Simili ai vampiri, nelle traduzioni più antiche, troviamo creature femminili, tutte accusate di rapire bambini o ucciderli nel sonno; tutte sono coinvolte in una maternità negata.
LAMIE:
Prime tra tutte incontriamo le lamie: il mito greco ce le descrive come creature in parte umane e in parte animalesche (spesso serpi), ossessionate dai bambini e dai fanciulli, che cercavano di rapire nottetempo.
L’origine di tali creature è da ricondurre a Lamia, una splendida regina di Libia e figlia (o nipote, a seconda delle tradizioni) del dio dei mari Poseidone e che conquistò l’amore di Zeus e gli diede molti figli. Il padre degli dèi le concesse il dono di togliersi gli occhi dalle orbite per poi rimetterli a proprio piacere.
Scoperta la relazione, la dea Era, moglie di Zeus, uccise la prole di Zeus e di Lamia, portando la regina libica alla pazzia, costringendola da quel momento in avanti a divorare i bambini degli altri.
Il suo aspetto attraente le permetteva di essere rassicurante nei confronti dei piccoli e allo stesso tempo di sedurre gli uomini, dei quali amava bere il sangue.
Secondo Aristofane tale nome era da ricondurre alla parola “esofago” (λαιμός; laimos), in riferimento all’abitudine della creatura di divorare (e proabilmente ingoiandoli interi) i piccoli che rapiva.
Orazio, nella sua Ars Poetica, taccia di inverosimiglianza la teoria popolare secondo cui la lamia possa restituire intero il bambino che ha ingoiato:
“Siano verosimili le cose che s’inventano per dilettare;
nessun racconto può pretendere d’essere creduto in tutto ciò che vorrà:
è assurdo che la strega Lamia partorisca vivo il fanciullo che ha mangiato.”
(Orazio, Ars Poetica, vv 338-340)
Nel Medioevo, lamia divenne sinonimo di strega, mentre nella tradizione della Cappadocia si crede che Lamia fu la prima sacerdotessa del culto di Lilith. Allo stesso modo, secondo altre tradizioni greche, Lamia è indicata al pari delle Empuse come figlia di Ecate.
ARPIE:
Dalle sirene non si differenziano di molto le arpie, anch’esse figlie di divinità marine. Il mito le vuole relegate nelle isole Strafodi da Zeus in persona, che si serve di loro ogni qual volta gli necessita di perseguitare qualcuno.
Anche per queste donne uccello, dalle ali ampie e gli artigli di rapace, il pericolo era dato dal canto dolce, che attraeva le vittime. Esse finivano graffiate, lacerate e fatte sanguinare.
La descrizione che se ne fa è quella di creature dal viso femminile (spesso di vecchie, di donne anziane e dal volto spaventoso) e dal corpo di avvoltoio e, come le sirene, impersonavano la furia dei venti marini. I loro nomi erano: Podarge, Aello, Ocipite, Tiella e Celeno. Quest’ultima viene citata per la prima volta da Virgilio:
“…Strofadi grecamente nominate
Son certe isole in mezzo al grande Jonio,
Da la fera Celeno e da quell’altre
Rapaci e lorde sue compagne arpie
Fin d’allora abitate. Altro di queste
Più sozzo mostro, altra più dira peste
Da le tartaree grotte unqua non venne.
Sembran vergini a’ volti, uccegli e cagne
A l’altre membra; hanno di ventre un fedo
Profluvio, ond’è la piuma intrisa ed irta,
Le man d’artigli armate, il collo smunto,
La faccia per la fame e per la rabbia
Pallida sempre, e raggrinzita e magra…”
(Virgilio, Eneide, III, 354-368)
Le troviamo anche nella Divina Commedia, dove Dante Alighieri le descrive così:
“Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de le Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno.
Ali hanno late, e colli e visi umani,
piè con artigli, e pennuto l’gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani…”
(Dante, Inferno, XIII, vv. 10-15)
Il loro canto ipnotizzava e induceva la vittima a superare qualunque ostacolo, a perdere di vista qualunque scopo che non fosse quello di raggiungerle. Una volta che la preda si era volontariamente gettata tra le fauci delle arpie, veniva divorata e dissanguata con comodo.
Compaiono nell’Odissea:
“ecco che le fanciulle le Arpie rapirono in aria,
e in balia delle Erinni odiose le diedero.”
(Omero, Odissea, XX, 77-78)
E nell’Orlando Furioso dell’Ariosto:
“…Erano sette in una schera, e tutte
Volto di donne avean pallide e smorte,
Per lunga fame attenuate e asciutte
Orribili a veder più che la morte:
L’alaccie grandi avean deformi e brutte,
le man rapaci, e l’ugne incurve e torte;
Grande e fetido il ventre, e lunga coda
Come di serpe che s’aggira e snoda…”
(Ariosto, Orlando Furioso, XXXIII, 120)
Secondo un mito erano proprio questo gli uccelli che infestavano la città di Stinfalo e si nutrivano di carne umana. L’eroe Ercole riuscì a scacciarle nell’impresa relativa alla Quarta fatica ed esse, si dice, si nascosero a Creta, in una caverna da cui non uscirono più.

