tantissimo.
Scilla scrive:
Sì. Appunto.
Rucci scrive:
Eppure ti viene da chiederti quante cose del genere ha visto, perchè è vissuto così a lungo. A tratti sembra che si rinfocoli, a tratti è più rassegnato. A ciclo continuo.
Scilla scrive:
Mi sa di paradossale: una creatura così il “mi dispiace” o non lo sente oppure lo sente dentro, ma sta zitto, abbacinato dall’enormità che ha visto. Invece lui lo dice sempre. Come un vessillo.
Beat scrive:
Io dico che ci crede davvero.
Scilla scrive:
Anche secondo me ci crede davvero.
Rucci scrive:
Assolutamente ci crede.
Scilla scrive:
è che non è solo un crederci
è come se fosse diventata la sua bandiera
il suo credo. Ed è una cosa che ha molta luce e molta ombra dentro
Rucci scrive:
è che va a pari passo con la consapevolezza, e a tratti il suo fatalismo. Comunque non è facile conoscere già tutta la storia dell’universo XD
Sì, assolutamente.
Scilla scrive:
E’ un discorso che mi interessa molto perché l’altra sera spiegavo Ramtha e Pompon e mi è stato detto: “ma sono troppo umani per essere millenari”. Invece secondo me diventano “umani” proprio con lo scorrere di tutto quello che vedono.
Antus scrive:
Obiezione che ti feci anche io a suo tempo, peraltro.
Scilla scrive:
Eh infatti mi ricordo. Ma continuo a non trovarla “pertinente”. Invece trovo riscontro in questo “mi dispiace” di un altro millenario, con tutto quello che si porta dietro. E apre delle porte allucinanti
Rucci scrive:
Troppo umani non devono esserlo, ma si portano dientro delle scie di umanità proprio perché ci vivono dentro così tanto tempo.
Beat scrive:
Yes. dipende come un millenario decide di relazionarsi al mondo umano. Ci sono quelli che diventano di pietra e quelli che paradossalmente diventano più umani degli umani perché hanno tempo di affinarsi.
Rucci scrive:
lo trovo sensato anche per Ramtha e Pompon. Pompon è già più diversa perché è più isolata.
Antus scrive:
Non so, per me è estremamente implausibile che una creatura vivente e con tratti umani possa trascorrere millenni nel vedere sorgere regni ed imperi, e morire generazioni, senza necessariamente indurirsi o ammattire. Non dico “impossibile”…ma ESTREMAMENTE improbabile, per me, sì.
Ma è una questione di gusti, alla fine
Scilla scrive:
Più che di gusti, di possibilità
Se è possibile, allora si può fare. Non deve essere la norma, ma ci deve essere una possibilità che succeda.
Anche il Dottore, qui.
Chi ci dice che tutti i Time Lords avessero la stessa saggezza? Magari sì, ma magari non tutti. O chi ci dice che tutti, come il nostro, avessero questo dispiacere per il mondo decomponibile?

Tardis, la nave del Dottore.

DOTTORE: Oh Lumic, sei un uomo intelligente. Ti definirei un genio, ma qui ci sono io. Hai inventato tutto per combattere la tua malattia ed è geniale. E’ così umano! Ma una volta che vi sarete liberati di malattie e di mortalità, cosa rimarrà? I Cyberman non si evolveranno. Vi bloccherete soltanto. Rimarrete così per sempre. Una terra metallica, con uomini metallici e pensieri metallici. Perderete l’unica cosa che rende questo pianeta vivo. Le persone! Persone brillanti, stupide, ordinarie. Persone!
LUMIC: Sei orgoglioso delle tue emozioni?
DOTTORE: Oh, sì.
LUMIC: E allora dimmi, dottore, sai cos’è il rammarico? E la rabbia e il dolore?
DOTTORE: Sì, li conosco.
LUMIC: E fanno male?
DOTTORE: Oh, sì.
LUMIC: Io posso liberarti. Non lo vorresti? Una vita senza dolore.
DOTTORE: A quel punto potresti uccidermi.

