Il centro cittadino era in fremito: lungo via Zamboni c’era la musica, il ridere alto degli studenti e l’odore della birra che arrivava acre. Le strade illuminate sembravano ardere: era la magia dei lampioni e dei palazzi rossi di Bologna. Il Teatro Comunale era aperto e arrivava ovattata l’ouverture dell Otello di Rossini.
Le strade più interne non godevano di tanta vitalità. Via dell’Inferno, in effetti, ospitava la morte.
Khaled ibn Ahmed affondava i denti nella giugulare di un giovane spacciatore, che si tendeva in preda agli spasmi sotto le mani forti del vampiro.
Il moro di Venezia al Comunale in Via Zamboni, il moro di Bologna nel buio di via dell’Inferno.
Che raffinatezza.
Si accorse di me quando feci dondolare i piedi dal davanzale sopra la sua testa. O forse mi aveva già sentito, ma aveva preferito finire il suo pasto.
“Ramtha. Eri diretto da qualche parte?”
“E tu?”
“Rispondi sempre alle domande con altre domande?”
Scivolai giù dalla sua finestra al suo fianco, senza produrre rumore, e per un momento l’Uomo Nero divenne la mia ombra allungata.
La falce di luna era un sorriso obliquo tra i tetti delle case.
“Quando serve sì.”
A dire il vero, ero andato a cercarlo per un motivo particolare. Ma dal momento che era delicato, preferii attendere una situazione più propizia.
“Vado a respirare le stelle” disse lui, allora. Khaled, l’Uomo Nero, era un poeta.
“E dove?”
“Dove trovo uno spazio fra le nuvole.” Mostrò le zanne, come in un ghigno benevolo. “E’ per la caccia, vedi. Per togliermi le ombre di dosso.”
“Sembrano essere ombre piuttosto pesanti.
Khaled annuì. Lo spacciatore tra le sue braccia era poco più di un ragazzo e reclinava la testa di lato, sulla spalla, come se semplicemente non avesse interesse né di noi, né dei nostri discorsi di ombre e di stelle. Il moro di Bologna lo accompagnò a terra, sistemandogli vicino i cocci della bottiglia vuota con cui gli aveva squarciato la gola. Uno stratagemma astuto: chi l’avrebbe trovato avrebbe pensato a una banale colluttazione con chissà chi.
“Alcune le porto sempre con me: non sarebbe corretto abbandonarle dopo averle create. Altre lascio che le stelle le lavino via e le portino alla terra. Loro riposeranno, e anch’io.”
“Raccontamene qualcuna, delle tue ombre. Sei troppo restio a parlare, finiranno per bloccarti la gola.”
Ci pensò un po’ su, continuando a camminare
“Non sono sicuro che parlarne mi sbloccherà la gola. Niente di quel che posso fare ora può cancellare quel che ho fatto. E che rifarei, se dovessi tornare indietro.”
“Allora mettila così” sorrisi “sono curioso.”
Si avviò verso la piazza, in cerca forse di una porzione di cielo più ampio.
“Quando ci siamo conosciuti, Ramtha, ero teso in uno sforzo che non è, col senno di poi, servito a granché. Cercavo di mantenere con tutte le mie forze quel briciolo di umanità che mi restava. Perché malgrado tutto continuo a credere che l’Umanità vada difesa da sé stessa, oltre che da noi.”
Amavo gli esseri umani profondamente. Capivo bene quello che intendeva. Gli feci cenno di proseguire.
“Per quanto si sia addestrati a combattere – e io lo ero e tutt’ora lo sono – una cosa è farlo credendo in un’ideale, rimanendo lucidi, consapevoli. Io ho deciso di mettere da parte la lucidità e lasciar fare all’istinto e alla rabbia. Sapevo che mi avrebbe reso più forte, nel breve periodo. E sapevo che mi avrebbe riempito di ombre. E’ stata una scelta, cedere. Non posso dire di rimpiangerla. Ma adesso, ricostruire, non è facile.”
Sembrava che si stesse confessando, timoroso del suo passato come se temesse il suo giudizio prima ancora del mio. Non aveva avuto la possibilità di discutere le sue scelte.
“Quando è successo, Khaled?”
“Cinquecento anni fa. Ed è durato a lungo. Se sono qui ora, a parlare con te, è perché decisi, nel 1810, di dormire. Dormire per anni, decenni, secoli. Dormire per lasciare che le ombre scivolassero via. Quando mi sono risvegliato ero lucido. Ma le ombre si erano mangiate tutto quel che potevano. Sono, adesso, un vampiro che non può creare altri vampiri.”
“Cosa te lo impedisce?”
“Il mio sangue. Come hai già avuto modo di vedere, è maledetto. Il mio sangue uccide gl’immortali.” Sorrise. “Non è ironico?”
“E’ l’avere ceduto, come hai detto tu, a ridurti così? Mi hai parlato degli effetti collaterali che avrebbe avuto su di te il bere sangue di altri immortali. Ti riferisci a questo?”
Andammo a sederci sui gradini della fontana del nettuno. Il dio dei mari guardava altrove e le sue sirene di pietra zampillavano dai seni acqua bianca come il latte sotto la luce radente delle luminarie stradali. Khaled osservava i passanti quieto, ma sapevo che era all’erta come una pantera tra gli arbusti.
“Sì,” sussurrò “Prima era una capacità che avevo, un’abilità che avevo raggiunto con esercizio e disciplina: potevo rendere letale il mio sangue. Ma durante il torpore, l’abilità è diventata un infezione. Anche volendo, non posso più tornare quello che ero. Ti ricordi quando mi hai baciato?”
“Hai temuto di attaccarmi.”
“Sì. Saltarti alla gola, sarebbe stato cedere. E io ho ceduto per così tanto tempo, che adesso è difficile non farlo ancora. E più cedo, più il mio sangue diventa letale. Creare un mio simile, condannerebbe più del morso l’uomo che ho scelto.”
Tacque e lo feci anch’io.
Che fossimo mostri, come ci immagina la letteratura, o seguito divino delle potenze dell’Oltretomba, non ha importanza: per qualunque creatura, anche quelle dedite alla morte, è una sofferenza terribile quando la progenie finisce per morirti tra le braccia.
Era quello che aveva reso la sua pelle tanto nera, con il passare degli anni: la ricordavo dorata, la pelle di un arabo venuto dal mare e mi si era ripresentato più scuro della notte.
Ero andato da lui per parlargli di un fatto grave, che avrebbe potuto ripercuotersi non solo sulla sua esistenza, ma anche sulla mia e di Pompon. E sui delicati equilibri che reggono i rapporti tra immortali.
Davanti a quella confessione, però, l’intento passò totalmente in secondo piano.
Di nuovo, avevo un’inclinazione a muovermi in una direzione senza sapere dove mi avrebbe portato.
Di nuovo, sapevo che non ne sarei stato deluso.
“Tu lo sai, Khaled” buttai lì “che anche il sangue del mio negromante è velenoso per gli immortali?”
Personaggi: Ramtha e Khaled. Approfondisci QUI.
La Storia: biblos 1 – L’Uomo Nero