Dante e Virgilio all'Inferno, presso i Suicidi mutati in alberi, costantemente tormentati dalle Arpie (una nell'angolo in basso a sinistra) - Gustave Dorè
EMPUSE:
L’etimologia del nome Empusa è fatta risalire al significato letterale di “colei che si introduce a forza”. Troviamo una descrizione accurata di queste creature ne I Miti Greci di Robert Graves:
“Sozzi demoni chiamati Empuse, figlie di Ecate, hanno natiche d’asino e calzano pianelle di bronzo, a meno che, come taluni vogliono, esse abbiano una gamba d’asino e una gamba di bronzo. È loro costume terrorizzare i viandanti, ma si può scacciarle prorompendo in insulti, poiché all’udirli esse fuggono con alte strida. Le Empuse assumono l’aspetto di cagne, di vacche o di belle fanciulle e, in quest’ultima forma si giacciono con gli uomini la notte o durante la siesta pomeridiana e succhiano le loro forze vitali portandoli alla morte.”
(Robert Graves, I Miti Greci, Longanesi, p. 170).
Venivano chiamate “le cagne nere di Ecate” e di questa potente e antica divinità della morte e dei poteri stregoneschi erano le serve e le aiutanti, se non addirittura le figlie. Così come il lupo, anche il cane era associato alle divinità infere o latrici di morte.
I riferimenti ai tratti animaleschi equini rimandano agli aspetti di lussuria che le caratterizzava, ma allo stesso modo di tenebra: il cavallo era l’animale associato alla fertile Demetra e al potente Poseidone, ma anche alla potenza regale oscura di Hades così come di Dioniso Zagreus durante il suo soggiorno infero.
La tradizione vuole le Empuse si muovessero ad una velocità ultraterrena (concetto che verrà ripreso da Bram Stoker in Dracula con la celebre frase “i morti viaggiano in fretta”), tanto che la loro presenza, così come la morte stessa, risultava improvvisa.
Si muovevano su di un cocchio trainato da cani latranti e seducevano chiunque trovassero sul loro cammino, o entravano con la forza nelle case costringendo gli uomini a sfiancanti amplessi fino a condurli alla morte. Succhiavano loro sperma e sangue per poi divorarne le carni.
Spesso erano accusate di rapire i bambini in fasce per mangiarli comodamente nei loro rifugi o per fare di loro dei figli tenebrosi, dal momento che alle Empuse non era concesso donare la vita.
Il loro aspetto così poco armonico era da considerarsi terrificante nella cultura ellenica.
Il commediografo Aristofane ci mostra come perfino il dio Dioniso rischia la pazzia davanti a queste donne. Portare alla follia era una delle caratteristiche primarie attribuite alle Empuse:
XANTIA È meglio andare avanti: questo è il posto dei mostri di cui parlava Eracle.
DIONISO Ma che vada a farsi fottere! Faceva il fanfarone per mettermi paura, geloso com’è del mio coraggio guerriero: “Non ce n’è un altro” vanaglorioso come Eracle. Mostri! Avrei piacere di incontrarne qualcuno e avere un’avventura che valga la pena di questo viaggio.
XANTIA Bravo! Stt… sento un rumore…
DIONISO Dove?
XANTIA Di Dietro.
DIONISO Passa di dietro.
XANTIA No, davanti.
DIONISO Passa davanti.
XANTIA Perdio ecco un mostro gigantesco.
DIONISO Com’è?
XANTIA Tremendo; e prende tutte le forme, ora bue, ora mulo, ora donna bellissima.
DIONISO Dov’è che mi ci fiondo?
XANTIA Ma già non è più donna, è un cane.
DIONISO Allora è l’Empusa!
XANTIA In effetti ha tutto il viso in fiamme.
DIONISO E una gamba di bronzo?
XANTIA E l’altra di merda.
DIONISO Dove posso scappare?
XANTIA E io?
(Aristofane, Le Rane)
Ancora, lo scrittore greco antico Lucio Flavio Filostrato ( Φλάυιος Φιλόστρατος; Lemno, 172 circa – Atene, 247 circa) scrive, descrivendo le Empuse come donne defunte ritornate dal mondo dei morti per godere di un amore del quale non hanno potuto godere in vita, ad essa strappate prematuramente:
“Tra i discepoli di Demetrio di Corinto v’era Menippo di Licia, giovine di venticinque anni, eletto di spirito e bellissimo di forme, simile a un atleta per bellezza e portamento. Si credeva che Menippo fosse amato da una donna straniera, e questa donna era detta bellissima e stravagante, oltre che molto ricca: ma non era nessuna di queste cose, se non pura apparenza.
Un giorno che Menippo camminava da solo lungo la strada che reca a Cenchrae, un fantasma d’aspetto femminile gli era apparso, gli aveva stretto la mano e gli aveva detto d’amarlo da molto tempo. Aveva aggiunto d’essere fenicia, e di vivere in un sobborgo di Corinto. Dicendogli il nome del sobborgo, aveva aggiunto:
- Vieni a trovarmi questo pomeriggio e mi ascolterai cantare. Ti offrirò da bere un vino quale non hai mai gustato. Non avrai rivali sulla tua strada, e vivremo insieme felici: io che sono bella, e tu che lo sei quanto me.