(Da Doctor Who, 2×06, The Age of Steel, 2006)

L’Uomo Nero – XIX

fiction: l'uomo neroCONTINUA DA QUI

Il tamburo di guerra mi rimbombava tra le tempie e sulla labbra. Era il cuore di Khaled che cercava di non morire. Ogni boato portava con sé voci sussurrate che mi sfioravano appena: larve, spiriti aggrovigliati alla luce dei morti di Khaled che popolavano il suo sangue.
Nessuna mi avrebbe toccato, se non lo avessi permesso.
Lo permisi.
Strinsi le spalle dell’Uomo Nero tra le braccia affondando i denti nel muscolo teso.
Il suo sangue era un campo di battaglia cosparso di cadaveri e io dovevo camminarci, attraverso una strada tracciata dal rombo del cuore immortale. Insieme a lui strinsi l’immagine di vampiro dal viso severo e gli occhi profondi. Lasciai che parlasse e sentii nelle orecchie il suo nome: Gaius. Lo conoscevo. Sapevo che aveva condiviso gran parte dell’immortalità con Khaled e che era caduto sotto le sue zanne. Non sapevo perché – avrei potuto guardare, ma preferii non farlo. Lasciai che Gaius mi sfuggisse dalle dita e poi le chiusi su un’altra voce.
Nel sangue di suo figlio, venne a me Ahmed.
Il visir delle terre del medioriente che aveva dato a Khaled l’immortalità. Conoscevo anche lui. Era morto ai miei piedi, tanto tempo prima, ridotto in cenere. Lasciai andare anche Ahmed, che fosse sangue che torna sangue.
La strada di Khaled stava per terminare e io mi staccai prima di arrivare alla fine.
Avevo la gola stretta.
Intanto Pompon si era accasciata a terra. Era stanca.
Il veleno del sangue del nostro ospite cominciava a fare effetto e la regina della Dodecapoli stringeva la mascella.
Otieno riprendeva a cantare la sua nenia dolce di morte, come un biancospino.
O forse non aveva mai smesso e io potevo tornare a sentirlo solo adesso, dopo avere attraversato i tamburi di guerra di Khaled. Il lavoro di Otieno era appena cominciato. Avrebbe dovuto cantilenare a lungo. Non hanno mai tempi brevi, questi nodi di anime.
Mi alzai dal corpo di Khaled e sentii cedere le ginocchia.
Bello scherzo il sangue maledetto.
Repressi le ondate di nausea e cercai il sapore delle erbe sotto la lingua, come sapevo che stava facendo Pompon.
Lanciai uno sguardo a Khaled, steso come morto, gli sistemai le braccia lungo i fianchi. Poi raggiunsi lei, che alzava gli occhi a cercarmi.
“Ramtha” chiamò, lamentosa.
E mi vennero i brividi, perché Pompon non si lamentava mai. Scoprì i denti bianchi, le sue labbra erano nere. Cercava di stare più ferma possibile.
“Ramtha.”
“Sono qui.”
La raggiunsi, con le fauci aperte come un cane assetato, e le porsi la mano. Lei la strinse. Mi annodò le braccia al collo, affondando la faccia nel mio collo.
Crollai esausto sule ginocchia, tenendola contro di me, accanto al confine di sale.
Khaled, al centro del cerchio, non dava segni di vita.
Perfino Otieno sembrava morto, sebbene cantasse ancora, senza muovere un muscolo del viso.
Ricaddi sul fianco.
Pompon si annidò conto il mio petto, allungando le mani alle mie spalle per attrarmi a lei. Precipitammo insieme in un sonno torbido, dove l’unico rumore lontano era quello di tamburi di guerra.
La parte difficile del gioco iniziava adesso.

Personaggi: Ramtha, Pompon, Otieno e Khaled. Approfondisci QUI.
La Storia: biblos 1 – L’Uomo Nero

L’Uomo Nero – XVIII

fiction: l'uomo neroCONTINUA DA QUI

Pompon non aveva niente della regina terrigna che era. Sembrava una bambina assetata, mentre si avvinghiava al braccio del nostro ospite.
Aveva la stessa ferocia della bambina al catechismo che aspettava il suo succo di frutta da tutta la mattinata, quella della zingara che non beve da giorni.
Khaled si manteneva immobile, nonostante avesse teso ogni muscolo del corpo. Sapevo che il controllo che stava esercitando su se stesso era più che forte, era sovrannaturale. Ogni fibra del suo essere gli stava comandando di staccarsi la regina di dosso, alzarsi e scappare via.
Ma la sua forza di volontà lo manteneva immobile come una statua.
Inoltre, anche se avesse cercato di muoversi, all’interno del cerchio di sale era vincolato. Il rituale che il mio negromante aveva lanciato, inginocchiato sulla terra nera, non gli avrebbe dato via di fuga.
La mia amata beveva, a lungo, e non veniva ostacolata.
Sembrava che non si sarebbe staccata mai più.
Infine alzò gli occhi fiammeggianti su di me, pieni della luce della morte.
Mi avvicinai, scivolando alle spalle di Khaled e da sopra di esse mi piegai a baciare la guancia di lei. Khaled ringhiò come un animale, il suono gutturale gli graffiò la gola e vibrò dalla sua schiena al mio petto.
Se avesse potuto, in quel momento gli sarebbe bastato girare il viso per affondare le fauci nella mia gola, per afferrare la nuca di Pompon.
Invece fui io ad appoggiare le labbra alla sua giugulare, dal lato opposto rispetto a Pompon che beveva ancora. La carne nera pulsava feroce, come se la mia regina non gli avesse tolto che una quantità di sangue risibile.
E invece era solo l’istinto cieco di sopravvivenza, il veleno che gli agitava le vene a pulsare così.
Affondai la mano nei suoi capelli, piegandogli la testa indietro e lo addentai.
Khaled mandò un sibilo.
Percepii dal dolore del bacio la paura di un corpo che non vuole morire.
Gli scorsi una mano sul petto e la fermai sul suo cuore. Anche Pompon fece lo stesso, sull’altro fianco, e intrecciò le dita alle mie.
Tremavano.
La regina della Dodecapoli non è un tipino fragile, ma un qualche tremore le scuoteva i polsi. Una piccola fiera ferita.
Basta, le dico in uno sguardo. Basta così.
Cercai Otieno con lo sguardo, ma lui era al di là del cerchio, le mani affondate nella terra e nel sale, il capo piegato sul petto mentre cantilenava per noi una magia antica di millenni.
Khaled ruggì, spalancando la bocca: era la debolezza che sentiva a farlo infuriare.
E Pompon ringhiò di rimando, aggrappandosi a quella carne dura come l’onice. Poi, poco a poco, allentò la presa.
Quando lei si staccò, ansimando, rannicchiata sul fianco, il sangue di Khaled si riversò solo in me.
Adesso eravamo soli.
Io, lui, e il rombo del suo cuore innaturale, come fracasso di guerra e tamburi da battaglia.
Lo accompagnai a terra, facendolo stendere.
Il corpo di Khaled si tese e piantò nelle zolle umide gli artigli delle mani come se ce le volesse affondare e affondarvi lui stesso.
Gli balzai sul petto, con l’eleganza ferina del lupo che balza sulla preda. Lo premetti al suolo e lo sentii mandare un grido da spezzare il cuore, l’urlo di una bestia in agonia. Affondai i denti nella sua carne e la mente nella sua.
“Ramtha” sentii la voce dolce di Pompon, piegata a terra, come un avvertimento.
Ma non ci fu tempo e precipitai tra le ombre dell’Uomo Nero.

Personaggi: Ramtha, Pompon e Khaled. Approfondisci QUI.
La Storia: biblos 1 – L’Uomo Nero

Bellezza e Immortalità

“Ti interessa più lo spirituale che il male” intervenni, osservandolo attentamente. “Non è così?”
“Sì” rispose subito.
“Ma non capisci? Anche il colore del vino in un bicchiere di cristallo può essere spirituale” continuai. “L’espressione di un volto, la musica di un violino. Un teatro parigino può essere infuso di spiritualità, anche se è materiale. In esso non vi è nulla che non sia stato modellato dalla forza di coloro che possedevano la forza spirituale di qualnto doveva essere.”
Qualcosa si accese in lui, ma lo respinse subito.
“Seduci il pubblico con la voluttà. Per amore di Dio e del diavolo, usa come vuoi i poteri del teatro!”

Anne Rice, Scelti dalle Tenebre (The Vampire Lestat)