Il giovane si lasciò lusingare da queste parole perché, pur avendo abbracciato la filosofia, pur tuttavia era dominato da Eros.
Andò quel pomeriggio alla casa indicata, e per molto tempo frequentò la donna come amante, senza mai dubitare che non donna fosse, ma uno spirito immondo. Un giorno, Apollonio prese a scrutare Menippo misurandolo con lo sguardo come fa uno scultore, e dopo averlo studiato a lungo, gli disse:
- Sai tu, che sei bello e desiderato dalle donne più belle, che abbracci una serpe, ed è una serpe che ti abbraccia?
Menippo rimase attonito, e Apollonio seguitò:
- Tu hai una donna che non è tua moglie: ma pensi forse che lei ti ami?
- Certamente! – rispose il giovine – Lei si comporta con me come fa una donna che ama.
- Intendi sposarla?
- Sì: è fonte di gioia sposare una donna che ama.
Apollonio replicò:
- Quando celebrerai le nozze?
- Presto – rispose il giovane – forse domani stesso.
Apollonio attese il giorno della festa nuziale e, quando i convitati furono giunti, entrò anch’egli nella sala.
- Dov’è la bella per la quale siamo venuti? – chiese.
- Qui – disse Menippo alzandosi e arrossendo in volto.
- E di chi sono l’oro, l’argento e tutti gli ornamenti di questa sala?
- Di mia moglie – rispose il giovane – io non possiedo che questo – e mostrò il suo mantello.
Apollonio, rivolgendosi allora a tutti, chiese:
- Conoscete il giardino di Tantalo, che a un tempo esiste e non esiste?
- Sì, – risposero gli ospiti – lo abbiamo letto in Omero, perché non siamo mai scesi nell’Ade.
- Lasciatemi dire, allora, – proseguì Apollonio – che queste decorazioni sono simili a esso: sono soltanto l’apparenza insostanziale di una sostanza. Perché possiate comprendere meglio, sappiate che la seducente fidanzata è un Vampiro, una di quelle Empuse che il popolo chiama Lamie o Mormolyce. Anche i Vampiri sono attratti dal sesso: ma ancor più amano il sangue e la carne umana, e usano il sesso per intrappolare coloro che vogliono divorare.
La donna allora gridò:
- Taci e vattene via! – e si mostrò indignata per quelle insinuazioni, scagliandosi contro il filosofo e chiamandolo insensato.
Ma, all’improvviso, le coppe che sembravano d’oro e i vasi che sembravano d’argento svanirono tutti; scomparvero anche, dopo il discorso di Apollonio, tutti i coppieri, i cuochi e i servi.
Allora lo spirito immondo finse di piangere, supplicando di far cessare i tormenti che l’avrebbero costretto a rivelare la sua vera natura. Ma Apollonio insisté finché quello non confessò di essere un Vampiro che aveva invischiato Menippo coi piaceri del sesso per poterne poi divorare il corpo. Infatti, per nutrirsi, lei sceglieva sempre i giovani belli e forti, perché hanno il sangue assai fresco.”
(Filostrato, da Vita di Apollonio di Tiana)
MENADI:
Ancora possiamo includere nel gioco le Menadi, dette anche Baccanti, Tiadi o Mimallonidi.
Non si tratta questa volta di creature sovrannaturali, ma di donne mortali in preda alla frenesia e all’ebbrezza indotta da Dioniso, dio della forza vitale.
Vestite con pelli animali, con in testa una corona di edera o quercia o abete, esse celebravano il dio cantando, danzando e vagando come animali per monti e foreste. Solitamente agitano il tirso, cioè una picca avviluppata dall’edera sulla sommità e invocavano il dio al grido di Euhoe Bacche.
Dalle Menadi e dal mito di Dioniso trae le proprie origini un culto, verosimilmente mistico, definito “menadismo”, in cui era previsto anche un rituale caratterizzato dalla consumazione di carni crude (omofagia).
Tale pratica, nel culto, veniva interpretata come azione liberatrice dell’energia vitale per celebrare Dioniso, colui che torna dall’oltretomba alla vita. Normalmente, il sacrificio di animali a favore delle divinità, così come era istituzionalizzato all’epoca, prevedeva anche la consumazione delle carni della vittima, che avveniva dopo regolare cottura. L’omofagia, invece, si proponeva come una “rivisitazione trasgressiva” del rituale ordinario. Il rito si svolgeva con la caccia a un animale selvatico, in genere di piccola taglia, che veniva ucciso, spesso fatto a pezzi a mani nude e poi divorato crudo dai partecipanti al rito. L’animale era identificato con la divinità ed il rito simboleggiava l’unione con la stessa. Tale pasto sacrificale realizzava non solo l’unione tra il sacrificante e la divinità destinataria del sacrificio, ma consentiva anche una sorta di fratellanza mistica tra tutti commensali.









